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Ed è per questo che hanno un potere incredibile

Perché i giardini hanno un significato particolare nei nostri progetti? Perché restituiscono bellezza e dignità
di Redazione - mercoledì 6 febbraio 2019 - 457 letture

Potete riconoscerlo dalla sua immancabile kefiah e dal bastone di legno con cui si aiuta per camminare. Si chiama Aziz Ahmed, ma nel nostro Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale tutti lo conoscono come “Mam Aziz”, lo “zio Aziz”. È il nostro giardiniere storico a Sulaimaniya: ha 84 anni, ha lavorato con noi per più di 20 anni e ancora oggi non passa giorno in cui non venga a far visita allo staff e ai pazienti del Centro.

Alcuni mesi fa, un ictus gli ha provocato la paralisi della parte destra del corpo. Nonostante non possa più prendersi cura degli alberi da frutto, delle piante e dei fiori che abbiamo seminato qui nel giardino del Centro, Mam Aziz torna ogni giorno per trascorrere il suo tempo passeggiando per quei corridoi in cui ha lavorato per anni, parlare insieme ai pazienti e fare due chiacchiere con i suoi vecchi colleghi. A metà mattina, quando il sole comincia a scaldare le scale di ingresso del Centro, Mam Aziz si siede vicino a quelle che fino a poco tempo fa erano le “sue” piante, e, in silenzio, osserva cosa succede intorno.

Perché i giardini hanno un significato particolare nei nostri progetti? Perché restituiscono bellezza e dignità. Anche loro sono parte dell’idea di cura che portiamo avanti da 25 anni, perché uno spazio verde in un luogo di cura può infondere serenità e pace, proprio dove la guerra ha distrutto parte del tuo corpo e della tua stessa vita.

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“Mam Aziz è una persona adorabile, fa parte del nostro staff fin dall’apertura di questo Centro” – racconta Hawar, Programme Coordinator del progetto.

Siamo così felici di poter condividere con Mam Aziz le nostre giornate. E siamo orgogliosi del fatto che, nonostante l’età e la sua malattia, EMERGENCY continui a fare ancora parte della sua vita.

Gli incontri al Centro di riabilitazione non finiscono qui…

Di fronte all’entrata della mensa del Centro, pochi metri più in là del chiostro pergolato e del giardino, potreste incontrare anche Frahad Sabah, 48 anni, sempre impegnato nella preparazione del protagonista assoluto delle pause e delle conversazioni qui in Iraq: il the chai. Potete vederlo girare con vassoi, tazze, mentre chiede a chiunque incontra se abbia voglia di un chai.

Dai movimenti accurati di Frahad nel versare i chai bollenti nei bicchieri di vetro trasparenti, il modo in cui mette in pratica la sua attività quotidiana, l’attenzione che mette, all’inizio di ogni turno, nel sistemarsi la divisa da lavoro e il cappello bianco, si capisce subito una cosa: preparare il chai, in questo Centro, non è solo un lavoro. È una sorta di “filosofia”.

Così come lo è lo stesso chai, che qui non è solo un semplice pretesto per riscaldarsi nelle giornate più fredde o un tipo di the: è un tassello prezioso tra le sessioni di riabilitazione, le attività mediche o di laboratorio dove i tecnici ortopedici costruiscono, plasmano, riparano o adattano, ogni giorno, le protesi dei pazienti. Ma anche tra le lezioni dei corsi professionalizzanti dei nostri ex pazienti che imparano, da altri amputati, a diventare sarti, carpentieri, artigiani specializzati.

Durante il momento del the, i pazienti e lo staff si avvicinano, condividono le loro storie. Le stesse storie che riecheggiano anche nel silenzio sereno del giardino a cui Mam Aziz non vuole smettere di essere affezionato. Un chai può trasformare la timidezza in un sorriso, il silenzio in vicinanza. Tra un sorso e l’altro, i pazienti cominciano a raccontarsi, a parlare della propria vita e delle proprie esperienze. Non c’è nessuna differenza qui: tra uomini e donne, culture e fedi religiose o politiche, fisiche. Un paziente è un paziente.

Ecco perché anche i giardini, e un chai, ma soprattutto chi ogni giorno se ne prende cura, ha qui in Iraq un potere incredibile.


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