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Ecce Homer

Siamo tutti Homer, ad un certo punto nella vita.

di Fabrizio Cirnigliaro - mercoledì 13 maggio 2009 - 4804 letture

A ventanni dalla loro nascita e con 18 stagioni alle spalle i Simpsons fanno finalmente il loro debutto cinematografico. Negli ultimi anni sono state molte le serie televisive adattate al grande schermo, Hazzard, Starsky e Hutch, Miami Vice. A differenza però di questi telefilm la famiglia più strampalata d’oltreoceano non è solo un ricordo dei Babyboomers, il loro pubblico è vasto e il film non ha deluso le tante aspettative. Soprattutto se paragonato a molte puntate delle ultime stagioni. Perché pagare per uno spettacolo che posso vedere gratis tutte le sere a casa davanti alla TV? Forse per confermare quello che si è sempre detto riguardo a questa serie TV. Piace a tutti , sia ai bambini che agli adulti, sia ai bulli che ai secchioni. Purtroppo gli anni passano per tutti , spesso guardando delle repliche trasmesse in TV mi chiedo come possano piacere ai bambini, che cosa li affascini. Guardando il film al cinema ho avuto la fortuna di poter sentire ridere fino alle lacrime dei ragazzini, quelle risate cosi ingenue che ti emozionano. Noi adulti possiamo ridere per lo stesso motivo, come nella scena di Bart che corre nudo per la città sullo skate, ma può anche capitare che assistendo alla stessa scena si possa ridere per motivi diversi. Ad esempio nella scena in cui, impauriti per la catastrofe imminente i fedeli della Chiesa corrono a rifugiarsi nel Pub mentre i clienti di questo locale si recano proprio nella Chiesa a fianco. Una banale gag ma allo stesso tempo una pungente riflessione sulla fede nelle sue varie forme. Tipica della serie televisiva la citazione-omaggio ai film Disney con uccellini, topolini e cerbiatti che spogliano i coniugi Simpson fischiettando una melodia tipicamente disneyana, a cui segue il dissacrante attacco di Bart a Topolino, definito la “mascotte di una pessima multinazionale”. La parte iniziale del film, con il tragicomico- citando Titanic - concerto dei Green Day e una popolazione colpevolmente e volutamente ignorante sui temi che Lisa e il suo amichetto irlandese diffondono porta a porta, ha un chiaro stampo ambientalista. Questa chiave di lettura del film appare chiaramente quella a più buon mercato, dato che il personaggio di Lisa così come la querelle sull’ambiente sfumano progressivamente. C’è la catastrofe ambientale come oggetto, c’è la citazione dal mo-cumentario di Al Gore (uscito poco più di un anno prima), c’è il maialino dell’apocalisse al quale oggi attribuire un che di profetico. Ci sono il presidente burattino, c’è la corporation produttrice della cupola che decide al suo posto e c’è Tom Hanks, deliziosamente “simpsonizzato” e asservito alla propaganda colpevole. Vedo però nell’intero film qualcosa, appena sottopelle, a ricordarci che siamo in famiglia: il motivo per cui ci sentiamo tutti più Simpson che Flanders. Non so se fra le finalità del film ci fosse la divulgazione del “Simpsonesimo” ai profani, impresa a mio parere non riuscita o perlomeno, riuscita solo in parte in quanto molti personaggi chiave della serie (Marge su tutti, ma anche Moe, Apu, Skinner, Krusty) qui rimangono nell’ombra laddove non sono completamente sacrificati. La linea di demarcazione fra chi “ama” i Simpson e chi “guarda” i Simpson è Homer. Se ti infastidisce con la sua ottusità, se il suo senso di irresponsabilità ti dà i nervi, se pensi che sia un pessimo padre allora continuate a “guardare” i Simpson. Forse col tempo imparerete ad amarlo, a riconoscervi in quella aberrante sequenza di figuracce e se arrivate al punto di schierarvi con lui due volte su tre allora forse sarete uno di loro: sarete parte della famiglia. La famiglia è il vero tema del film “I Simpson”: contenuto e contenitore insieme. Siamo tutti Homer, ad un certo punto nella vita. Ci troviamo di fianco un vicino più ordinato, programmato e con dei figli più bravi dei nostri. Quando però è ora di fare il bilancio, di tirare davvero le somme delle nostre catastrofi personali avviene il miracolo: proprio un attimo prima che una vita di errori, irresponsabilità, vere e proprie idiozie talvolta, ci travolga portandoci via quello che amiamo di più ecco che si sveglia Homer: causa e al tempo stesso soluzione del problema. L’Homer che scaricando i residui del suo Spider Pork nel lago decreta la morte ecologica e sociale di Springfield, l’Homer che non si accorge di trascurare suo figlio mentre Ned Flanders gli prepara una cioccolata alla panna, lo stesso Homer che fugge vigliaccamente dai propri errori verso l’Alaska si trasforma nell’uomo della provvidenza. Pieno di coraggio, animato solo dalla voglia di riabbracciare la sua famiglia si lancia eroicamente al centro della cupola sotto la quale Springfield è stata relegata. Si riprende suo figlio proponendogli di lanciare la bomba, mostrando all’affettato Flanders di essere l’unico al mondo a conoscerlo veramente e salva tutta Springfield – che poco prima era pronta a linciarlo - dall’ormai certa distruzione. E’ Homer l’assoluto protagonista della storia, ricca come sempre di gag, citazioni ed esilaranti caricature tipicamente simpsoniane dell’essere americani. Homer è il vero nucleo della storia: il suo nervo principale, l’unico personaggio in grado di emozionarci realmente. E’ il fallimento colossale e impietoso di ognuno di noi, con dentro l’incoscienza di essere e di avere la soluzione inespressa ad ogni problema. Grazie Homer per averci ancora una volta dato prova di cosa siamo capaci.

Bart: Questo è il giorno peggiore della mia vita! Homer: Questo è il giorno peggiore della tua vita… finora!

L’articolo è stato scritto a 4 mani con Fabio Marangon


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