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Eberardo Pavesi e i briganti al giro ciclistico di Sicilia del 1907

‘Quel Giro di Sicilia fu poi ‘un’avventura di picari’, continua Pavesi, ‘la prima tappa da Palermo a Palermo fu già la fine per molti. Nella notte muovemmo al segnale di Florio. Ovunque buio; qualcuno con le torce sulla strada’.
di Silvestro Livolsi - venerdì 22 novembre 2013 - 3192 letture

Nel 1954, Gianni Brera, giovane e già noto giornalista sportivo, raccolse le memorie di Eberardo Pavesi, un grande del ciclismo italiano dei primi del ‘900. Ne venne fuori un libro dal titolo L’avocatt in bicicletta (che è stato ristampato da BookTime), nel quale Pavesi, di origini lombarde e tra i pionieri del ciclismo in Italia, raccontando a Brera le sue appassionanti e tumultuose avventure sportive gli narrava di una che gli aveva particolarmente lasciato il segno e che aveva vissuto in Sicilia, nel 1907.

In quell’anno, narra Pavesi a Brera ‘Vincenzo Florio fa la bella pensata di organizzare una corsa a tappe, la primissima in Italia, il Giro di Sicilia’. Si trattava di una gara di otto tappe per complessivi 1300 chilometri e per l’occasione – puntualizza Pavesi – ‘Florio fece le cose in grande’ mettendo a disposizione dei ciclisti italiani e stranieri una nave che li avrebbe condotti a Palermo, partendo dal porto di Genova. Pavesi, approssimandosi all’approdo nell’isola, assieme ai suoi amici di squadra Luigi Ganna e Carlo Galetti aveva studiato la strategia migliore per arrivare vincitore a quel Giro di Sicilia voluto dal magnate palermitano di cui Pavesi, parlandone con Brera, ricorda ‘l’alta figura, che somigliava al figlio di Re Ibn Saud’, così come ricorda, il ciclista lombardo ‘il mare della Sicilia, gli studenti che sapevano andare in bicicletta (due o tre) e le ragazze che Ganna provocava schioccando le labbra’.

‘Quel Giro di Sicilia fu poi ‘un’avventura di picari’, continua Pavesi, ‘la prima tappa da Palermo a Palermo fu già la fine per molti. Nella notte muovemmo al segnale di Florio. Ovunque buio; qualcuno con le torce sulla strada’. Poi vi furono le più ardue e lunghe tappe successive, durante le quale, rievoca Pavesi ‘la gente di Sicilia, stupita di vederci in quell’arnese, ci domandava se fossimo soldati in manovra, se la bicicletta era un’arma nuova. E non dico poi i muli, queste proterve creature del diavolo’. E ricordando che sarà proprio un mulo a procurare guai seri ad uno dei ciclisti in corsa, a Jacobini, per le strada che conduce a Taormina, Pavesi non può dimenticare quello che a lui capitò sempre a causa di ‘un mulo impazzito’, nel tentativo di schivarlo: ‘dovetti saltare di macchina e ruzzolare per salvarmi. Un’unghia dell’animale ruppe netto il telaio: così gli altri squagliarono ed io, largamente primo degli isolati, ero costretto a piedi , ferito male per giunta. Tenevo il quadro in spalla e la ruota anteriore in mano: dal gomito sinistro mi usciva sangue, la ferita era larga e profonda. Avanzavo nella polvere, e il sole, ancorché d’autunno, mi intronava’.

Ed era solo l’inizio della disavventura di Pavesi in Sicilia, poiché, da solo, lungo una via di campagna, gli apparve all’improvviso uno a cavallo che gli fece esclamare: ‘come è vero Dio, quello è un brigante’. Infatti ‘l’omaccione era avvolto in un mantello sotto quel sole, e aveva la schioppa a tracolla. I suoi occhi neri’ - dice Pavesi - ‘mi guardavano senza cattiveria ma il volto serio e direi cupi allarmava’. Però preso un po’ di coraggio, salutato lo sconosciuto siciliano e spiegatogli cosa gli era successo, Pavesi si sentì rivolgere un invito piuttosto cortese a seguirlo. Passando per un sentiero fatto di ‘forre selvagge intorno, radi alberi scheletriti dal sole, petraie riarse e qualche gran cespo di fichi d’India’, preso da una ‘cupa apprensione’, temendo per la propria vita, Pavesi va con la mente alle storie che raccontavano in quegli anni i giornali sui briganti siciliani e sui loro misfatti, su come ‘appendevano per la gola i bersaglieri’: finché, i due arrivano ‘in un’ombrosa spianata’ dove stava un piccolo edificio a metà tra ‘un trullo e un tukul’, ma dal quale, scostata appena una tenda che chiudeva l’ingresso, con grande meraviglia, Pavesi, vede affacciarsi un ‘bel viso di donna’. ‘Era una stupenda creatura di pelle quasi nera’ rievoca il ciclista a Brera, ‘gli occhi grandi e le ciglia vellutate, i capelli ben ravvivati e lucidi’.

All’ospitalità della donna, il presunto brigante, affida Pavesi e riparte a cavallo, portando con sé la bici del ciclista. La donna che invita Pavesi a sedersi con lei all’aperto e gli offre da bere del marsala, si mostra divertita e ben contenta di dialogare e scherzare, sin quando, dopo poco tempo ‘dietro un gran ciuffo d’alberi spunta a mezzo galoppo il brigantone, e la donna si alza ravviandosi i capelli con la mano, ricomponendosi seria come all’arrivo del principe’. Il brigante riporta la bicicletta riparata alla meno peggio, chissà da chi, e Pavesi riparte per raggiungere il resto dei ciclisti e per farsi medicare la ferita, ma solo dopo essere giunto a Trapani. A Palermo, Pavesi, ci arriverà, per tagliare il traguardo, con un braccio appeso al collo e apprenderà però che per i primi dodici arrivati era stato un tripudio di folla e di feste rese.

Insomma era andato male quel Giro di Sicilia ad uno dei campioni del ciclismo italiano che a Brera però aveva voluto raccontare di come - più che la beffa riservata ai ciclisti vincitori di quella gara, che avevano ricevuto solo ‘Sassi dell’Etna, solennissime pietre di costone’ – ‘il ricordo migliore di quel Giro di Sicilia glielo aveva lasciato quel brigante’. Una storia curiosa, quella di Pavesi in Sicilia: di galantomaggine brigantesca e di epica sportiva di oltre cento anni fa.


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