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“È successo tutto per una sigaretta”

Una storia di guerra, raccolta da Marta, dal Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di Sulaimaniya in Iraq, per Emergency
di Redazione - mercoledì 23 gennaio 2019 - 986 letture

“Dai, continua!”

Mentre osservo Muhamed muovere i suoi primi passi traballanti con la sua nuova protesi sulla moquette della training room del Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale, uno degli altri pazienti continua a spronarlo, poi si gira verso di me, mi guarda e dice: “È tutta una questione di testa, sai?”. Siamo seduti accanto. Sembriamo spettatori. Ma io le gambe ce le ho tutte e due.

No, in realtà non lo so a quale questione si leghi il perdere una gamba sopra una mina e dover reimparare a camminare da capo, come se tu non avessi quasi camminato mai. Ma oggi cerco di capirlo. Ecco cosa avrei voluto rispondere. So solo che Muhamed ha 17 anni, e abita a Mosul.

“È successo tutto per una sigaretta” – comincia a raccontarmi Muhamed, tenendo le braccia appoggiate alle stampelle. Nella training room del Centro ha trascorso una mattina intera. Avanti e indietro, prima lo sguardo basso a terra fissandosi i piedi, poi col mento ancora più su, fino a guadare sempre avanti. “La mia gamba l’ho persa otto mesi fa, a 500 metri da casa… Quel giorno avevo litigato con mio padre, perché aveva scoperto che fumavo. Dopo la nostra discussione, la prima cosa che ho fatto è stata andarmene da casa. Ero così arrabbiato con lui. Uscendo, ho deciso di raggiungere un mio amico. Continuavo ad andargli incontro, mentre lui cercava di dirmi qualcosa. C’era un ferro nel terreno e ci sono saltato sopra. Era una mina. Ecco cosa stava cercando di dirmi.Con la presa dell’ISIS, fumare a Mosul era illegale, soprattutto per strada. Un giorno sono stato trovato con la sigaretta in mano, e mi hanno punito con 35 schiaffi. Per strada c’ero anche quando hanno deciso di uccidere una persona, che ho visto morire coi miei occhi.”

Ed è sempre per le strade di Mosul che Muhamed ha conosciuto EMERGENCY. “Poco dopo l’amputazione, un passante si è fermato per chiedermi cosa mi fosse successo e se conoscevo il vostro Centro. Mi ha passato un numero di telefono, e oggi sono qui.” Grazie alla collaborazione con l’ong locale di Erbil EHAO (Emergency and Humanitarian Aid Organization) e al Centro di riabilitazione di Mosul, stiamo portando avanti un programma di trasferimento verso il nostro Centro di uomini e donne con mutilazioni, nella maggior parte dei casi vittime proprio delle mine, come Muhamed.

Durante il suo viaggio da Mosul a Sulaimaniya, gli occhi di Muhamed seguivano la strada, e raccontavano tutto quello che molti di noi forse non hanno mai visto. Sceso dal van utilizzato per il trasporto dei pazienti, Muhamed sembrava volesse prestarmi i suoi occhi per vedere, anche solo per un momento, tutto quello che il suo sguardo si portava dentro, e che aveva un solo nome: la guerra.

“Sono felice di essere qui, è la prima volta che qualcuno si prende cura di me – continua. Gli esercizi per la riabilitazione che ho imparato in questi giorni voglio continuare a farli anche a casa. Voglio migliorare, giorno dopo giorno. Le gambe sono la parte più importante dell’essere umano.”

A soli cinque giorni dal suo arrivo al Centro, mi sembra di riuscire a sostenere meglio il suo sguardo, non solo perché ce l’ho davanti. I suoi occhi mi sembrano di una tonalità più chiara. Riesco a distinguere le sue espressioni, a intercettare i piccoli sorrisi.

“Come lo vedi il tuo futuro?” – spero abbia voglia di parlarne. “Voglio trasferirmi da un’altra parte, con i miei genitori e i miei fratelli, il prima possibile. Presto andremo a Erbil. E poi vorrei viaggiare, creare una mia famiglia.”

Serbo ancora due domande, le ultime, poi lascio che torni nella guest house del Centro per togliersi il pigiama di degenza e prepararsi per tornare a casa. “Qual è la prima cosa che farai a Mosul?” “Prima di tutto voglio chiedere scusa a mio padre per tutto quello che gli ho fatto.” Lo vedo spostarsi nei corridoi del Centro, si è cambiato. Indosso adesso ha una tuta blu. Le stampelle non ce le ha più, cammina da solo, ma una mano resta comunque occupata. “Smetterai di fumare?”, l’ultima domanda che volevo fargli alla fine gliela faccio. “Credo proprio di no.”

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sigaretta

– Marta, dal Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di Sulaimaniya, Iraq

Il Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di EMERGENCY a Sulaimaniya, in Iraq, è finanziato da “Aiuti umanitari e protezione civile dell’Unione europea”.


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