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E’ morto Paolo Villaggio: stavolta non è una bufala


A 84 anni se ne va uno dei più estrosi interpreti del cinema grottesco, tra personaggi surreali, nei quali in moltissimi ci siamo rispecchiati.
lunedì 3 luglio 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 1583 letture

Battute epiche, frasi pronunciate ad alta voce, alcune quasi sommessamente e masticate tra le labbra. Erano il repertorio dell’attore Paolo Villaggio che, dai suoi film, ha saputo rilanciare e rendere personaggio il piccolo borghese italiano. Luoghi comuni che hanno rappresentato i punti di riferimento di un’intera esistenza, tra le irrinunciabili fedi e banalità di un quotidiano che ancora oggi identifica l’italiano medio. Quello che non sa rinunciare agli stereotipi che ci hanno etichettato nel mondo, come popolo italiano.

La squadra del cuore, le vacanze "intelligenti", la famiglia quasi imposta da un bizzarro destino, il sogno di fuga con la collega d’ufficio bona che Villaggio ha enfatizzato col paradosso della bruttezza, gli amici quasi fedeli, le prepotenze subite passivamente e motivo di occasionali reazioni di riscatto.

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Genovese, saltimbanco per passione, amico d’infanzia e delle prime esperienze artistiche del grande Fabrizio De Andrè, con il quale scrisse la mitica canzone Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers Paolo Villaggio si è caricato sulle spalle le frustrazioni degli italiani, ridicolizzando l’annoso ed imprevedibile rapporto tra i prepotenti del potere e coloro che lo subiscono. L’uomo di tutti i giorni, con il sogno realizzato del posto fisso, monoreddito che consente l’acquisto della Bianchina, che poteva essere la 500 o, in un impeto di spese folli, una 600.

A tratti, nei suoi film, ci ha ricordato la metafora della vita che Totò ha saputo ben interpretare nel suo Siamo Uomini o Caporali (1955), in un’Italia a cavallo tra la rivoluzione sociale del ’68 e una rassegnata consapevolezza di un’amara sconfitta ideologica, poggiata sulla più discussa e borghese consolazione della scrivania, inneggiante il posto fisso. Quello che, un giovane Venditti chiedeva di rivendicare ad un nostalgico Compagno di Scuola.

Paolo Villaggio non è stato solo Fantozzi, Fracchia o Kranz. Lo ricordiamo in una matura e convincente interpretazione ne Il Belpaese, il film del 1977 diretto da Luciano Salce, che racconta il rientro in Italia del personaggio Guido Belardinelli, dopo aver trascorso otto anni su una piattaforma petrolifera, e ritrovarsi di fronte alla cruda realtà di un paese immerso negli anni di piombo e in una indomabile paura per la violenza, oltre che per il futuro.

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Lo ricordiamo anche come interprete del commuovente e crudo La voce della Luna (1990), quando un affermato Federico Fellini lo volle accanto a Roberto Benigni, per raccontarci la follia di un mondo moderno, che vive ad alta voce, irrispettoso e canzonatorio di una vita rurale e semplice, sotterrata nel passato. Un film che fece riconoscere all’attore il David di Donatello.

E come dimenticare la superba interpretazione nel Io speriamo che me la cavo (1992), la trasposizione cinematografica del libro omonimo del maestro di scuola napoletano Marcello D’Orta, ad opera di Lina Wertmuller, che vide Villaggio nel ruolo di un maestro del nord Italia alle prese con la realtà partenopea, ricca di povertà, umiliazioni, umiltà e di grande umanità ed altruismo, non sempre riscontrata nel suo osannato perfezionismo.

Paolo Villaggio è stato anche un prolifico scrittore, frutto della sua esperienza giovanile giornalistica con L’Europeo e Paese Sera, attività che ha incrementato specialmente negli ultimi anni, quando da uomo da lui stesso autodefinito pigro, ha continuato a produrre anatemi allegorici nei confronti dell’uomo del suo tempo, sempre aggrappato alle certezze del buon vivere quotidiano, affascinato da una rivoluzione culturale mai del tutto condotta a termine.


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