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E ci ha salutato anche Al Jarreau


E’ stato uno dei più grandi protagonisti della musica internazionale, sofisticato, elegante, unico. Si è spento il 12 febbraio a 77 anni.
mercoledì 15 febbraio 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 2069 letture

Il jazz è una delle espressioni musicali che non accetta mezze misure. O lo si ama, o lo si evita. E’ una scelta artistica che, spesso, diventa una scelta di vita. Perché l’artista che decide di cimentarsi tra scale armoniche astruse, improvvisazioni, ritmi in controtempo e evoluzioni vocali, prove del nove della propria carriera, sa dall’inizio di aver scelto una strada destinata principalmente ad un pubblico raffinato e competente. In poche parole, il jazz non è mai stato per tutti.

Se n’era accorta anche la casta diva Maria Callas che, durante un’intervista all’apice della sua carriera, alla domanda del giornalista su quali fossero i suoi gusti musicali, oltre alla scontata lirica, ebbe a rispondere, senza pensarci troppo, che non amava il jazz perché quelle sonorità erano ossessionatamente struggenti e malinconiche, quasi annoianti.

Sul jazz rimane anche famosa la battuta di uno dei personaggi del film di Tornatore, La leggenda del pianista sull’oceano che, ascoltando un trombettista che improvvisa delle sonorità per strada, recita la didascalia più azzeccata per descrivere questo tipo di musica, dicendo: "Se non sai cos’è, allora è jazz!".

Al Jarreau è stato uno degli interpreti di maggior spessore in questa, in ogni caso, forma d’arte. I suoi caratteri somatici da capo indiano d’America, quel sorriso spontaneo che catturava, prima ancora della sua suadente voce, lo hanno sicuramente aiutato a conquistare platee internazionali, anche tra le fila di un pubblico non troppo sensibile a certe sonorità.

Nascere negli anni ’40 a Milwaukee negli Stati Uniti, una delle città dove si vive di basket e jazz, non obbligatoriamente in questo ordine, ha dato sicuramente il suo contributo all’immensa carriera artistica di Al Jarreau. Una città dove eventi organizzati in ogni periodo dell’anno si collegano a questa espressione musicale. Dove non è raro assistere a funerali accompagnati dalla banda che intona pezzi di Charlie Parker o Louis Armstrong, degni di New Orleans. Dove tantissimi locali e club danno la possibilità di assistere alle esecuzioni di musicisti sconosciuti, a ritmo di percussioni frusciate con le spazzole sulle batterie, le sincopate improvvisazioni dei contrabbassi e le scale musicali, arrampicate sulle chitarre.

In una città come Milwaukee, se possiedi una discreta capacità canora, diventi un predestinato nei cori delle chiese di quartiere, dove i gospel intonati fanno comunità e aggregazione. Ma Al Jarreau, quasi ad emulare i versi dell’Avvelenata di Guccini, pensò bene che un laureato contasse più di un cantante, conseguendo la laurea in psicologia ed iniziando a praticare a San Francisco.

Saranno la metà degli anni ’70 a suggerire all’artista un modo diverso di mantenersi. Anche lui vittima del nemo propheta in patria, considerando anche che in quegli anni spopolava il jazz fusion di Miles Davis, Herbie Hancock, Chick Korea o dei Weather Report, mostri sacri di un jazz più moderno e miscelato con sonorità rock, Al Jarreau ha saputo ritagliarsi il suo spazio, apprezzato in Europa, dove in Germania gli furono riconosciuti alcuni Grammy, gli oscar della musica.

Le straordinarie estensioni vocali di Al Jarreau gli hanno consentito di non fossilizzarsi in un unico stile musicale, spaziando tra un jazz più tradizionale ad un rhytm and blues più orecchiabile, non disdegnando il soul con le sue sonorità più nostalgiche ed intimiste.

In Italia, rimarranno indimenticabili la sue esibizioni sul palco dell’Umbria Jazz, epico il duetto con Mario Biondi nel 2014 quando già ultrasettantenne seppe scaldare la platea con il suo stile elegantissimo e la sua calda voce a scatenare il ritmo del pubblico e dell’artista siciliano, sul palco ad omaggiarlo.


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