Droga e disagio giovanile

Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata...

di Lucio Garofalo - domenica 7 agosto 2005 - 12550 letture

Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca e invocare una crescente militarizzazione del territorio. Tale scelta politica, non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati.

E’ indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte; ma è altrettanto certo che la pericolosità di simili droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente amplificata.

Del resto, qualsiasi comportamento sociale che produca effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi anche all’abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui venga ridotto ad oggetto di ordine pubblico, perché vietato e perseguito penalmente, potrebbe far salire il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e determinando una crescente spirale di violenza.

Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica, o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito.

Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune - come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti”- , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere socio-culturale ed educativo, da un lato, ed una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo che si debba perseguire una duplice finalità:

- avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale;

- intraprendere una serie di azioni per mettere il territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica di fronte al degrado esistente.

Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di suscitare un serio dibattito a partire dall’innegabile realtà del disagio giovanile, che richiede nuovi e più incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, finora mai concepiti, e tantomeno messi in opera.

La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate.

Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene purtroppo anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie né superflue.

E’ noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, dell’esistenza giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale.

Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà, descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento assai importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale. Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto - sia esso il padre, il professore o il mondo degli adulti in generale -, l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi e di negazione, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma, libera e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino. Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano, un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione.

Ebbene, a mio modesto avviso, tale processo di maturazione e di emancipazione non si conclude mai, nel senso che una personalità veramente libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, a ribellarsi, a disobbedire, per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà, la propria vitalità.

Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in genere, di un simile atteggiamento e di un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e di disobbedienza, un complesso di sentimenti e di attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della persona. Mancando tali dinamiche psicologico-esistenziali ci sarebbe da allarmarsi, in quanto non avremmo formato una personalità davvero autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo.

Quando, invece, il disagio può determinare una situazione davvero inquietante e preoccupante?

Secondo me, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, dunque in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando produce una condizione esistenziale estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale.

Ebbene, la tossicodipendenza (intesa in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituisce una delle manifestazioni patologiche, devianti ed autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica del soggetto in crisi.


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Droga e disagio giovanile
27 giugno 2006, di : Ettore Lomaglio Silvestri |||||| Sito Web: Il mio blog sulla droga

Venti anni dopo aver letto il libro, mi son finalmente deciso a vedere il film "Christiane F. - noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino". Avevo paura di vedere quel film, di rivedere negli occhi gli effetti dell’eroina, di relizzare innanzi a me gli incubi che la lettura del libro aveva creato nella giovane mente di tredicenne dell’Azione Cattolica che ero allora. Quelle sere, nel tornare a casa, si evitavano certi angoli bui delle strade dove, a passarci il mattino dopo, si trovavano decine di siringhe sporche di quelle per l’insulina. E, tornato a casa, andavo in bagno a leggere quel libro in cui venivano raccontate le storie di tanti miei coetanei, come Axel, come Babette, come Christiane, che prendevano la via della droga. Ho cominciato a comprendere la loro realtà, sebbene non abbia mai conosciuto le vittime della droga né i suoi effetti. La lettura del libro mi è servita a rendermi immune, insieme alla cultura della mia famiglia. Ho continuato a frequentare l’Azione Cattolica, ma ricordo ceh di fronte vi erano gruppi di giovani che chiamavamo "alternativi" e che fumavano marijuana quando noi andavamo via dalla chiesa. Poi, dopo i sedici anni (nel 1989) ho frequentato i centri sociali che ho considerato importanti realtà di aggregazione per giovani. Il Centro Sociale Fucine Meridionali di Bari lo era. Il ricordo di Christiane Felscherinow e dei ragazzi dello zoo di Berlino (che poi era la stazione ferroviaria ZooBahnhof) era sempre vivo in me, quell’immagine della morte con la siringa infilata ancora nella vena ha costituito un deterrente. Oggi, a quasi venti anni di distanza, sono padre anche io di due figli e sento il dovere di dare il mio contributo affinché le cose cambino. Un contributo modesto fatto di idee semplici maturate per esperienza, sui cui mi piacerebbe aprire un dibattito e sopratutto sapere da chi ne sa più di me cosa ne pensa.

L’azione di lotta alla tossicodipendenza deve essere discriminata a seconda del soggetto o del fenomeno che va a colpire. Fondamentale è la prevenzione, ossia consentire che lo sviluppo dell’adolescente avvenga in realtà sociali che diano risposte qualificanti alle domande che in tale età (tra i dodici e i diciannove anni) vengono poste all’ambiente sempre più ampio (dalla famiglia alla società) con cui l’adolescente viene a rapportarsi. E’ compito dello Stato-comunità (nelle sue diverse configurazioni) evitare la peggiore risposta possibile a queste domande, ossia l’emarginazione, da quella interna alla famiglia a quella sociale. Essere emarginati porta a grande debolezza di fronte alle offerte alternative che si prensentano facilmente agli occhi del ragazzo. La mancanza di stabilità famigliare costringe l’adolescente a trovare altrove questo bisogno di stabilità, ad esempio. Determinate compagnie possono sviluppare il bisogno di "superiorità" mediante vie "diverse", ossia la violenza verso il più piccolo o verso le cose altrui. La risposta dello Stato-comunità può essere la creazione e lo sviluppo di realtà aggreganti laiche dove il giovane trovi soddisfazione al suo bisogno di società. Allo stesso tempo deve evitare la presenza di "angoli bui" ossia di quelle "zone grigie" dove facilmente il giovane può trovare errata soddisfazione alle sue richieste. Queste realtà aggreganti laiche non devono essere necessariamente "controllate" dallo Stato-apparato. Anzi dovrebbero essere riconoscimento di aggregazioni spontanee di giovani che, mediante il divertimento, la dimensione ludica e poi quella sportiva, mediante il graduale inserimento in contesti di sviluppo delle capacità differenti, riescano ad unire e a creare comunità che possano dare il loro contributo alla società. Penso appunto ai centri sociali, alle associazioni sportive, culturali ed anche alle sezioni giovanili dei partiti e ai movimenti. La prevenzioen è quindi la parte più importante della lotta alla tossicodipendenza, in quanto agisce sulla maturazione dell’IO, in quanto membro di una comunità e lo allontana dalla droga (sopratutto quella pesante) che costituisce la peggiore chiusura dell’IO in se stesso, fino all’autodistruzione. Un’altra fase importante è l’assistenza e la cura del tossicodipendente. A questo scopo vanno chiarite delle posizioni. Il consumatore di droga (e ci riferiamo sempre e sopratutto a quelle pesanti) è una persona che ha sbagliato e sta sbagliando, ma che ha gli stessi diritti di tutti. Ha diritto a non essere discriminato o, peggio, cacciato dalla società. Ha diritto alla vita e, quindi, ha sopratutto diritto ad essere curato con molta più attenzione degli altri. La scena in cui Christiane restava a bucarsi da sola in un bagno, spaventata e con il puzzo della morte intorno, è emblematica. Così come il percorso che costrinse Christiane a prostituirsi a soli tredici anni, sono le rappresentazioni più forti di come l’emarginazione che circonda il drogato e lo sfruttamento di determinate parti (moralmente infime) della società fanno del bisogno di soldi, possano trasformare un’adolescente in una prostituta della peggior specie (vale lo stesso per il ragazzo). Ecco che noi riteniamo che, in questo passaggio, lo Stato sociale dovrebbe intervenire non lasciando soli i tossicodipendenti. Dovrebbe anche abbandonare l’ipocrisia che ha condotto finora il loro recupero. E’ compito dello Stato-apparato, mediante le sue strutture socio-sanitarie, consentire innanzitutto che il drogato possa avere condizioni igieniche ottimali (anche nell’ottica della prevenzione da problematiche molto più gravi come l’AIDS o l’overdose o la morte per dosi "sporche"). Per questo accogliamo la proposta del ministro Ferrero di inserire anche in Italia le "stanze del buco". Certo è gioco facile per i moralisti del centrodestra (moralisti con la coscienza degli altri) dare l’immagine di stanze dove un medico pagato dallo Stato somministra eroina a piacere a chiunque passi di là, ma le narcosale dovrebbero essere inserite in un percorso terapeutico di cui costituirebbero il primo passo verso una sostanziale disintossicazione. Percorso che deve essere condiviso ma che assolutamente non deve caratterizzare la "droga libera di Stato". Tale percorso potrebbe continuare con la riduzione delle dosi e successivamente con la disintossicazione graduale, rispettando la libera scelta della persona nel fine ultimo di curarlo ed evitare che la sua situazione peggiori attraverso l’inserimento in attività criminali collaterali, dal furto alla prostituzione allo spaccio all’associazione per delinquere. Una questione fondamentale per consentire allo Stato di controllare l’uso della droga mediante le narcosale e, quindi, per evitare lo spaccio e tutto ciò che su di esso fonda i propri affari (vedi mafia, camorra e, sopratutto, ’ndrangheta), è se consentire la vendita della droga direttamente allo Stato (ossia attraverso farmacie ed ospedali). Non si tratta di "liberalizzazione" nel senso negativo del termine, ma di vendita controllata e a prezzo di costo delle varie drogheche diverrebbero monopolio di Stato. La possibilità di acquistarla in strutture sicure eviterebbe il rischio di avere materiale tagliato male o in quantità errate, scongiurando quindi il rischio di overdose ed, allo stesso tempo, il rischio di contrarre malattie infettive per l’utilizzo plurimo di siringhe infette. Inoltre il prezzo sicuramente inferiore rispetto a quello dello spacciatore, consentirebbe due effetti importanti. Il primo è quello di evitare al tossicodipendente di commettere reati per acquistare le dosi; il secondo è quello di privare la criminalità di una fonte elevatissima di guadagno. Ricordiamo che la droga, nel suo percorso dalla pianta alla dose singola, subisce infiniti passaggi e ad ognuno viene aggiunta una percentuale di guadagno, per cui alla fine il costo è molto più elevato di quello reale. Ovviamente l’uso di droghe leggere può essere tranquillamente liberalizzato, come del resto lo è l’uso di sigarette e tabacco che sono droghe comunque. Liberalizzato l’uso ma non la vendita, che resta in regime di monopolio statale. Entriamo quindi nel terzo passaggio che è quello repressivo. Solitamente la lotta alla droga, e lo abbiamo visto con la legge FIni-Giovanardi, si vanta di azioni repressive, a nulla interessandosi della prevenzione e della cura del drogato, che sono invece momenti perfettamente integrati nella lotta stessa. Anzi la repressione deve restare l’aspetto marginale. Tale passaggio non deve colpire il drogato in quanto tale, che si limiti all’uso di droga. Rinchiudere un drogato in strutture detentive rafforza quella condizione di emarginazione che allontanerà sempre di più la sua uscita dal mondo della droga. La repressione dovrà agire sui canali che portano la droga al drogato, colpendo lo spacciatore ed in maniera sempre più forte il grossista, il produttore ed i gestori del traffico. Colpire innanzitutto rescindendo l’approvvigionamento della droga, avocandone la distribuzione allo Stato come detto sopra. Poi confiscando tutti i beni acquistati attraverso i proventi illeciti derivanti dalla droga.

Insomma non è il drogato a dover essere criminalizzato, ma il commercio della droga. Allo stesso tempo non va sancita alcuna libertà di drogarsi (sempre facendo riferimento sopratutto alle droghe pesanti), ma va sancito e rispettato il diritto del drogato a ricevere sostegno, cura ed assistenza e a non essere emarginato. Lo Stato, nelle sue diverse configurazioni di sovrastruttura ordinata, ha il dovere di evitare che una persona si droghi consentendo le condizioni sociali affinché questo non avvenga. Ha il dovere di assistere e curare il drogato evitandone l’emarginazione e la degradazioen sociale e il dovere di eliminare la possibilità che dalla droga si possano ricavare proventi illeciti che alimentino l’interesse della criminalità a far proliferare questo problema sociale.


NON E’ IL DROGATO AD AVER SBAGLIATO E’ LA SOCIETA’ CHE LO HA PRODOTTO AD AVER SBAGLIATO E’ LA SOCIETA’ CHE DOVRA’ CORREGGERE IL SUO ERRORE NON REPRIMENDO MA CURANDO NON UCCIDENDO LA SPERANZA MA DANDONE UNA NUOVA