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Down the road wherever

Il nuovo album di Mark Knopfler è un invito a viaggiare. Ovunque la nostra fantasia ci voglia trascinare.
di Piero Buscemi - mercoledì 30 gennaio 2019 - 4113 letture

Non si realizza immediatamente quella forza trascinatrice che ci cattura, nei momenti più banali e di routine delle nostre giornate. Quelle che affidiamo alla noia, pensando che prima o poi, qualcuno ci strappi da quel torpore, come se fosse un atto dovuto e di rispetto nei nostri confronti.

E’ una forza incontrastabile, però, Poche note rubate a una sei corde folk, la mano quella magica dell’anima portante di Mark Knopfler, il poeta della chitarra. Il regista delle nostre fantasie represse. Una porta spalancata a spazi che non devono contenere confini. Orizzonti che sembrano già limiti mentali, da abbattere canzone dopo canzone, accordo dopo accordo, parola dopo parola, senza freni emozionali che impediscano il miracolo della musica che si fa colonna sonora di un’avventura.

Sono queste, parte di un disegno musicale che l’artista ha proposto al pubblico fedelissimo e a quello che, peggio per lui, si è perso la maturazione creativa che questo chitarrista senza regole, negli anni, ha saputo conquistare anche i più sofisticati e pretenziosi ascoltatori della musica che deve lasciare il segno.

In questo ultimo album, Down the road wherever, Mark Knopfler si diverte a vestire i panni del regista. Quello dei grandi kolossal d’oltre oceano. I film che ci parlavano di sogno americano, da costruire tra la polvere sollevata da cavalli bradi in corsa proprio in quegli spazi senza confini, quelli ai quali ci affideremmo, solo se avessimo il coraggio di rendere reali.

C’è molto folk, americaneggiante, in questo disco. La voce, con l’età ancora più graffiante e accattivante. Non si può non sognare ad occhi aperti, mentre quelle sonorità, a volte country, colorano la scena di immagini che Knopfler ci lascia la libertà di personalizzare. Un regista dalla manica larga, generoso nei suoi spunti di creatività che, nell’ascolto, scopriamo di possedere. Per la prima volta.

Il disco è uscito il 16 novembre. Sedici tracce. Spulciando qualche notizia sulle riviste specializzate, è inserito nel genere rock. Troppo riduttivo per riassumere questa nuova opera che non potrà mancare nella discografia di chi ha apprezzato Mark Knopfler, nella sua carriera post Dire Straits.

L’attacco del primo pezzo, Trapper Man , ci conduce subito all’immagine della copertina, raffigurante una strada desolata, aperta a qualsiasi destinazione sotto un cielo azzurro, nascosto da nuvole bianche. Folk che si lascia andare alle sonorità più classiche della musica country-western made in Usa. Gli assoli di chitarra ci riportano immediatamente al marchio di fabbrica dell’artista.

Il disco prosegue su questa linea, tra storie di personaggi un po’ nostalgici, d’altri tempi, quelli che forse hanno ispirato lo stesso Knopfler all’inizio della sua carriera, con questo strano modo di accarezzare le corde della chitarra con i polpastrelli.

C’è un’eleganza particolare che traspare da questa maturità e nuova ispirazione artistica, che ha consentito a Mark Knopfler di pubblicare ben 9 album da solista. La dolcezza della ballata Nobody’s child ne è un esempio. Quelle parole struggenti a raccontarci una storia di vita vissuta, che dai versi riusciamo a percepire come se fosse raccontata dallo stesso protagonista della canzone. Never smiles and never chatters/ Never quarrels or complains/ Grown as hard as the Sierras. Inutile negare che istintivamente, la si collega a quelle vite disperate che, nella durezza dei contatti umani, hanno costruito tutta la loro esistenza, potendo contare solo su sé stessi.

Un viaggio, questo nuovo album di Mark Knopfler, da intraprendere lasciando nel passato tutta la produzione musicale che lo ha reso famoso con i Dire Straits. Tra sonorità che dal folk, dal vecchio rock "americano", scivola suadentemente in tonalità di jazz con la tromba di Tom Walsh a chiuderci in un fumoso pub inglese ad ascoltare When You Leave , un’altra traccia apprezzabile di questo album. Un’altra evasione della mente senza ritorno.

Un disco da scoprire, lentamente, dentro le sue più nascoste storie delle quali, la musica dell’artista fa da colonna sonora. Qualcuno, forse, troverà l’ispirazione per scriverci un film. Lungo la strada, ovunque...


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