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Dossier: E la chiamano opposizione...

Una ricerca dell’Associazione Openpolis rivela una delle anomalie della politica italiana: l’assenza di una vera opposizione
di Emanuele G. - lunedì 24 ottobre 2011 - 2843 letture

L’opposizione che salva la maggioranza

Rapporto sul voto in Parlamento nella XVI legislatura (aprile 2008 – settembre 2011)

a cura dell’ Associazione Openpolis

Presentazione

Regolamento del Senato - Art. 1

I senatori hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.

Regolamento della Camera - Articolo 48-bis

È dovere dei deputati partecipare ai lavori della Camera

Le cronache parlamentari riportano, spesso con un certo clamore, gli episodi, non proprio rarissimi, in cui la maggioranza governativa viene battuta in una votazione in Parlamento. E’ successo 100 volte dall’inizio della legislatura, su provvedimenti più o meno importanti.

Di volta in volta i commentatori tendono ad interpretare questi fatti come sintomo di conflitti interni alla maggioranza, o come precisi segnali politici rivolti al Governo da parte di settori determinati. Può darsi.

Mentre non si parla mai, tranne che in casi eccezionali, delle volte in cui la maggioranza, al contrario, “avrebbe potuto essere battuta” e non lo è stata per le troppe defezioni tra gli oppositori. E questa parte della vicenda, sebbene ignota, ha una portata di gran lunga maggiore.

La maggioranza parlamentare è tale perché ha i numeri per superare sempre l’opposizione, sia alla Camera che al Senato. Questo vale in particolare per il Parlamento di questa XVI legislatura, in cui, almeno sino alla metà del 2010, la maggioranza ha goduto di amplissimi margini, soprattutto alla Camera.

Senonché spesso, molto più spesso di quanto si immagini, tanti parlamentari della maggioranza non prendono parte al voto, sia perché impegnati (in missione) con gli incarichi soprattutto di Governo (54 componenti dell’esecutivo su 64 sono anche parlamentari), sia perché semplicemente assenti. Quindi si verifica altrettanto spesso la possibilità per l’opposizione di “battere la maggioranza” e, di conseguenza, di bloccare una legge o di rinviare di molto i tempi della sua approvazione.

Eppure il rapporto che presentiamo dimostra come le numerose opportunità di ostacolare il cammino di leggi anche molto contrastate, non vengano sfruttate quasi mai, perché i parlamentari di opposizione, a loro volta, non vanno a votare in numero sufficiente.

Sono state prese in considerazione le votazioni in Assemblea (Camera e Senato) e tra queste solo quelle in cui lo schieramento di opposizione e quello di maggioranza hanno votato l’uno contro l’altro, come blocchi compattamente contrapposti. Con posizioni omogenee tra i gruppi che sostengono il Governo, da un lato, e quelli che lo contrastano, dall’altro. In questo modo sono stati eliminati dal computo tutti quei casi di voti “bipartisan” o a maggioranza variabile, in cui si siano verificate, su specifiche questioni, composizioni e alleanze non canoniche.

Pertanto l’analisi riguarda solamente quei provvedimenti per i quali l’opposizione si è schierata unitariamente contro, o a favore, e tuttavia le assenze o i voti difformi dei singoli (voti ribelli rispetto il gruppo di appartenenza) hanno consentito alla maggioranza di Governo di vincere, e quindi di essere “salvata”, malgrado le molte assenze tra le proprie file (parlamentari in missione o assenti).

Tra i parlamentari di opposizione non sono stati inclusi quelli che, al momento della votazione, facciano parte del gruppo misto della Camera o del Senato, in modo da considerare solo quei deputati e senatori che siano vincolati da un chiaro mandato politico parlamentare con il gruppo di appartenenza: quello di fare l’opposizione.

Ebbene, malgrado tutti questi filtri, nel setaccio rimane un numero impressionante di voti.

Considerate le votazioni che si sono svolte da inizio della XVI legislatura sino al 20 settembre 2011, alla Camera che Senato, quelle nelle quali la maggioranza è stata “salvata” arrivano al 35% del totale.

Più di un voto su tre.

Un fenomeno che pare proprio avere caratteristiche sistematiche, con particolare accentuazione nel primo anno della legislatura, dalla metà del 2008 a quella dell’anno successivo, quando il rapporto delle volte in cui la maggioranza poteva essere battuta e il totale dei voti supera il 50%, un voto su due.

In testa alle classifiche per assenze troviamo non solo i leader di partito di opposizione ma spesso anche i loro capigruppo alla Camera e al Senato, ossia le persone che governano le strategie e la disciplina dei rispettivi gruppi parlamentari.

Ma la realtà è un tantino più complessa e chiama in causa tutti, la maggioranza insieme alla minoranza, il significato del voto e dell’istituzione parlamentare nel suo complesso.

Quando diciamo che per 5.098 volte la maggioranza poteva essere battuta, questo non significa che il risultato avrebbe potuto essere automaticamente raggiunto con la presenza dei membri dell’opposizione. Perché, di norma, quando tra i banchi della maggioranza si fa largo il timore di “andare sotto”, immediatamente chi di dovere fa scattare l’allarme e da uffici e Palazzi nei paraggi, accorrono ministri e sottosegretari con doppio incarico e parlamentari “semplici” per votare in soccorso alla maggioranza.

Se queste cose non capitano più spesso è solo perché le assenze della maggioranza sono coperte, in media una volta su tre, da quelle dell’opposizione e tutto si tiene. I gruppi di maggioranza e quelli di minoranza - in particolar modo quelli più numerosi come PdL e PD - possono mantenere un margine agevole, con decine di parlamentari che non partecipano al voto (in missione o assenti). E così la scena di chi appoggia il Governo e di chi si oppone continua.

Rispettando l’atteso copione che vede la minoranza inevitabilmente soccombere dinanzi la maggioranza “schiacciante”. Ma senza stress, senza pestarsi i piedi reciprocamente, senza costringersi inutilmente a stare sempre lì “solo per pigiare un bottone”.

I numeri svelano la comoda finzione della rappresentanza parlamentare che scade spesso nella rappresentazione dove in molti, anche se non tutti per fortuna, sono presi da così tante altre faccende - altri incarichi pubblici (22 ministri, 31 sottosegretari, 2 sindaci, 4 assessori comunali, 12 presidenti e 11 consiglieri provinciali), da attività professionali (134 avvocati, 116 imprenditori, etc.) o di partito - che alla fine, quella di parlamentare, si riduce ad essere solo una sorta di incombenza ben remunerata, da gestire come si può tra le altre.

Questa è una deriva che va contro lo spirito della Costituzione e vìola le norme che i parlamentari stessi si sono dati attraverso i loro regolamenti.

La Carta fondamentale affida a ciascun parlamentare il potere di decidere attraverso il voto le leggi, nell’interesse e in rappresentanza di tutta la comunità nazionale. I regolamenti di Camera e Senato stabiliscono che andare in Commissione, in Aula, studiare, approfondire, ascoltare e capire i problemi delle comunità e, alla fine, votare, è un preciso “dovere” di ciascun deputato e senatore, di maggioranza e di opposizione.

Chi non lo fa, mina il ruolo cardine dell’istituzione Parlamento nel nostro sistema costituzionale e democratico.

I dati analizzati sono tratti dai siti di Camera e Senato e, come da prassi per openpolis, sono disponibili online aggiornati quotidianamente, nel sito www.openparlamento.it, dove possono essere consultati nelle nuove pagine, “Maggioranza salvata” e “Maggioranza battuta”, all’interno della sezione dedicata alle “Votazioni”.

Per conoscere il comportamento di voto di ogni parlamentare, si può andare nelle pagine loro dedicate nello stesso openparlamento.it, e, nella sezione “i suoi voti”, si possono trovare tutti i dettagli.

Per maggiori informazioni: Associazione Openpolis

[Il resto della ricerca può essere consultato scaricando l’allegato]


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