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“Donne, vodka e gulag” (Limina) di Marco Iaria – recensione


Personaggio scomodo, appena ventenne, Streltsov viene tacciato di un’accusa infamante: stupro.
lunedì 13 dicembre 2010, di Emanuele G. - 209 letture

Molti pensano che la storia sia il frutto dell’interazione fra personaggi illustri, vicende straordinarie e correnti di pensiero. Posizione condivisibile. Certamente. Essa, tuttavia, implica un’interpretazione riduttiva della storia. Come se personaggi “minori”, eventi particolari e sensibilità originali non fossero da comprendere nell’eterno fluire della storia. La storia – altrimenti – è un valore assoluto che non può essere oggetto di atteggiamenti parziali o analisi restrittive.

Ecco perché ho trovato molto interessante il libro di Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” pubblicato per i tipi della Limina. Infatti, è un libro che ricostruisce un periodo complesso e difficile della nostra recente storia partendo dalla vicenda terrena di uno dei più grandi calciatori russi di tutti i tempi: Eduard Streltsov. Un nome che a buona parte dei nostri lettori non dirà nulla.

Tale impostazione è già in nuce dal titolo. Magistrale. In appena tre parole l’autore sintetizza la vicenda di questo asso del pallone in attività fra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. Donne, vodka e gulag racchiudono gli ambiti dell’esistenza di Streltsov. Esistenza distrutta dall’amore fin troppo manifesto per le donne e la vodka. Amore, trasformatosi in terribile inferno, a causa dei cinque anni trascorsi nei gulag. A causa di un’accusa infamante: stupro.

L’autore ci racconta Streltsov utilizzando una prosa agile e penetrante. Sembra quasi di leggere il diario privato dello stesso Streltsov tanto si è riusciti a entrare nei suoi anfratti umorali più riservati. A rendere ancora più piacevole la lettura è l’aver sovrapposto due livelli storici di riferimento: gli accadimenti nell’Unione Sovietica e nel mondo.

Il risultato è che patteggiamo tutti per Streltsov in quanto più persona che personaggio. Proprio questo credo sia la motivazione per cui fu arrestato dalle autorità sovietiche. Voleva essere solo un giocatore di pallone e non un simbolo delle conquiste del socialismo reale. Comportamento poco in linea con l’agiografia del periodo. In fin dei conti Streltsov è indifferente alla politica. Il calcio è al centro del suo essere. Il resto non gli interessa minimamente.

Streltsov è stato una delle poche luci provenienti da quel mondo ermetico denominato Unione Sovietica. Alla fin fine ha vinto lui. Nonostante tutto. Ci ricordiamo con immenso piacere le sue giocate portentose espressione di un talento inarrivabile. La sua vittoria. La vittoria di un uomo semplice contro un apparato ossessivo e straniante.

“Eduard Streltsov, il campione”. Solo questo e nulla di più.

Per maggiori informazioni: Limina

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