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Donne senza uomini

(Zanan-e Bedun-e Mardan) Regia di Shirin Neshat. Drammatico, 2009. Ger/Aut/Fra 95 min. Con Pegah Feridon, Arita Sharzad, Shabnam Tolouei, Orsi Toth.

di Orazio Leotta - mercoledì 24 febbraio 2010 - 5312 letture

Shirin Neshat, alla sua opera prima, realizza una surrealistica trasposizione tratta dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur e sbalordisce l’esigente pubblico della rassegna veneziana meritando il Leone d’Argento per la migliore regia.

Coraggiosa nel portare sullo schermo un romanzo, che costò alla sua autrice l’esilio, per aver raccontato la storia di quattro donne nei mesi che precedettero la consegna della Persia di Mossadeq (forse l’ultimo esempio di democrazia in Iran), allo Scià e dunque agli Usa e alle imprese anglo-americane assetate dell’oro nero locale: Munis che scappa dal fratello-padrone integralista e dittatoriale; Zarin, giovane prostituta che fugge dal bordello; l’occidentalizzata Fakhri che riesce a divorziare da un matrimonio senza amore e Faezeh che invece crede ancora nell’amore, al punto di non accorgersi dei tumulti e del caos che imperversano nelle strade.

Donne di diversa estrazione sociale ma che hanno in comune l’essere soffocate dallo sguardo maschilista e costrette a una non vita, a nessun diritto, tanto meno a quello di essere semplicemente felici. Il vento, elemento frequente in molte sequenze del film, non è altro che una metafora: le donne protagoniste vivono nel vento della storia che cambierà per sempre la loro vita e quella del loro paese: lo Scià ben presto attraverso la polizia segreta, trasformerà la democrazia in una dittatura che porterà gli animi a quella rivoluzione coranica-integralista degli Ayatollah che ancor oggi è causa di divisione tra il mondo occidentale e quello musulmano.

La femminilità che pervade il film diviene lo specchio di una società in cui le donne sono delle semplici silhouette nere, ma allo stesso tempo ne riflettono il fermento, il tentativo di cambiare. Il paesaggio, fotografato sapientemente dalla stessa regista (il cui esordio alla regia giunge dopo una brillante carriera come fotografa e videoartista), diviene funzionale all’azione, si integra con essa, e regala, con toni cromatici virati al seppia, l’immagine di un Iran lontano, quasi mitico.

La storia delle quattro donne protagoniste, naturalmente può essere considerata una storia non solo iraniana ma adattabile a qualunque contesto mondiale ove manchi la libertà di espressione e di scelta dell’essere umano. La regista, che da oltre trent’anni vive a New York, così come i tantissimi artisti iraniani sparsi per il mondo, grazie soprattutto alla rete, sono costantemente in contatto fra di loro, per comunicare, per conoscere, per informare, e prodotti come “Donne senza uomini” non possono che dare forza ad una contestazione appartenente non solo alle alte classi sociali o agli intellettuali ma a tutte.

neda_iran_elections_3347_9278[1] Il ricordo non può che andare alla studentessa di filosofia Neda Soltani, uccisa dai cecchini, durante una manifestazione, lo scorso giugno a Teheran, eletta a simbolo di libertà, morta con gli occhi aperti facendo vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi.


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