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Donne e pace


Verso una globalizzazione della pace e della solidarietà, occorre definire il contributo politico delle donne
giovedì 28 dicembre 2006, di Erminia Bosnia - 767 letture

Una domanda mi sono posta, letto l’ultimo paragrafo del volume Not in my name, “L’alternativa della pace?”.

Nella scia di quanto accaduto dopo l’attacco dell’11 settembre, i saggi del libro Not in my name hanno inteso dimostrare che la volontà di guerra è una scelta politica ben precisa. E di ciò dovremmo diventare tutti consapevoli, soprattutto in Europa dove continuiamo, almeno noi dell’Europa occidentale, ad adagiarci sulla convinzione che da dopo la seconda guerra mondiale stiamo vivendo il più lungo periodo di pace! Siamo dunque persuasi che bisogna discutere dei problemi e delle definizioni di guerra come alternativa alla pace che siamo abituati ad assaporare, ma credo che si debba ribaltare il problema e che bisogna parlare di pace come alternativa alla guerra, perché con Foucault sostengo che la “politica è la guerra continuata con altri mezzi”; affermazione nelle lezioni tenute al COLLEGE DI France nel 1976. Ed in effetti, Foucault sostiene che il potere è in posizione subordinata rispetto all’economia, ha come ragione d’essere e fine quello di servire l’economia, e secondo aspetto che sottolinea il Nostro è che il potere è modellato sulla merce: qualcosa che si possiede, si acquisisce, si cede o per contratto o per forza, e che circola. E’ una relazione indissociabile che non ci concede altri strumenti d’analisi del rapporto economia e potere; un potere che non si dà, non si scambia, non si riprende, ma si esercita e non esiste che in atto. L’aspetto evidente è la repressione attuata dal potere e, dunque, il rapporto di forze, le lotte, gli scontri, la guerra, ma ai quali bisogna aggiungere, in termini funzionali, il mantenimento degli strumenti di produzione.

Il rovesciamento della tesi di Clausewitz, consente di poter definire che la meccanica del potere è, appunto, nella politica che attraverso una guerra silenziosa, arresta la guerra visibile, permette il costituirsi di una società civile, ma continua i rapporti di forza nelle istituzioni, nelle disuguaglianze economiche, nel linguaggio “fin nei corpi degli uni e degli altri”, mantenendo costante il disequilibrio. E gli scontri politici che ci troviamo ad assistere non possono che essere interpretati che come la continuazione della guerra. La conclusione di Foucult è che la decisione definitiva non può venire se non dalla guerra. L’ultima battaglia sarebbe la fine della politica, solo l’ultima battaglia sospenderebbe l’esercizio del potere come guerra continua. Ritornando al nostro volume, la varietà degli interventi scritti non fa che rispondere, secondo me, a questa tesi: dall’evoluzione della definizione di guerra, all’ambiguità dei termini con cui si dichiarano guerre illegittime, penso all’invenzione, mi si passi questo termine, di “guerra umanitaria”.

La contraddizione della società capitalista, che parla di distribuzione di beni, ma si ferma solo alla popolazione occidentale, uccidendo tutti gli altri esseri non solo con le armi sempre più sofisticate, ma con gli embarghi, con la depauperazione dell’ambiente, con la manipolazione genetica anche delle piante che non riproducono semi, con il controllo sui medicinali, con la partecipazione in diretta delle efferatezze delle guerre, per un processo di educazione che scherma le coscienze contro le torture, le violenze a cui si assiste. E non mi soffermo sull’importanza della definizione dei diritti umani, dell’autodeterminazione dei popoli, rilevando forse, l’ambiguità e la debolezza del diritto internazionale, ed il tentativo di alcuni “gendarmi del mondo” di togliere potere d’intervento alle istituzioni internazionali preposte al mantenimento della pace ed al sostegno dei popoli del mondo. E’ possibile costruire un attivismo per la pace con la rimessa in opera di un processo di pace e di costruzione della società mondiale, non vissuta come globalizzazione delle merci e delle culture, ma come aspetto di un benessere diffuso, secondo i presupposti che la cultura e la scienza, pur se con le sue contraddizioni, si era posta nel secolo appena trascorso. Paradossalmente, la costruzione di un attivismo della pace deve provenire propria dalla elaborazione di un pensiero politico per la pace e per i diritti, da un’organizzazione che si riesca a porsi come coagulo di tutti gli organismi nazionali ed internazionali che agiscono per la ricostruzione di un processo che coinvolga gli uomini e le donne di tutto il mondo.

Ci troviamo a vivere in un’epoca diversa tra tutte le altre che ci hanno preceduto, il post-moderno con la “sua crisi dei valori”, con la necessità di una riduzione della complessità, porta con sé la contraddizione o meglio l’opposizione tra l’impegno svolto da uomini e donne in lotta per la pace, l’uguaglianza, il benessere socio-ambientale, e altri che vivono sulla Terra come se il futuro dell’umanità non esistesse, arraffando tutto quanto è possibile; e l’analisi della contemporaneità è il più difficile dei compiti di qualsiasi individuo. Ma è verosimile pensare che momenti d’incontro e di dibattito consentano un’elaborazione ed una partecipazione verso obiettivi comuni che esulino dagli stigmi a cui ci troviamo sottoposti, penso, ad esempio, a tutte le polemiche in Italia sull’affermazione “Né con Bush Né con Saddam”, o al senso di delusione che possiamo aver vissuto quando, nonostante la manifestazione della pace di qualche mese fa, su cui “non tramontò il sole”, comunque abbiamo dovuto assistere inermi all’attacco all’Iraq, coperto dalle “ragioni” dei suoi aggressori. Questo ci permette di poter sostenere, che l’11 settembre non debba rappresentare una cesura col passato, né che il terrorismo si sconfigge con le guerre d’invasione, ma che bisogna coordinarci affinché le diplomazie internazionali possano svolgere il loro ruolo, che esiste un futuro possibile all’ineluttabilità della guerra di cui la pace rappresenta l’alternativa attiva.

Chiuderei con un’osservazione, forse azzardata, che riguarda gli studi volti a comprendere perché le donne non partecipano alla politica. Non ne ripercorro le linee-guida note e comunque alquanto diffuse; ma vorrei coglierne un aspetto differente quale contributo ad un dibattito sulla pace che mutuo dalla definizione di politica esposto all’inizio della mia riflessione. Se tutto quanto sostenuto da Foucault, da me condiviso, è accettabile, uno tra i motivi della riluttanza delle donne ad una partecipazione partitica alla politica è ravvisabile in questo motivo che potremmo definire oscuro, poco evidente: la negazione della politica come guerra continuata con altri mezzi; il rinnegamento di uno scontro tra poteri e, piuttosto l’esigenza di una costruzione di un pensiero di genere che esuli dalle regole fin’ora imposte. A dimostrazione di quanto affermato vorrei far emergere che oltre alle professioni d’aiuto, ormai monopolio delle donne, al ruolo svolto nei movimenti spontanei e nelle associazioni che lottano per il diritto alla vita, alla pace, contro le violenze e le mutilazioni sessuali, la critica maggiore che si pone alle donne in politica è che assumono gli stessi comportamenti, lo stesso mondo di pensiero maschile, usato in termini categoriali e non di genere, e potrei azzardare l’ipotesi che un aumento di presenza “femminile” in questo campo potrebbe trasformare la “presa di potere” che ci troviamo ad assistere e, forse, favorire nuove forme di comunicazione intorno all’oggetto della politica. Oso questa similitudine perché penso a quanto la presenza delle donne in campo scientifico, in campo letterario o ad esempio la dirigenza nelle istituzioni pubbliche influenzi con la sua gestione del tempo, degli impegni, dell’etica il management, promovendo riflessioni e riorganizzazioni dello stesso lavoro, nei limiti della legge e dei contratti.

Quanto potrebbe essere produttiva per una politica di pace l’opposizione attiva delle donne, anzi oserei definire, viscerale all’uccisione dei propri figli e di quelli altrui, con qualsiasi mezzo e qualsiasi arma. Ma perché ciò avvenga diventa ancor di più necessario che si riesca a comprendere il benessere derivante dalla pace, non formale e solo per un quinto della popolazione mondiale, me come bene economico di tutto il mondo.

Occorre, quindi, che la riflessione sulla pace esca fuori dalla sfera dell’etica e della morale e diventi strumento di un nuovo modo d’intendere l’economia che, purtroppo per noi, ancor oggi, risulta incompatibile con’etica della solidarietà.

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