Il look di Streltsov assomigliava a quello degli stiljagi, i giovani controcorrente dell’epoca, ma come loro non rivendicava alcunché dal punto di vista politico. Non un "nemico del popolo", quindi, ma nemmeno un testimonial dell’apparato. Il problema è che piaceva a troppa gente, negli stadi migliaia di giovani entusiasti lo osannavano. E questo la nomenclatura non poteva accettarlo
Qualche mese fa abbiamo ospitato la recensione di un interessantissimo libro sul mito del football sovietico degli anni cinquanta e sessanta Eduard Streltsov intitolato "Donne, vodka e gulag. Eduard Streltsov, il campione". Oggi intervistiamo l’autore. Marco Iaria.
Perché un libro su Streltsov? Cosa la affascina in questo giocatore?
"Un documentario della Bbc su calcio e comunismo, visto qualche anno fa, mi ha fatto conoscere per la prima volta la storia di questo George Best ante litteram. Decisi di approfondire una vicenda così poco conosciuta in Italia, anche perché mi affascinava l’idea di immortalare un calciatore che poteva diventare una stella internazionale ma che si è dovuto accontentare di essere un eroe in patria. Qualche giorno prima di partire per i Mondiali in Svezia del 1958, dove avrebbe potuto rivaleggiare con Pelé, la sua carriera di astro nascente venne irrimediabilmente compromessa. Il regime sovietico si accanì contro di lui come se si trattasse di un "nemico del popolo" che sobillava le masse e non un giovane di 21 anni che amava divertirsi come un qualsiasi coetaneo occidentale".
Credo che parlare di Streltsov sia anche un escamotage tattico per lanciare flash sull’Unione Sovietica degli anni 50/60...
"Ciò che mi ha colpito di più è stato proprio il fatto che tutta quella ostilità nei confronti di Streltsov si manifestava in quella che sarebbe passata alla storia come l’era del disgelo. E’ dimostrato che il caso del calciatore della Torpedo e della Nazionale finì sul tavolo di Kruscev e che lo stesso segretario del Pcus non indugiò a spedire Streltsov ai lavori forzati. Quello stesso Kruscev che, due anni prima, aveva denunciato i crimini e il culto della personalità di Stalin nel XX Congresso. Le aperture apparenti del regime, in quegli anni, cozzarono con numerosi episodi di intolleranza: Streltsov, certamente, ma pure Pasternak, lo scrittore costretto a rinunciare al Premio Nobel per "Il dottor Zivago".
Il libro si svolge su due direttrici. Da un lato, un uomo (Steltsov) che vuole vivere la sua vita. Dall’altro, il tentativo dei "piani alti" di influenzarne la vita facendolo diventare un simbolo del regime. Questa mia interpretazione è corretta?
"Sì. Lo sport, come in tutte le dittature, doveva essere funzionale alla macchina della propaganda e gli atleti di punta avevano una duplice missione: vincere sul campo contro gli "sporchi" capitalisti e assumere fuori uno stile di vita da perfetto socialista, in modo da rappresentare un modello positivo per i giovani. Streltsov era bravissimo in campo ma fuori beveva, amava fin troppo la vita notturna, si concedeva pure qualche scazzottata, portava quel ciuffo alla teddy boy. Tutto quanto stonava con l’immagine istituzionale incarnata da Jascin o Netto, i calciatori dell’epoca presi come punto di riferimento. Non a caso, prima della condanna per stupro e del gulag, Streltsov fu vittima di una lunga e pesante campagna di stampa portata avanti dalla Komsomolskaya Pravda, l’organo ufficiale della gioventù comunista".
A mio giudizio Steltsov non era interessato ad essere un uomo dell’apparato. Gli interessava solo giocare.
"Il look di Streltsov assomigliava a quello degli stiljagi, i giovani controcorrente dell’epoca, ma come loro non rivendicava alcunché dal punto di vista politico. Non un "nemico del popolo", quindi, ma nemmeno un testimonial dell’apparato. Il problema è che piaceva a troppa gente, negli stadi migliaia di giovani entusiasti lo osannavano. E questo la nomenclatura non poteva accettarlo".
La sua condanna a svariati anni di "residenza forzata" nei gulag è forse il tentativo del regime sovietico di educare le masse colpendo uno particolarmente in vista?
"I cinque anni trascorsi nei gulag, dove rischiò anche di morire a causa di una rissa con un teppistello, furono una punizione esemplare. A quell’epoca, alcuni intellettuali filo-regime arrivarono a parlare di "sindrome da star". Alcuni atleti, una volta raggiunto il successo e la notorietà, si atteggiavano - questa era l’accusa - a star viziate. Streltsov era una di queste. Nessuno potrà mai dire cosa sia successo quella notte nella dacia tra Streltsov e Marina Lebedeva, se ci sia stato o no lo stupro. Sicuramente l’inchiesta fu approssimativa e il processo durò due giorni. Streltsov, comunque, era da tempo finito nel mirino dei servizi segreti. Dal rifiuto di trasferirsi al Cdsa (la squadra dell’esercito) e alla Dinamo (quella della polizia) al comportamento non proprio riverente nei riguardi della figlia di una potente donna membro del Politburo: furono diversi i motivi per i quali Streltsov non era per nulla amato dal regime"."
In cosa Steltsov era un campione?
"Fu un centravanti formidabile, capace di segnare 25 gol in 38 partite con la nazionale dell’Unione Sovietica. Fu uno dei precursori del colpo di tacco, che tutti a Mosca ribattezzarono "colpo alla Streltsov". Quando tornò dal gulag e dopo un’assenza di 7 anni dal calcio, guidò subito la sua Torpedo alla vittoria del campionato nazionale. Commentatori e appassionati gridarono al miracolo".
Cosa ci insegna la vicenda umana di Steltsov?
"Nel corso della storia, le dittature hanno disinvoltamente utilizzato lo sport come strumento di propaganda, contando sul suo enorme potere di persuasione tra le masse. Campioni finiti nei campi di concentramento, squadre cancellate d’ufficio, partite combinate e rappresaglie contro chi non ci stava. E’ un discorso che ci porta dritti ai giorni nostri. In Libia, Al Saadi Gheddafi, il figlio del Colonnello calciatore della squadra della capitale, era abituato a truccare le gare per evitare brutte figure: la rivalità tra Tripoli e Bengasi nasce proprio sui campi di calcio, nel 2000. Quelli di Bengasi non si vollero piegare e pagarono il loro coraggio a caro prezzo. Da Streltsov alla Libia, insomma, la storia non cambia".
Avete visto quanto sia pericoloso spingere eupalla (termine inventato dal giornalista Gianni Brera-nda)? Il pallone è in fondo un bel simbolo di libertà. Assoluta.