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"Dollirio". Il nuovo lavoro di Nino Romeo tra storie di mafia ed evoluzioni dell’animo umano. In scena al Teatro Musco di Catania fino al 6 maggio


Un viaggio introspettivo nell’evoluzione dell’animo di una donna all’interno di una storia di mafia.
martedì 8 maggio 2007, di Liliana Rosano - 709 letture

Non un testo sulla mafia, ma piuttosto un viaggio introspettivo nell’evoluzione dell’animo di una donna all’interno di una storia di mafia. Il dramma di “Dollirio”, che prende forma esclusiva di un monologo affidato all’intensa e drammatica interpretazione della bravissima Graziana Maniscalco, si dipana in un arco temporale trentennale: dal momento in cui la giovane e fragile Mara si rivolge al boss Dollirio, interpretato dallo stesso Nino Romeo, sempre presente in scena ma costantemente muto, per conoscere i mandanti dell’omicidio dei suoi genitori, fino all’ascesa del ruolo della donna, divenuto poi dominante all’interno della famiglia mafiosa.

Oltre ai richiami a fatti di cronaca e ai giochi di potere di cui è stata protagonista la mafia catanese, la vera forza drammatica del testo sta in questo progressivo gioco a spirale in cui si intrecciano il rapporto tra l’universo femminile e quello maschile, dove non c’è spazio per la dimensione dolorosa dell’animo della donna, scarnificata senza concedere mai spazio al pentimento né alla catarsi. L’elemento innovativo e se vogliamo sperimentale della pièce, sta nel tentativo di assecondare la forza scenica del personaggio femminile a un certo tipo di linguaggio crudo, reale, altalenante tra siciliano ed italiano, che consente al testo di perdere la sequenza cronologica degli eventi e di attestarsi in una sorta di iperrealismo forzato della memoria.

Interessante è poi la realizzazione asettica e minimalista dello spazio scenografico e l’utilizzo delle luci: entrambi questi elementi delineano con forza il passaggio da un quadro all’altro e da un progressivo mutamento del personaggio di Mara all’altro con un effetto quasi cinematografico.

Suggestive le musiche di Franco Lazzaro, orchestrate in maniera classica, rendono semantici le sfumature emotive della protagonista sviluppando momenti onirici. Il forte impianto narrativo del testo non si frammenta mai, anzi, si struttura con vigore proprio nel finale che assume i caratteri di un riepilogo della memoria e della coscienza della protagonista, riepilogo racchiuso nella citazione di Max Stirner: “Io ho fondato la mia causa sul nulla.

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