Diritto negato

Ingiustizia nei confronti di Sallusti: vuole andare in galera e non riesce ad essere accontentato. Intanto la sua fidanzatina denuncia i giornalisti

di Adriano Todaro - martedì 4 dicembre 2012 - 2278 letture

Francamente debbo confessare di essere molto preoccupato e anche un po’ in pena. Sì perché la vicenda che riguarda quell’eroe della libera espressione, quel paladino della libertà di stampa, quel personaggio che si sta sacrificando per tutti noi e che risponde al nome di Alessandro Za-la-mort Sallusti, mi sta sconvolgendo. Spero proprio che intervenga Napolitano con la grazia.

L’ho visto recentemente in una trasmissione Tv, magro e emaciato, occhi acquosi, tristi, da cane bastonato, se mi capite, balbettante ma sempre lucido nel difendere il suo diritto ad andare in galera. Un diritto che non si dovrebbe negare a nessuno ed invece qua in questo Paese che una volta era la culla del diritto, questo diritto non c’è. In galera, Za-la-mort non riesce proprio ad andare. Ce l’ha messa tutta, ha scritto un falso o, meglio, l’ha fatto scrivere a Renato Betulla Farina, una mammoletta delle bufale, già condannato a suo tempo e quindi senatore della Repubblica italiana.

Il Procuratore di Milano, Bruti Liberati, ha previsto per Za-la-mort i domiciliari e il magistrato di vigilanza aveva deciso che poteva uscire due ore per andare al Giornale. In pratica casa e bottega. Nessun altro divertimento, nessuna cena elegante seduto vicino alla sua splendida, fine e delicata Daniela Santa Che?, nessuna comparsata alla televisione. Una vita miserrima a cui un intellettuale come lui non potrà certo sopportare a lungo.

Noi, invece, lo vedevamo già a bussare a San Vittore. "Scusi ‒ domandava timoroso Sallusti all’agente penitenziario di piantone ‒ posso entrare?". "Senta buon uomo ‒ rispondeva il piantone ‒ non mi faccia perdere tempo. Lei non può entrare, lei deve stare ai domiciliari". Il viso sofferente di Za-la-mort si faceva, a quel punto, ancora più teso: "Io non posso stare a casa mia...". "Certo ‒ rispondeva scocciato il piantone ‒ c’è scritto chiaramente. Lei deve andare ad abitare a casa di una certa... vediamo... ah, ecco. Daniela Garnero che ha casa idonea ad ospitarla". E così il povero Alessandro usciva da San Vittore e si sedeva, sconsolato, sulle panchine dei giardinetti che stanno proprio di fronte all’entrata del carcere, attorniato dai piccioni speranzosi di qualche briciola di pane. Ma Za-la-mort non ha briciole di pane. Solo rabbia. Rabbia per non essere riuscito ad andare in galera, impossibilitato così a diventare un martire della causa informativa.

Essì che San Vittore ha anche un giornale interno. Si chiama Il Due e prende nome dal numero civico 2 di piazza Filangeri, sede del carcere milanese. Avrebbe potuto dirigere quello, fare inchieste sul sopravvitto, sull’affettività, sull’utilità delle celle di rigore. Insomma aveva davanti a sé un grande avvenire. Certo, alla fine della giornata, non sarebbe andato a cena nei prestigiosi ristoranti milanesi. Al massimo poteva andare a mangiare nella cella vicina dove c’è sì uno che deve scontare 15 anni per omicidio, ma come fa il sugo lui...

Ma Alessandro, classe 1957, è uomo di grandi risorse e, pensa e ripensa, zitto zitto quatto quatto, tomo tomo cacchio cacchio, è fuggito dai domiciliari, è stato riarrestato e riportato ai domiciliari. E giovedì 6 dicembre ci sarà il processo per direttissima.

Prima di fuggire, però, ha avvisato televisioni e giornali per farsi immortalare nel suo martirio. Poco prima aveva trovato un capro espiatorio: "I colleghi sono degli infami ‒ aveva dichiarato veemente alla Tv di "Mattino Cinque" ‒ dovrebbero vergognarsi di quello che stanno scrivendo. Dovrebbero giocare con le loro vite invece che con la mia". Uno così finirà, di certo, in Parlamento.

Daniela Santa Che?, classe 1961, ha querelato La Stampa perché ha scritto che casa sua è "un domicilio da 920 metri quadrati con piscina coperta e letto king size". Ma è vero? Il problema non è questo. Secondo la raffinatissima signora, i dati riportati nell’articolo potrebbero incentivare malintenzionati nel tentare furti, rapine e quant’altro. E poi la privacy dove va a finire? "Il mio è un dolore intimo e non pubblico" ‒ afferma Daniela e, infatti, lo va dire ai microfoni di Tgcom24 ‒. "Preciso che non è casa mia ma casa nostra. Se due persone decidono di vivere insieme hanno una casa che è comune". Lapalissiano. In realtà vivere in 920 metri quadrati in due, ha lati positivi. Za-la-mort, quando Daniela chiama, può far sempre finta di non aver sentito e imboscarsi in qualche sottoscala. Certo le celle di San Vittore sono un po’ più strette ma volete mettere la serenità di farsi una briscola con gli altri tre della cella?

Ma la signora Santa Che? si spinge più in alto con ragionamenti di grande spessore che toccano l’etica, la politica, l’informazione. "Da un punto di vista politico è una barbarie ‒ insiste ‒. Napolitano e Monti che vanno in giro in Europa, cosa risponderanno a chi chiede come mai un direttore di un giornale italiano è agli arresti domiciliari? Essere arrestati per un’opinione è una barbarie".

E’ una barbarie anche affermare cazzate. Signora mia, cerco di spiegarglielo ancora una volta. Il direttore Sallusti non è stato condannato a 14 mesi per un’opinione ma per un falso diffamatorio. E cos’è sempre un’opinione pubblicare una grande fotografia, in prima pagina, di una studentessa coinvolta nello scoppio della bomba in una scuola di Brindisi, ferita, con i vestiti bruciati e parte del corpo denudato? Tanto è vero che l’Ordine dei giornalisti, che ha censurato Sallusti, ritiene che "L’umiliazione che la ragazza ha subito nel rimanere a terra, inerte, con il corpo parzialmente scoperto è stata enormemente accresciuta dalla pubblicazione dell’immagine sulla prima pagina". E vogliamo parlare anche delle altre vicende, con al centro il modo di fare giornalismo. del suo fidanzatino?

Si dia, quindi, una calmata, signora. Il suo Alessandro non andrà in galera. Resterà nella vostra casetta, linda e profumata. Così sarà a sua disposizione, sempre. L’aiuterà a lavare i vetri, mettere le tende, asciugare i piatti. Lei sarà raggiante; lui un po’ meno con quegli occhi sempre più tristi, demotivato, depresso. A pensarci bene, forse, preferiva veramente finire in carcere piuttosto che stare insieme a lei, pur in 920 metri quadri con piscina coperta.


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