Uno dei più persistenti è quello della finestra rotta. Uno rompe una finestra e questo viene celebrato come un boom dell’economia...
Dieci errori economici ricorrenti 1774 - 2004 / di H.A. Scott Trask
Come storico americano che conosce qualcosa delle leggi economiche,
avendo imparato dalla Scuola Austriaca d’Economia, sono rimasto
intrigato da come gli Stati Uniti sono rimasti prosperi, con una
economia ancora dinamica e produttiva, dati i gravi e ricorrenti
errori economici nei quali i nostri capi (politici, accademici e
imprenditori) sono incappati e dai quali sembra non riescano a
liberarsi e - aimé - li passano alle generazioni seguenti.
Prendiamone in considerazione dieci.
Mito 1 - La finestra rotta
Uno dei più persistenti è quello della finestra rotta. Uno rompe una
finestra e questo viene celebrato come un boom dell’economia: il
fabbricante di finestre riceve una ordinazione, il negoziante vende
una nuova finestra, un carpentiere viene assunto per istallarla, la
moneta circola, vengono creati posti di lavoro, il PIL sale. In
verità, naturalmente, l’economia non migliora assolutamente.
E’ vero che c’è un improvviso aumento d’attività - e qualcuno ci
guadagna veramente - ma solamente a spese del proprietario la cui
finestra è stata rotta, o della sua compagnia d’assicurazione. In
quest’ultimo caso, i clienti della compagnia vedranno aumentare il
premio da pagare per la polizza, specialmente se vengono rotte molte
finestre.
L’errore sta nella difficoltà nell’afferrare le conseguenze della
riparazione e della ricostruzione - il lavoro ed il capitale speso
che avrebbero potuto essere impiegati per costruire qualcosa di
nuovo. Questo errore, che parrebbe così semplice da spiegare e da
capire, anche se richiede uno sforzo intellettuale ed una particolare
astrazione mentale, rimane non sradicabile.
Dopo l’orribile distruzione delle Torri Gemelle nel settembre 2001, i
media hanno citato economisti accademici e professionali che ci
rassicuravano sul fatto che la risposta del governo agli attacchi
avrebbe portato ad una fine della recessione. Quello che non si
diceva è che le risorse destinate alla riparazione, alla sicurezza e
alle guerre sono risorse che non possono essere impiegate per creare
beni per i consumatori, per costruire nuove infrastrutture o per
migliorare la nostra civiltà. In realtà, stiamo peggio a causa
dell’11 settembre 2001.
Mito 2: la beneficienza della guerra
Un secondo errore è l’idea della guerra vista come un motore di
prosperità. Agli studenti viene insegnato che la seconda guerra
mondiale fece finire la depressione. Molti americani sembrano credere
che le tasse spese per commesse militari (che creano lavoro) non
siano una perdita per l’economia produttiva. I nostri capi politici
continuano a credere che una maggiore spesa statale sia un buon
sistema per far finire una recessione e per ravvivare l’economia.
La verità è che la guerra ed i suoi preparativi sono uno spreco
economico distruttivo. A parte le ricchezze guadagnate con la
vittoria (se si vince), la guerra e le spese militari sprecano
lavoro, risorse, e ricchezza, lasciando il paese più povero del caso
in cui queste risorse fossero state utilizzate per scopi civili.
Durante la guerra, le potenzialità di produzione di un paese vengono
deviate alla produzione di armi e munizioni, per trasportare gli
armamenti e i rifornimenti e per dare supporto agli eserciti in
campo.
William Graham Sumner descrisse come la guerra civile, durante la
quale lui visse, aveva sprecato lavoro e capitali:
"I mulini, le fonderie e le fabbriche erano attive nel lavorare per
il governo, mentre gli uomini che mangiavano il grano ed usavano i
vestiti erano impiegati per distruggere e non per creare il capitale.
Questa era certamente la guerra. E’ quello che significa la guerra e
che non porta prosperità".
Niente è più basilare ma continua ad essere ignorato dai nostri
insegnanti, scrittori, professori e politici. I 40 anni di guerra
fredda hanno impoverito il nostro paese sottraendo ricchezza,
distruggendo capitali e sprecando la forza lavoro di milioni di
persone la cui vita - sia che fossero soldati, marinai o lavoratori
del settore della difesa - veniva impiegata per creare l’impero, per
combatterne le guerre segrete, per fare armi invece di costruire la
nostra civiltà con cose utili, con il benessere e la bellezza.
Qualcuno potrebbe obiettare che la Guerra Fredda fosse una necessità,
ma non è questo - già si sa che la CIA, in uno dei suoi più gravi
errori d’intelligence sovrastimava la capacità militare sovietica e
la dimensione della sua economia stimandola il doppio più grande e
produttiva di quello che era. Il punto è lo spreco della guerra e
della sua preparazione. Io non vedo segni del fatto che i nostri capi
o la nostra gente lo capiscano oppure semplicemente che ci pensano.
La comprensione e la consapevolezza su queste realtà economiche può
portare ad una indagine più seria sugli scopi ed i metodi che
l’amministrazione Bush ha scelto per la Guerra al Terrore.
Solo pochi giorni dopo l’11 settembre Rumsfeld dichiarò che la guerra
sarebbe durata tanto a lungo quanto la guerra fredda (quaranta anni e
passa), o anche di più - una rivendicazione che l’amministrazione ha
ripetuto frequentemente da allora - senza sollevare nessun dubbio o
domanda da parte dei media, del pubblico od il partito
all’opposizione. Sarebbe il caso accadesse, se la gente si rendesse
conto quanto una seconda guerra fredda, questa volta contro l’Islam,
ci costerebbe in termini di vite, ricchezza e benessere e piaceri
perduti?
Mito 3. Il miglior modo per finanziare una guerra è prendere a
prestito dei soldi
A cominciare dalla guerra d’indipendenza e continuando fino alla
Guerra al Terrore, gli americani hanno scelto di pagare le loro
guerre prendendo a prestito i soldi e inflazionando la moneta. Adam
Smith credeva che la guerra doveva essere finanziata attraverso una
tassazione: in questo modo la gente avrebbe capito quanto veramente
la guerra sarebbe loro costata e così avrebbero potuto meglio
giudicare se fosse stata realmente necessaria.
Nonostante egli concedesse che il prendere a prestito i soldi nella
prima parte della guerra, prima che i proventi delle tasse non
avessero raggiunto le casse del Tesoro, lui insisteva che il prendere
a prestito i soldi sarebbe dovuto avvenire in minima quantità e solo
come un espediente temporaneo.
Il prendere a prestito i soldi aumenta i costi della guerra sotto
forma di interessi. L’inflazione della valuta, che spesso segue il
massiccio ricorso al prestito - come accadde con la guerra
d’indipendenza, la guerra tra gli stati, la guerra del Vietnam (tanto
per nominarne tre) - è il modo peggiore di finanziare la guerra
poiché fa salire i prezzi, lievitare i costi, aumentare il debito,
produce investimenti sbagliati e speculazione e peggiora l’effetto
redistributivo delle spese di guerra.
Nel 1861, l’amministrazione Lincoln decise che la gente del nord non
avrebbe sopportato molte tasse e che questo avrebbe aumentato
l’opposizione della gente alla guerra contro il sud. Secondo Sumner,
la questione finanziaria del giorno era
"se si dovesse continuare la guerra utilizzando monete di valore,
prezzi bassi e poche importazioni, oppure utilizzando emissioni di
banconote che avrebbero portato all’aumento dei prezzi e ad ingenti
importazioni".
Venne scelta la seconda soluzione e le conseguenze furono il debito
nazionale che arrivò dai 65 milioni di dollari del 1860 ai 2,7
miliardi di dollari nel 1865 ed una massiccia redistribuzione di
ricchezza ai detentori di buoni del tesoro.
Nel 1865, la questione finanziaria si pose un’altra volta.
Era: "Dobbiamo ritirare la cartamoneta, recuperare i metalli (oro e
argento), ridurre i prezzi, diminuire le importazioni, ridurre il
debito e vivere in economia finché non abbiamo recuperato le perdite
della guerra oppure continuiamo ad usare la carta, esportiamo i
metalli preziosi che erano stati messi a garanzia dei prestiti,
compriamo prodotti stranieri ed andiamo avanti facendo finta di
niente?"
La strada più semplice fu quella che venne nuovamente scelta (i
pagamenti con metalli non vennero ristabiliti fino al 1879,
quatordici anni dopo e quasi venti anni dopo la sospensione del 1861)
e la conseguenza fu un mercato borsistico gonfiato dall’inflazione ed
un boom delle ferrovie che culminò col panico del 1873, con il
fallimento della House of Cook ed il grande sciopero dei ferrovieri
del 1877, il primo grande scoppio di violenza industriale su larga
scala nella storia americana.
Mito 4. Spendere il deficit fa bene all’economia ed al debito
governativo
Tre anni fa, quando il segretario del Tesoro Paul O’Neill obiettò
alla politica di Bush del burro e delle cannoniere e dei tagli alle
tasse, gli venne detto dal vicepresidente Dick Cheney che "il deficit
non ha importanza".
Ovviamente i deficit non hanno importanza-per lui, ma contano per il
paese.
La cura della depressione suggerita da John Maynard Keynes include il
taglio delle tasse ed un aumento delle spese statali. "Siamo tutti
Keynesiani, adesso": dovrebbe essere questo il nuovo motto da
incidere sul fronte del palazzo del Tesoro a Washington.
Tuttavia, Keynes diceva che quando la recessione è passata, la spesa
statale andava ridotta, le tasse aumentate ed il deficit eliminato.
Attualmente la politica americana è di continuare l’indebitamento
dopo che è passata la recessione, e di proseguire l’indebitamento in
tempo di pace come in tempo di guerra. Una antica critica di questa
politica è che l’indebitamento del governo "allontana" l’investimento
privato aumentando i tassi d’interesse.
In un’era in cui la creazione del debito è così facile, gli interessi
rimangono bassi nonostante un massiccio indebitamento che raggiugne i
500 miliardi all’anno, gli economisti non prendono più sul serio
questa obiezione.
Un’altra critica dice che accumulando il debito si condannano le
nuove generazioni con un gran peso che è sia ingiusto che deprimente
per una futura crescita. Ancora una volta, gli economisti ed i
politici ritengono che questa obiezione sia infondata. Essi pensano
che le future generazioni ricaveranno benefici da ulteriori
indebitamenti - più sicurezza, più infrastrutture, una salute
migliore e maggior benessere - e poiché il capitale non verrà mai
ripagato, non sarà un gran peso comunque.
Si sbagliano: evitando di dover aumentare le tasse, l’indebitamento
nasconde il prezzo che si dovrà pagare per una maggior spesa pubblica
(la deviazione distruttiva del lavoro e del capitale dagli scopi
privati a favore dei progetti governativi) e genera una pubblica
opposizione potenziale a nuove e maggiori iniziative governative, da
noi e altrove. Si tratta di qualcosa contemporaneamente non
repubblicano ed antidemocratico.
In secondo luogo, a seconda di quanto a lungo sia demandato il
pagamento del capitale, l’accumulo degli interessi può raddoppiare,
triplicare, quadruplicare... il costo della spesa iniziale (il nostro
paese non è ancora stato in grado di ripagare il debito acceso
durante la guerra civile!).
In terzo luogo, il pagamento degli interessi rappresenta un perpetuo
trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai possessori di buoni del
tesoro - una specie di tassa regressiva che rende i ricchi sempre più
ricchi ed i poveri sempre più poveri.
Infine, il debito introduce nuove e completamente artificiali forme
di incertezza nei mercati finanziari dove ognuno cerca di indovinare
se il debito verrà ripagato con le tasse, con l’inflazione oppure per
niente.
Mito 5. Le politiche governative per promuovere le esportazioni sono
una buona idea
L’errore per cui il governo sarebbe un miglior giudice dei modi più
profittevoli per direzionare il lavoro ed il capitale - piuttosto che
gli individui - viene bene illustrato dalle politiche per le
esportazioni. Nel ventesimo secolo, il governo federale ha cercato di
promuovere le esportazioni in vari modi. Il primo consisteva nel
costringere all’apertura i mercati esteri attraverso la combinazione
delle pressioni militari e diplomatiche, tenendo allo stesso tempo
chiuso, o parzialmente chiuso, il nostro stesso mercato. La famosa
politica delle "porte aperte", formulata dal Segretario di Stato John
Hay nel 1899 non aveva mai preteso di rendere reciproco l’effetto
(dopo tutto, lui lavorava nell’amministrazione McKinley, la più
arciprotezionistica della storia americana) e spesso richiedeva una
nave armata ed un contingente di agguerriti marines per tenere e
aprire con un calcio quella porta. Un secondo sistema era il sussidio
alle esportazioni, che ancora ci accompagna. La Banca Export-Import
(ndt: quella che abitualmente finanzia l’esportazione di tecnologie
nucleari) venne creata da Roosevelt nel 1934 per fornire aiuti in
contanti, prestiti garantiti dal governo e credito a basso costo agli
esportatori ed ai loro clienti d’oltremare. Esiste ancor oggi -i
nattaccata da "supposti" amministratori e deputati repubblicani "a
favore" del libero mercato. Un terzo sistema era attraverso la
svalutazione del dollaro per rendere conveniente il prezzo dei
prodotti americani all’estero. Nel 1933, Roosevelt portò il paese
fuori dallo standard dell’oro e lo rivalutò a 34,06 dollari l’oncia,
cosa che rappresenta una significativa svalutazione. Lo scopo era di
permettere una maggior inflazione domestica e di spronare le
esportazioni, specialmente quelle agricole, cosa che fallì: ora Bush
ci riprova. Un quarto metodo, sperimentato dall’amministrazione
Reagan, era di abbassare i costi delle fattorie per incrementare le
esportazioni, chiudendo la forbice della bilancia dei pagamenti. Il
piano consisteva nel far vendere prodotti americani sottocosto,
catturare i mercati e rastrellare la valuta estera. (Quando lo fanno
gli altri, noi denunciamo questa pratica come scorretta, come
commercio predatorio). Che successe? Bene, venne fuori che il mercato
di esportazione agricolo era abbastanza elastico. Paesi come il
Brasile e l’Argentina, che dipendono dalle esportazioni agricole come
una tra le poche fonti di valuta estera di cui hanno disperatamente
bisogno per pagare i loro debiti da prestiti, tagliarono
semplicemente i loro prezzi per adeguarli a quelli americani. Il
piano fallì.
Ma andò anche peggio: gli agricoltori americani dovettero vendere
maggiori quantità (a prezzi più bassi) solo per andare in pareggio.
Nonostante ciò, mentre il volume totale delle esportazioni agricole
americane aumentava, il loro valore reale (in dollari costanti)
cadde: più lavoro e meno profitti. Inoltre i contadini dovevano
importare più petrolio ed altri prodotti per espandere la loro
produzione, cosa che peggiorò la bilancia dei pagamenti. Allora
vennero gli effetti collaterali imprevisti e deleteri. L’espansione
della coltivazione e l’allevamento di bestiame esaurì e degradò la
qualità dei terreni, inquinò i corsi d’acqua ed abbassò il valore
nutrizionale della maggior raccolta di vegetali, granaglie e proteine
animali.
Infine, la politica di un minor prezzo ed una maggior quantità portò
molti piccoli agricoltori, da noi ed all’estero, fuori dai campi e
nelle città, e oltrefrontiera, la nostra frontiera. Questa fu una
politica economica che non solo fallì nei suoi scopi ma peggiorò
proprio i problemi che intendeva alleviare causando una catastrofe
nutrizionale, ecologica e demografica.
Mito 6. La guerra commerciale funziona
Sumner chiarì che gli americani che avevano dichiarato la loro
indipendenza, non si erano difatti liberati dagli errori del
mercantilismo. I mercantilisti credono che il governo deve sia
regolare che promuovere alcuni tipi di attività economiche poiché
l’economia non sarebbe in grado di autoregolarsi né di raggiungere la
massima efficienza, se lasciata a se stessa. Così nella loro lotta
per l’indipendenza, gli americani adottarono due politiche dubbie: la
guerra commerciale e la finanza inflazionaria della guerra.
Non voglio riscrivere la storia dei "Continental" che si deprezzavano
(ndt: moneta emessa durante la guerra) - cosa che portò alla confisca
di proprietà senza una giusta compensazione, derubò i creditori,
impoverì i soldati ed i marinai, portò al controllo dei prezzi ed ad
un maggior debito di guerra - ma devo precisare cosa Sumner dimostrò
così ampiamente nella sua storia finanziaria della Guerra
Rivoluzionaria: la guerra commerciale danneggiò gli americani molto
più che gli inglesi.
Nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, la guerra commerciale prese
la forma del boicottaggio e dell’embargo. L’idea era che chiudendo il
nostro mercato ai prodotti inglesi, o negandogli i nostri prodotti,
dell’agricoltura e delle materie prime, avremmo potuto obbligarli
pacificamente a cambiare le loro politiche. Questa politica funzionò
solo una volta, obbligando gli inglesi a ritirare la legge Stamp Act
nel 1765, ma da allora in poi, ogni volta che ci abbiamo riprovato,
li rese antagonisti e portati a qualche forma di rappresaglia. Nel
1774-1775, all’alba della guerra. gli americani avevano
disperatamente bisogno di rifornimenti per preparare la guerra: gli
inglesi ci fornirono i prodotti migliori al miglior prezzo.
Rifiutando di effettuare scambi commerciali, con la speranza di
costringere gli inglesi a ritirare le loro leggi Coercive Acts, gli
americani cominciarono la guerra soffrendo di mancanza di
rifornimenti che col tempo peggiorò. Dopo alcuni anni di guerra, ci
ritrovammo con la necessità di commericare col nemico, cosa che venne
fatta attraverso l’Olanda e le isole West-Indian di Antigua e
Sant’Eustachio. L’embargo del presidente Jefferson del 1807-1809 fu
un fiasco completo. Non solamente fallì nello scopo di forzare gli
inglesi ed i francesi a rispettare il nostro commercio neutrale, ma
devastò l’economia del New England che dipendeva dal commercio e
dalla costruzione di navi, infierì sulle piantagioni del sud (che non
potevano più esportare), ridusse le rendite dalla tassa federale e
portò lo stato del New England sull’orlo della secessione. (ndt:
qualcosa di simile sta avvenendo con l’Italia nel nord a causa della
triplice tassazione: signoraggio, inflazione e tasse "normali").
Mito 7. Il tardo diciannovesimo secolo fu un’era di
capitalismo "Laissez-Faire"
Certamente il tardo diciannovesimo secolo NON fu un periodo di
laissez-faire, nonostante il testardo e persistente mito che afferma
il contrario. In verità, v’erano pochi regolamenti governativi
sull’imprenditoria, ma alti dazi, sussidi alle ferrovie ed il sistema
bancario nazionale dimostra che il governo non era un osservatore
neutrale. Sumner molto accuratamente lo descrisse come l’era della
plutocrazia, nella quale la ricchezza, organizzata politicamente,
usava il potere dello stato per i suoi interessi e vantaggi.
Egli ci mette in guardia: "Da nessuna parte nel mondo v’è il pericolo
della plutocrazia così come c’è da noi". A causa di queste
indiscrezioni, la gerarchia degli industriali manufatturieri e dei
detentori di buoni del Tesoro cercò di allontanare Semner
dall’Università di Yale dove si pensava che avrebbe "intossicato" le
giovani menti dei loro figli con le eresie del libero commercio.
Solamente durante due periodi dal 1776 il governo ha lasciato in pace
l’economia: durante i primi anni della repubblica federale e nei due
decenni prima della Guerra Civile. L’economista politico Condy Raguet
chiamò il primo periodo di libertà economica, dal 1783 al
1807, "l’età d’oro" della repubblica. Il commercio era libero, le
tasse erano basse, la moneta era solida e gli americani godevano più
libertà economica di qualsiasi altro popolo del mondo. Il Prof.
Sumner pensava che gli anni tra il 1846 ed il 1860 - l’era del tesoro
indipendente, dei bassi dazi e della moneta d’oro - fossero
davvero "l’età dell’oro"".
(Gli storici considerano i presidenti di quest’ultimo periodo -
Fillmore, Pierce e Buchanan - come tra i peggiori che abbiamo mai
avuto. Invece proprio in questo periodo, tra il 1848 ed il 1860, il
paese era in pace, l’economia era prosperosa, le tasse basse, la
moneta solida ed il debito pubblico si stava riducendo. Questo la
dice lunga su cosa gli storici intendano per "grandiosità politica".
Mito 8. Le società commerciali favoriscono il libero commercio
Mai nella storia del nostro paese le società, i finanzieri di Wall
Street, i detentori di titoli di stato ed altri grandi capitalisti,
come classe di interessi, hanno favorito una politica di libertà
economica e di non interventismo da parte del governo. Essi hanno
sempre favorito qualche forma di mercantilismo. E’ sicuramente
significativo che il Secondo Partito Repubblicano, fondato nel
Michigan nel 1854, era finanziato e guidato da uomini che volevano
rovesciare i desideri libertari degli anni 1840 e 1850. Naturalmente
ci sono state delle eccezioni.
I mercanti ed i proprietari di navi del marittimo New England fecero
una gran lotta per il libero commercio e per una moneta solida nei
primi anni della repubblica. I banchieri di New York City del
diciannovesimo secolo erano dei democratici che appoggiavano il
libero commercio, le tasse basse, la moneta solida e lo standard
dell’oro. Ma c’erano delle eccezioni.
Sentiamo la testimonianza di William Simon, che era segretario al
Tesoro sotto Nixon:
"Ho osservato con incredulità come gli uomini d’affari si rivolgono
al governo durante ogni crisi, piagnucolando per una protezione ed
una mano contro la competizione che aveva reso il nostro sistema così
produttivo. Ho visto proprietari terrieri del Texas, colpiti dalla
siccità, che chiedevano prestiti garantiti dal governo; cooperative
lattiere giganti che facevano pressione per praticare prezzi alti; le
maggiori compagnie aeree che combattevano la deregulation per
mantenere il loro stato di monopolio; gigantesche società come la
Lockheed che cercavano assistenza federale per salvarsi dalla loro
profonda inefficienza; banchieri, come David Rockefeller, che
chiedevano salvataggi dal governo per proteggersi dai loro
investimenti malati; reti di dirigenti, come William Paley della CBS,
che combattevano per mantenere restrizioni legali e per bloccare sul
nascere le reti televisive concorrenti. E sempre, questi
gentiluomini, proclamavano la loro devozione alla libera
imprenditoria e la loro opposizione all’intervento arbitrario nella
vita economica da parte dello stato. Eccetto, naturalmente, quando si
trattava del loro caso, che era sempre unico e che era giustificato
dalla loro immensa preoccupazione per il pubblico interesse.
Durante il diciannovesimo secolo, quelli che strillavano più forte e
con più efficacia per un intervento governativo nell’economia erano
uomini d’affari, ma naturalmente lo facevano anche gli agricoltori.
Gli uomini d’affari volevano politiche preferenziali sotto forma di
dazi di protezione, una banca nazionale ed il pubblico finanziamento
di "miglioramenti interni" come ponti, autostrade a pedaggio e
canali. Dal 1820, quelli che proponevano questo programma lo
chiamavano "sistema americano", di cui era campione preminente il
senatore Henry Clay del Kentucky. Il Raguet, più accuratamente, lo
chiamava "sistema inglese". Clay corse per la presidenza con questo
programma per tre volte, e perse tre volte: nel 1824, nel 1832 e nel
1844. Il suo protetto, Abraham Lincoln, imparò dall’esperienza e così
quando si propose per presidente nel 1860, sperando di implementare
lo stesso programma, raramente ne faceva parola. Al contrario,
prometteva di salvare i territori del west dal dramma della schiavitù
e di rovesciare il "potere schiavo" - un bel camuffamento politico
che funzionò in modo brillante. Il sistema americano era una forma
egregia di redistribuzione politica degli interessi forti. Arricchì
le piantagioni di zucchero della Louisiana, i coltivatori di canapa
del Kentucky, gli allevatori di pecore di New York, i produttori di
ferro della Pennsylvania, i magnati tessili del New England, le
società del canale e le ferrovie - tutto a spese dei contadini, dei
piantatori, degli operai e dei consumatori. Il movimento
protezionista anteguerra raggiunse il suo apogeo con il dazio del
1828, che raddoppiò le tasse doganali fino ad una media del 44% nel
1829 e del 48% l’anno dopo.
A quel tempo, Raquet calcolò che l’americano medio lavorava un mese
dell’anno solo per pagare il dazio. Ai suoi lettori, che non pagavano
alcuna tassa federale, né accise, questa quantità parve
impressionante. Nel 1830, il giorno della libertà dalle tasse era il
primo febbraio. Oggi bisogna lavorare fino a giugno, per pagare le
tasse: cinque volte di più.
Un altro trasferimento di reddito era effettuato attraverso il
vizioso sistema bancario del tempo, sotto il quale i banchieri
incorporati, senza capitale, caricavano gli interessi per affittare
in cambio pezzi di carta (banconote) e depositi a vista che a lorto
costavano niente, a parte il costo di stampa. Alcuni libertari
dicevano che questa era l’era della libera pratica bancaria. Non era
affatto così: i banchieri erano protetti dallo scudo della
responsabilità limitata e, durante il panico finanziario quando c’era
la corsa agli sportelli, da leggi speciali che sospendevano l’obbligo
del pagamento in moneta - quando essi rifiutavano di dare moneta
sonante in cambio dei loro pezzi di carta.
La loro cartaccia veniva accettata per il pagamento delle tasse dalle
regioni e dallo stato. Se uno comprava terra, pagava dazi
d’importazione, comprava titoli o azioni di banca, per il governo, le
banconote erano buone come l’oro. Queste misure plutocratiche
effettuavano una redistribuzione della ricchezza, ben prima del
nascere del socialismo. Sumner diceva che i plutocrati della sua
epoca di dopoguerra (manufattori, baroni delle ferrovie, banchieri
nazionali e detentori di buoni del tesoro) stavano "semplicemente
cercando di fare quello che i generali, i nobili ed i preti avevano
fatto in passato - prendere il potere dello stato nelle loro mani, in
modo da opprimere i diritti altrui a loro proprio vantaggio".
I plutocrati di oggi sono ancora a quel punto, con ancora più
successo, quasi senza alcuna opposizione.
Mito 9. Hamilton era grande
Un altro mito è quello del fatto che il genio finanziario ed
economico dell’uomo di stato Alexander Hamilton aveva salvato il
credito degli Stati Uniti in fasce e aveva stabilito basi economiche
e finanziarie solide essenziali per la futura crescita e prosperità.
La biografia agiografica di Ron Chernow su Hamilton sta diventando un
best seller, riempiendo gli scaffali delle maggiori librerie: il suo
scopo è di perpetuare il mito di Hamilton per un’altra generazione.
La biografia concisa e devastante che ne fa Sumner di questo
vanaglorioso trombone pusillanime, scritta oltre cento anni fa,
rimane la cosa migliore da leggere. Il Prof. Samner ha studiato
approfonditamente le lettere e gli scritti di Hamilton - inclusi i
tre principali. il Rapporto sul Credito Pubblico (1790), il Rapporto
su una Banca Nazionale (1790) ed il Rapporto sui Manifatturieri
(1791) - ed è arrivato a tre conclusioni: primo, Hamilton non aveva
mai letto il Wealth of Nations di Smith (1776), il più importante
trattato economico scritto nel mondo anglo-americano del periodo;
secondo, era un mercantilista che si sarebbe trovato a casa sua
lavorando nel ministero di Sir Robert Walpole o di Lord North; terzo,
Hamilton credeva molte cose che non erano vere - che i buoni federali
fossero una forma di capitale, che il debito pubblico fosse una
benedizione nazionale, che l’esistenza delle banche aumentava il
capitale del paese, che il commercio estero impoveriva un paese della
sua ricchezza, se non c’era un surplus di esportazioni, e che tasse
più alte erano un incentivo all’industria e necessarie perché gli
americani erano pigri e si divertivano troppo.
L’idea era che se tu tassi di più gli americani, loro avrebbero
lavorato di più per mantenere il loro standard di vita, aumentando
così il prodotto lordo del paese e fornendo al governo con più soldi
da spendere in grandi progetti ed avventure militari. Hamilton venne
preso a sassate una volta da una folla inferocita di operai a New
York. Capite ora perché?
Mito10.Agricoltura o industria: dobbiamo scegliere
Gli storici insegnano che gli americani del 1790 e del 1800 avevano
due scelte economiche - Hamilton ed i federalisti che credevano nella
moneta solida, nelle banche, nell’industria e nel progresso
economico, ed i Jeffersoniani che credevano nell’inflazione,
nell’agricoltura e nella stasi. Questa è una rozza semplificazione.
Non tutti i federalisti erano Hamiltoniani: molti lo disprezzavano.
Hamilton riteneva dogmaticamente che gli Stati Uniti dovessero
divenire una nazione manifatturiera come l’Inghilterra e che fosse
dovere del governo federale di raggiungere questo obiettivo
attraverso politiche di promozione. Jefferson, d’altro canto,
oscillava tra il liberalismo e l’agricoltura. Al meglio, era un
liberale, ma per lungo tempo credette dogmaticamente che gli Stati
Uniti dovessero rimanere un paese agricolo e che fosse dovere del
governo federale mantenerlo tale ritardano lo sviluppo manifatturiero
su larga scala.
Così, per espandere il commercio, avrebbe dovuto: combattere i poteri
protezionistici ed i gruppi commerciali ostili, acquisire più terra
coltivabile attraverso acquisti o guerre e, dopo aver ottenuto la
necessaria legge, finanziare la costruzione di migliorie interne per
facilitare il movimento della produzione agricola fino ai porti.
Per questo, Jefferson autorizzò l’acquisto della Louisiana, la guerra
Tripolitana, l’Embargo, ed il suo successore prescelto, James
Madison, la guerra del 1812, tutto per soddisfare questa visione
agraria. Come presidente, Madison divenne ancor più Hamiltoniano,
appoggiò il ristabilimento della Banca degli Stati Uniti, l’aumento
delle tasse, la coscrizione e la nomina di nazionalisti alla Corte
Suprema. Nominò Joseph Story, che sarebbe come dire che Ike mise Earl
Warren, o Bush che nomina Souter. Nel frattempo, ormai in pensione,
Jefferson difendeva l’industria manifatturiera per raggiungere
l’autosufficienza economica nazionale.
Perché non la libertà?
Oltre all’appoggio dell’industria e dell’agricoltura, c’era una terza
posizione - chiamatela liberalismo o laissez-faire - che sosteneva
che il governo non deve promuovere né le manifatture né
l’agricoltura, ma lasciarle in pace, che prosperino o no, che si
espandano o recedano, a seconda della profittabilità, dell’utilità,
della scelta individuale e delle leggi economiche. Ispirata dagli
scrittori Adam Smith e David Ricardo, ma ancor più dalla scuola
radicale francese di Turgot, Say e de Tracy, i cui motti "laissez
nous faire" (lasciateci in pace) e "ne trop gouverner" (non governare
troppo) ispirava l’essenza del buon governo.
Eminenti rappresentanti di questa filosofia liberale furono il
giovane Daniel Webster, che si fece una reputazione per l’arte
oratoria con fieri discorsi a favore del libero commercio, della
moneta solida e dei diritti statali, come deputato del New Hampshire,
ed il grande John Randolph della Virginia, che litigò con Jefferson
sull’embargo e si era opposto alla guerra del 1812, perdendo di
conseguenza il suo seggio, e Condy Raguet, l’influente economista
politico che fu il primo americano a sviluppare una teoria monetaria
del ciclo economico, cosa che fece in risposta al panico del 1819. Il
laissez-faire era la causa che si opponeva alla plutocrazia e stava
dalla parte della gente. Rappresentava il ragionamento sia etico che
di buona economia.
Conclusione
Quando stava scrivendo il suo magistrale "Storia della moneta
americana", Sumner era preso dalla questione di come il nord America
potesse sopportare livelli di inflazione ed indebitamento che
avrebbero rovinato qualsiasi paese europeo. La sua risposta fu: "Il
futuro che stiamo scontando così liberamente onora le nostre cambiali
su questo. Sei mesi di sacrifici per metterci a posto, e le nostre
creazioni creditorie, come anticipazioni di futuro prodotto del
lavoro, si solidificheranno".
In altre parole, il paese era così produttivo che le perdite portate
da questi eccessi venivano presto risolte. Aggiunse: "Ci vantiamo
spesso delle risorse del paese, ma non abbiamo fatto il paese. Che
motivo c’è di vantarsi? Il problema per noi è: cosa ne stiamo
facendo? Nessuno può apprezzare giustamente le risorse naturali di
questo paese finché, studiando gli effetti deleteri di una cattiva
moneta e di una cattiva tassazione, si sia fatto un’idea su quanto,
dai primi che ci si sono insediati, sia stato sprecato e perso".
Le cose che non si vedono. Cominciamo con la geografia e le risorse,
alle quali Sumner allude. I 48 stati più bassi sono interamente in
zone temperate. A parte gli stati desertici del sud-ovest, tutti
ricevono abbondanti piogge. La maggior parte della terra è fertile ed
abbondante. Il paese trabocca di risorse naturali.
Poi ci sono le persone. Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti
godevano di una bassa densità di popolazione, che significava
stipendi alti e prezzi bassi per la terra. Per secoli la popolazione
è stata una delle più industriose del mondo, creando una
infrastruttura sulla quale costruire. Poi c’è la cultura. Molto a
causa della cristianità, l’invidia qui non ha ragione d’essere, a
differenza del terzo mondo dove forse è l’impedimento maggiore alla
creazione di ricchezza ed allo sviluppo.
Anche per lo stesso motivo, c’è poca corruzione che anch’essa
impedisce la crescita. Infine, esiste la tradizione della legge, il
rispetto per la proprietà privata, la tradizione del profitto e la
libertà contrattuale. Queste istituzioni - e non le idee fallaci, le
istituzioni corrotte e le cattive politiche menzionate sopra -
formano il cuore della prosperità americana.
Lo storico Scott Trask è un discepolo del Mises Institute, sede
principale della Scuola Austriaca d’Economia. www.mises.org
In Italia vi sono almeno 5 economisti austriaci:
Marco Bassani - Università di Milano; Mises Institute
Enrico Colombatto - Universita’ di Torino
http://web.econ.unito.it/colombatto
Raimondo Cubeddu - Università di Pisa
Roberta Adelaide Modugno - Università di Roma 3
Carlo Lottieri - Università di Siena
Eppure il capitale di per sé è buono. Perché è spirito,
materializzato attraverso sudore della fronte, nella moneta, che
proviene dal manas, che è mente, memoria, così come pure il capitale
proviene dal dal capo. Se la testa umana è cosa buona e giusta, anche
il capitale lo è!
Articolo pubblicato da Nereo Villa, Link a sito
tradotto da M. Saba (26 luglio 2004)
Articolo originale: Ludwig von Mises Institute