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Dieci anni dall’alluvione di Scaletta e Giampilieri

Ricordare le tragedie del nostro Paese, ad ogni decennale o multiplo di dieci, riempie le pause dei telegiornali e qualche spalla da prima pagina che non impegni eccessivamente
di Piero Buscemi - mercoledì 2 ottobre 2019 - 513 letture

Il tempo delle ricorrenze. Quelle che non costano nulla. Quelle che ognuno può elargire alle esigenze di circostanza, che pretendono una dichiarazione da diffondere nel giorno del ricordo. Ci siamo abituati a questa collaudata cerimonia del decennale di un qualsiasi evento drammatico, mortale, troppo spesso umano.

Il primo ottobre, il giorno che collegavamo all’inizio della scuola, nell’età che non si poneva domande. Nostalgia e un’impagabile libertà di distrarsi dalla realtà. Nessun obbligo apparente. I volti preoccupati e angosciati erano esclusiva degli adulti. Situazioni e sensazioni che si ripetono. Generazione dopo generazione. Così anche dieci anni fa, la notte della tragedia, come si preferisce chiamare tutto quanto si crede non possa ledere la nostra coscienza, la notte che l’umanità scopre di aver combattuto una guerra persa. Contro una divinità celeste, un fenomeno sovrannaturale o, più semplicemente, la forza della Natura.

Quanti retroscena dietro questa Natura, che trasformiamo in alibi, quando un recente passato spiegherebbe il perché delle conseguenze, delle tragedie, delle sconfitte. Congetture scientifiche, accuse di abusivismo che la popolazione di questi luoghi si ritrovò come giudizio su uno stile di vita, tramandato nei decenni, a volte anche nei secoli. Lo fece allora l’ex capo della Protezione civile Bertolaso, attirando la curiosità di inviati occasionali della comunicazione, anche da paesi stranieri. Decine di cercatori della verità assoluta, che da queste parti si preferisce chiamare cuttigghiu, la panacea che spiega tutto, che giustifica tutto, che sviluppa una rassegnazione e un senso di colpa, del quale sentirsi tutti innocenti e tutti vittime.

Le vittime ci furono, più di una metafora da utilizzare per non scostarsi troppo dalla media nazionale del giudizio. Trentasette, quelle certificate. Altre che si è preferito con il tempo ricacciare nell’oblio o nella supposizione delle leggende metropolitane che, anche in queste circostanze, dosano il colore giusto del pettegolezzo e dell’argomento di discussione da riaffiorare dall’amnesia generale, almeno una volta all’anno.

Ci furono anche le inchieste. Quelle che avrebbero dovuto identificare le responsabilità e creare il punto di partenza per riconoscere ai sopravvissuti e, in modo particolare alle famiglie delle vittime, quel consolatorio ed ipocrita indennizzo di una perdita che nessun risarcimento potrà mai colmare. Ci furono, quasi per un atto dovuto. Ci furono per sancire un quasi scontato "tutti assolti" per quei quindici indagati. Nessun colpevole. Scagionati da qualsiasi accusa nei vari gradi di giudizio, fino al più recente dello scorso marzo che ha sancito che nessun risarcimento sarebbe stato assegnato alle famiglie superstiti. Perché il fatto non sussiste.

Le sentenze vanno accettate e non vanno commentate. Un’altra panacea per fingere di darsi una spiegazione e un ruolo da cittadini che rispettano le regole. A dieci anni di distanza sembra non rimanere altra consolazione se non quella di essere celebrati. Un giorno, massimo due, per sentire pronunciare il nome di queste località dalle bocche dei giornalisti televisivi nazionali. Poi di nuovo nell’oblio, accanto a quei curiosi cronisti d’oltre confine che, molto probabilmente, da quel primo ottobre, forse non ricorderanno neanche più il nome.

Non occorre essere sotto accusa, quando una strage ci sbatte contro il suolo della distrazione, quella che non ha ci fatto vedere, che non ci ha fatto ascoltare. Che non ci ha fatto evitare. Complici di un omicidio colposo che non trova assoluzioni. Neanche il tempo potrà mai nettare del tutto quella sensazione di debito etico verso il mondo che stacca le coscienze dal corpo. È peggio di una condanna che merita di essere scontata. È rimanere in attesa di giudizio, quello che noi stessi non saremo mai in grado di emettere. _Incontro_dibattito_-_Prima_che---sette_anni_dopo_24_


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