Ritorna la famiglia: al cinema, in TV, e nelle ossessioni del Vaticano. Nello Musumeci, i PACS di Prodi e di Ruini, i film di Faenza e Comencini, Sabina Guzzanti e "Viva Zapatero!"
19 settembre 2005
Col primo giorno di scuola sono tornati in città i rumori e i malumori [la rima è assolutamente involontaria].
Si comincia senza aule, come ogni anno ormai, e con 29 alunni per classe.
Peccato, pensavo di poter lavorare bene quest’anno...
20 settembre 2005
Col primo giorno di scuola tornano però anche alcune buone abitudini, come quella di leggere i giornali.
Scopro che Nello Musumeci lascia Alleanza Nazionale per fondare Alleanza Siciliana. La cosa non mi stupisce, ha già cominciato Lombardo con le sue liste alle ultime elezioni cittadine, a fondare l’MPA.
In Sicilia sta avvenendo la stessa cosa che nel governo nazionale, tutti cercano di prendere le distanze da Berlusconi...rischia di farmi quasi tenerezza (oltretutto si scopre che è stato pure povero...).
Ma la vera novità del rientro sono le casalinghe disperate della serie televisiva americana.
Giornali e Tv vi dedicano ampio spazio e tutti si improvvisano sociologi per analizzare questo fenomeno.
La famiglia nata dal vincolo del matrimonio è un inferno.(non è una gran novità, la novità è che ne sia stata fatta una serie televisiva, vuol dire che la scoperta ormai è in realtà una cosa talmente scontata da essere diventata un luogo comune).
Ma in Italia...
Scopro il Pacs (Patto civile di solidarietà), descritto da Chiara Saraceno su La Stampa del 19 settembre in un articolo molto interessante.
"Il Pacs è un contratto di tipo civilistico a rilevanza pubblica, che attribuisce alle coppie eterosessuali e omosessuali che desiderano stipularlo una serie di diritti e doveri reciproci che vanno riconosciuti anche da terzi. Essi comprendono solo una piccola parte dei diritti/doveri connessi al matrimonio. Riguardano, ad esempio, il diritto a subentrare nel contratto d’affitto intestato al proprio compagno/a in caso di morte di questi; ad avere gli stessi diritti di un coniuge per quanto riguarda l’assistenza sanitaria e il sistema penitenziale (a partire dal diritto di visita e di prestare assistenza), ad avere diritto alla successione ereditaria dopo aver vissuto assieme molti anni. In sintesi, il Pacs eliminerebbe, per chi lo desidera, quello stato di estraneità e irresponsabilità reciproca in cui la legislazione italiana tiene i conviventi, indipendentemente dalla lunghezza della convivenza e dalla esistenza di solidi legami di solidarietà e reciprocità. Esiste già una ricca giurisprudenza in proposito, che tuttavia non ha la forza vincolante della legge".
Questa, e solo questa, è la questione. Una semplice questione di rispetto della libertà dei singoli cittadini di fare delle scelte per la propria vita, magari senza complicarsela troppo.
Ma, di nuovo, come per il caso della fecondazione assistita, ci si mette la chiesa a non far capir nulla, volutamente.
Per cui si comincia a parlare di famiglia in pericolo e Ruini dice che il riconoscimento del Pacs è "Un gravissimo danno al popolo italiano" e si ricorda, per l’occasione, anche della Costituzione italiana che tutela l’istituto matrimoniale. Ma che c’entra?
Che c’entra la scelta di chi vuole il matrimonio con quella di chi vuole un’unione libera? E, soprattutto, che c’entrano queste scelte individuali con quello che pensa Ruini e, ancor più, il Vaticano, che è uno stato estero?
Domande ingenue, ma è da queste che bisogna partire e a queste bisogna stare.
21 settembre 2005
Dell’inferno della famiglia parlano anche due film italiani presentati al festival di Venezia.
Ma lo fanno senza il coraggio di andare fino in fondo, sacrificando la qualità del loro cinema alla prudenza e all’accondiscendenza verso una -presunta - opinione pubblica moderata e impaurita.
Se Roberto Faenza avesse seguito il testo di Elena Ferrante anche nella seconda parte, anche nel finale, il suo film sarebbe stato sicuramente un film più riuscito e compatto.
Invece anche lui - come Cristina Comenicini nel suo "La bestia nel cuore" - alla fine ha ripiegato sui buoni sentimenti - i figli che salvano la protagonista dall’autodistruzione - e il cortocircuito tra alcuni elementi del libro e le scelte di regia - come quella, infelicissima, della protagonista sulla tomba del cane - ha indebolito il film che pure era partito con grande forza e che si è potuto avvalere della interpretazione straordinaria di Margherita Buy e degli altri attori.
Conclusione: se il cinema vuol rappresentare drammi psicologici, non può limitarsi alle soluzioni da soap opera, deve avere il coraggio di scavare sul serio.
Invece in entrambi i film ritorna in grande stile il primato rassicurante della famiglia e, in essa, il ruolo centrale della madre, una madre che soffre, che è vittima trionfante.
Per quanto mi riguarda scelgo come eroina la Sabina Guzzanti di Viva Zapatero, che della sua esperienza personale ha voluto e saputo fare una occasione di riflessione per tutti.
[Divertente differenza fra il libro di Elena Ferrante e il film di Roberto Faenza: nel film il gesto familiare che Olga compie col marito, automaticamente, davanti all’amante di lui, è quello di aggiustargli il colletto della camicia; nel romanzo in realtà lei toglie via un po’ di forfora dalle spalle di lui... ovviamente con Zingaretti - coraggioso e bravo, ma pelato - non si poteva fare...]