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Desert Flower, regia di Sherry Hormann (Germania, Austria, Francia 2009)


Con Liya Kebede, Sally Hawkins, Timothy Spall, Soraya Omar-Scego, Craig Parkinson, Juliet Stevenson.
martedì 29 dicembre 2009, di Orazio Leotta - 936 letture

Tratto dall’omonimo libro autobiografico, il film ripercorre la vita di Waris Dirie, iniziata nei deserti africani e proseguita nel mondo delle top model. Nata in un villaggio della Somalia, da una famiglia di nomadi con dodici figli, subì l’infibulazione più o meno all’età di cinque anni.

Quando ne aveva tredici, il padre la promise in sposa come quarta moglie a un uomo anziano. Waris, per sottrarsi a un destino che non accettava, nel cuore della notte, dà tristemente l’addio all’amatissimo fratello minore e fugge prima a Mogadiscio e poi a Londra, nella residenza di uno zio ambasciatore, dove le trovano un posto come cameriera e dove vive per diversi anni come in carcere lontana dal mondo esterno.

Ma a seguito dello scoppio della guerra civile in patria, l’ambasciata somala viene chiusa e Waris, ormai adulta (Liya Kebede), è costretta nuovamente alla fuga, per non essere espulsa. Incontra la commessa Marilyn (Sally Hawkins), che condivide con lei la stanza di una pensione; l’amicizia tra le due si rafforzerà quando Waris le confiderà il suo terribile segreto: da bambina è stata sottoposta ad infibulazione, la pratica inumana della mutilazione genitale.

Una pratica crudele e comune nella sua patria, che secondo la tradizione dovrebbe preservare la purezza della donna: solo il marito “apre” la sua donna. Un giorno Waris, che nel frattempo ha trovato lavoro come donna delle pulizie in un McDonalds, viene notata da un celebre fotografo di moda, Terry Donaldson, e dopo molte esitazioni si lascia fotografare.

Si avvera la fiaba: si spalancano le porte del mondo della moda, diventa famosa a livello internazionale, la stampa adora la ragazza nomade che dalla polvere del deserto ha trovato la strada per le passerelle più famose del mondo e davanti ai microfoni della NBC trova il coraggio di raccontare il crudele rituale della mutilazione delle donne e la sua storia personale. Il pubblico mondiale è scioccato, un tabù diventa argomento d’attualità.

Il segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, la nomina ambasciatrice straordinaria e per conto dell’ONU, viaggia in tutto il mondo, incontra presidenti, premi Nobel, partecipa a conferenze, per accusare il rituale arcaico, praticato in molti paesi del mondo, di cui sono vittime circa 6000 bambine ogni giorno.

Nel film c’è la precisa intenzione di denunciare la pratica dell’infibulazione, che ancora oggi riguarda, solo a New York, 400.000 donne all’anno, e nel mondo, ripeto, 6000 bambine al giorno, ma è anche una favola che ricorda Cenerentola, dove si parla della libertà di amare e del diritto alla gioia, con la differenza che è tratto da un’incredibile storia vera.

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