[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
intervento, dal titolo "50 e 50 ovunque si decide. 100.000 firme, il nuovo
obiettivo" e il sommario "Dopo l’esito della manifestazione di piazza
Farnese, riceviamo e pubblichiamo una riflessione dell’Udi di Napoli".
Stefania Cantatore, impegnata nel movimento delle donne e promotrice di
molte iniziative per la pace e i diritti umani, e’ una delle animatrici
dell’Udi (Unione donne in Italia) di Napoli.
Pina Nuzzo, apprezzata pittrice, e’ una delle figure piu’ prestigiose
dell’Unione delle donne in Italia (Udi)]
A piazza Farnese Pina Nuzzo ha annunciato il superamento delle 50.000 firme
a sostegno della proposta di legge per "50 e 50" in tutte le assemblee
elettive. Per i centri di raccolta e’ stata la fine di un’ansia.
La fine di una fase della campagna, per niente conclusa: il nuovo obiettivo
e’ quello delle 100.000 firme. Il motivo sta tutto nell’affermare la "non
negoziabilita’", la cogenza del principio di equita’ e la percentuale nelle
liste, di fronte a detrattori e nemici, per ora sfuggenti e "invisibili".
Invisibili ma tanto forti da non aver permesso fino ad oggi l’applicazione
di una norma costituzionale, l’articolo 51.
La convivenza civilizzata tra generi e differenze e’ un punto di arrivo, ha,
come prima condizione, bisogno di regole che permettano la democrazia
paritaria, quindi semplicemente la democrazia.
Parliamo da mesi di questo, e ne parlano le donne che raccolgono le firme,
affermando un altro modo di rapportarsi tra loro ed i loro luoghi, e
soprattutto informano su questa semplice e decisiva opportunita’ di
cambiare. In sostanza questo passaparola e’ stato e continua ad essere
l’unica forma di propaganda sulla quale contare; la stampa, non e’ una
novita’, ha sostanzialmente omesso di parlarne, anche quando il Pd ha
assunto il principio di 50 e 50 tra le sue regole costitutive, abbandonando
la logica delle quote rosa, in risposta al dibattito aperto dalla nostra
proposta di legge.
Su questo, per il diritto di tutte e tutti di poter esprimere sostegno alla
democrazia paritaria e per raggiungere le condizioni della "non
negoziabilita’" della proposta, dovremmo tener conto di alcune condizioni
nuove che noi stesse abbiamo rese possibili.
Quanto abbiamo messo sul tavolo della politica ha cambiato linguaggi e
disposizioni. Parole come violenza sessuata, femminicidio, democrazia
paritaria, salvaguardia (al posto della soffocante protezione che da sempre
ci offrono) hanno cambiato il linguaggio anche nel potere della
comunicazione. E’ l’adeguamento formale minimo ad un universo femminile
consapevole dei muri che ancora deve attraversare, che sta in posizione
assertiva e non in attesa di concessioni. E’ la risposta minima, nel
tentativo di sostituire la maternita’ con una paternita’ che ancora una
volta si appropria dei contenuti per moderarli e governarne gli effetti.
Se e’ vero, come e’ vero, che questa espropriazione della maternita’ dei
processi e delle iniziative, sta tutta nell’intento di conservare,
riprodurre i privilegi e il malcostume di sempre, quella che va rinegoziata
con caparbieta’, non e’ la visibilita’ in quanto tale, ma e’ la trasparenza
delle fonti.
Come sempre si tratta di puntare in alto, per cominciare a cambiare: dopo
l’immobilismo della politica, quello dell’informazione.
Noi facciamo politica e fare politica e’ proporre obiettivi, rimetterli al
centro di un’attenzione, in modo differente. Abbiamo compreso bene che i
contatti coi centri di raccolta sono potenziali relazioni, e da donne
sappiamo bene quale sia il valore e il rischio che corriamo agendole,
sospese tra la condivisione del disagio che ha nome nella subalternita’
imposta, e le autolesive incomprensioni tra differenze, trasformandole in
distanze.
Condividere una nuova rivendicazione di qualita’ e di spazio nei media,
vincere qualcosa, laddove per noi e’ stato sempre difficile, e’ sfida che
possiamo vivere in tutte le nostre iniziative, come sappiamo: agendo ed
imparando nello stesso tempo. Sapendo che di tempo le donne ne hanno poco.