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Della vanità del mondo. Da Qohèlet

Una serie di riflessioni disincantate sull’esistenza umana.

di Maria Gabriella Canfarelli - mercoledì 3 maggio 2006 - 6397 letture

L’operetta nota sotto il nome di Qohelèt (ovvero Ecclesiaste), un saggio ebreo vissuto intorno al III sec. a.C., è una serie di riflessioni disincantate sull’esistenza umana.

L’autore, il cui nome significa “uomo che partecipa all’assemblea” - ekklesiastes - (da ecclesia, assemblea) medita sulla inconsistenza della vita e delle cose, della vanità del sapere e del soffrire, nega ogni valore per cui valga la pena di affaticarsi sempre e comunque “sotto il sole” per l’amore, la sapienza, il potere, la fama, la ricchezza; alla radice di questa visione realistica, il senso della morte, la cancellazione dei giusti quanto degli ingiusti, del dominio del caso e mancanza di nesso tra capacità e successo, impegno e risultati, da che anche l’uomo che ha praticato insegnamenti morali resta insipiente alla comprensione di Dio e al suo disegno.

Il sapiente non dovrebbe affaticarsi a cercare di capire, ciò che Qohelet chiama “la brutta e assurda occupazione”, perché c’è un limite oltre il quale la ragione umana si arresta: “...ho osservato tutte le opere che si fanno sotto il sole e ho concluso che tutto è vanità e occupazione senza senso. Ciò che è storto non si può raddrizzare / né ciò che manca si può contare.// Feci fra me queste riflessioni. (...) la mia mente ha acquistato molta sapienza (...). Ma dopo (...) sono arrivato alla conclusione che anche questa è un’occupazione assurda, perché // “dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza, / se si aumenta la scienza, si aumenta il dolore”. Il tempo è scandito dalla “Legge dei momenti”, cui la vicenda umana è sottoposta: “tempo di nascere, tempo di morire, / tempo di piantare, tempo di sradicare, / tempo di uccidere, tempo di curare / tempo di demolire, tempo di costruire” , come di piangere, ridere, per lutto e allegria, per la semina e il raccolto, il guadagno e la perdita.

Solo la morte è irripetibile e vergine, scrive nella poesia “Ecclesiaste, 1-9” J.L.Borges: “Se mi passo la mano sulla fronte, / se accarezzo le costole dei libri, / (...) / se sforzo l’ostinata serratura / se mi soffermo sulla soglia incerta, /se il dolore incredibile mi annienta, / (...) / se la memoria mi riporta un verso / (...). / Io non posso esuire un gesto nuovo, / tesso e ritesso (..) / dico quello che già altri mi dissero / (...) / In ogni notte si ripete l’incubo. / (...) / Solo una cosa non gustata attendo, / (...) un oro dentro l’ombra, / quella vergine morte”.

La legge dei momenti per Quinto Orazio Flacco è rovesciata: non la condizione di attesa della fine, ma una felicità da godere colta al volo e senza porsi troppa domande, l’ubriacatura esaltante del vino e dell’eros, l’esortazione a:“ Non chiedere (...) / qual fine / abbiano a te e a me assegnato gli dèi, / e non scrutare oroscopi babilonesi / (...) / Ti abbia assegnato Giove molti inverni, / oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno / contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca / lunghe speranze per la vita breve. Parliamo e intanto l’astioso / tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi”. Inebriarsi, smemorarsi del tempo; poiché nulla giova tentare se “Te che andavi misurando il mare e la terra, / e l’infinita sabbia, (...) ora ricopre / il modesto tributo d’un pugno di polvere”.

L’imitazione, la trascrizione, la lettura che si dà della vanitas vanitatum trova in Attilio Lolini un ritmo contratto, un respiro accorciato: la parola è già osso, anticamera della polvere. Il tema di Qohèlet, il “vortice di vento”- ripetuto a chiudere gruppi di versi - è scandito ossessivamente intorno al postulato della vanità della poesia e del carpe diem: per il poeta Dio è ingiusto, temibile, oscuro, pronto ad annientare la vita. Sogni paurosi come la sua ira gettata sulla terra a colpire chiunque:“E che mai conoscerà / il saggio / più del demente // che piglierai tu / o infelice / che tra gli uomini / vuoi essere primo”; “Di qua di là / insensatamente / cercando la ragione / delle cose”; e ancora : “ Dio ti conta / i giorni / allungando / la fune // ma non sono molti / i giorni della vita // corri dunque / prèndili”. E il poeta è un pazzo che moltiplica parole, tra l’illusione e il nulla anche il suo nome dimenticato.

Come, del resto, scrive Gianfranco Palmery nella poesia La Musa irritata : ”Ogni nome s’inombra, / anche la luce è sonno...”, dalla raccolta Taccuino degli incubi; e in altri versi “Di ciò che si accende / in te, poesia, e mi spegne io non sappia / più niente - resti solo cecità / e cenere: l’oscura cavità/ (...) “. Per Palmery l’umanità è un errore, una svista: “l’universo in fredde schegge: / tutto è errore, erosione - siamo errori / che il tempo consumando corregge”. Un cieco essere aggrappato all’ironia, al corpo che è “quel nero scasso, / dove il cranio s’innesta sulla spina / (...) / e dentro fino al collo - / nel bell’inferno, nella fossa comune: / guardati, mite e comico, in costume / locale: lupo che veste di piume / per infilarsi nel pollaio”.

La drammatica insensatezza del vivere espressa in negazione e suono gutturale: “qo” è contrazione dell’universo, un buco nero che inghiotte la parola. E’ l’“io mi spenso” di Salvo Basso, il niente e il “semprequi” della terra da che “Tutti / I giorni / Sono / Cattivi”. E non sapere, non credere, non essere: la ripetizione che condanna “ (Gli occhi / Che non / vedono / Più”), la parentesi per il pensiero, vano argine al senso annichilente del nulla / niente /non so/ non voglio/ non sono.

Per il poeta le parole sono “Tutte / Guaste // Non ne / Voglio / Non ne ho / Non le so”, oppure “Non sono“. Il rovello è l’insufficienza del guardare/ sentire, non capire “Dove / sto / andando”, mentre “Mi /piove / dentro”, pende la carne a “ Un / Chiodo / Conficcato”, e diviene la voce via via soltanto sillaba, il no che chiude il libro.


Testi:

Qohèlet (in La Bibbia, Paoline, 1983)

Jorge Luis Borges. La cifra. 46 poesie (I Miti Poesia, Mondadori, 1981)

Orazio. Carpe diem (I Miti Poesia, Mondadori, 1997)

Attilio Lolini. Ecclesiaste (Agrapha, 1998)

Gianfranco Palmery. Taccuino degli incubi (Il Bulino, 1997)

Salvo Basso. qo (L’Obliquo, 1999)


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