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Della giustizia e della violenza delle carceri

Cosa insegna questa violenza gratuita, come si è arrivati a “perdere la testa”? Chi ha pianificato e programmato l’intervento?

di Massimo Stefano Russo - lunedì 5 luglio 2021 - 990 letture

Le immagini che riportano quanto accaduto il 6 aprile 2020 alla Casa Circondariale S. M. Capua a Vetere “F. Uccella” indignano; difficile guardarle, impossibile accettarle, assurdo giustificarle. Quei fatti ci chiamano in causa e necessariamente ci coinvolgono, impossibile rimanere semplici e inerti spettatori. L’informazione, trasmessa dalle telecamere di sicurezza che hanno registrato e testimoniano, riportando l’accaduto, è una testimonianza a “futura memoria” che stigmatizza e marchia. A che titolo siamo coinvolti? Avremmo potuto essere anche noi tra i picchiati o tra i picchiatori? E’ importante fare chiarezza: domandare, conoscere e ascoltare, interrogando, perché emerga la verità, con l’assunzione di responsabilità. Cosa insegna questa violenza gratuita, come si è arrivati a “perdere la testa”? Chi ha pianificato e programmato l’intervento? Una “scorribanda” nei fatti diventata una rappresaglia.

Le umiliazioni fanno sentire in colpa chi le subisce e se si è intrappolati si prova ancor più rabbia e rancore. La violenza, per garantire ordine e disciplina, espressa da agenti in divisa diventa problematica, soprattutto se strumentalmente pianificata. Si può solidarizzare con i carnefici e sostenere che hanno ricevuto comandi e obbedito, costretti a rispettare gli ordini ricevuti?

La volontà di potenza di chi dispone comandi e ordini gerarchici, senza controlli e debite verifiche, diventa facilmente delirio di onnipotenza e impunità, con gli ordini dall’alto e i responsabili garantiti dai ruoli esercitati nella catena del comando, vincolati l’uno all’altro. Tanto che mi/ci possono fare?

carceri - violenza

Le contraddizioni e zone d’ombra del mondo penitenziario affidati al “muro di gomma” rimbalzano facilmente e le responsabilità si disperdono.

L’esperienza carceraria trasforma e l’Ordinamento penitenziario non può affidarsi alla violenza istituzionale per governare il sistema-mondo carcerario. I comportamenti devianti vanno prevenuti e curati per proteggere la società, ma la repressione violenta dovrebbe esplicitarsi solo come ultimo stadio, fallite misure alternative di intervento e contenimento.

Il sistema penitenziario con i suoi problemi, ai più rimane sconosciuto. Le rivolte fanno sentire la voce dei detenuti, ma le loro denunce, quando arrivano a far conoscere le condizioni di vita nelle carceri, sono accolte con fastidio.

Il sito del Ministero della Giustizia informa che i detenuti nella casa circondariale di S. M. Capua a Vetere sono 963, rispetto a 809 posti regolamentati; 404 le stanze di detenzione. Il “Reparto Nilo” oggetto delle violenze “composto di 8 sezioni, di cui una per l’articolazione della salute mentale in carcere di 20 posti ed una a prevalente presenza di tossicodipendenti in trattamento farmacologico sostitutivo” ha 370 detenuti comuni. La polizia penitenziaria ha 514 effettivi (470 previsti); 40 amministrativi effettivi (40 previsti); 5 educatori effettivi (11 previsti). Il 27/1/2020 è iniziato un corso pasticceria (10 iscritti) e un corso pizzaiolo (10 iscritti). Sono indicati diversi corsi di istruzione, ma senza iscritti; anche un corso di formazione per il benessere del personale. 90 i partecipanti all’attività teatrale che col cineforum (70) è la più seguita. 170 i partecipanti alle attività religiose curate dal cappellano.

Per modificare e modernizzare le carceri ci vuole volontà politica, ma debole lo Stato, l’immobilismo politico, ha rimosso dal dibattito pubblico. Il carcere, popolato da individui socialmente invisibili, è lasciato a se stesso; nel sorvegliare, rivolti al punire, si calibra la violenza, autorizzando, oltre i controlli e le perquisizioni, la repressione materiale. La condanna dell’uso e l’esercizio della violenza non può essere minimizzata, sostenendo che ricorrervi è un’eccezione. La violazione della norma va contestata e sanzionata, ma imporre la sofferenza, come forma ed essenza della sanzione, nella logica distorta del castigo e della vendetta, corrisponde all’abuso del carnefice verso la vittima. Nel castigo si nasconde sempre una dimensione emotiva e impulsiva: da un lato l’indignazione per l’infrazione e dall’altro il godimento per la punizione e l’umiliazione mortificante. E’ la buona politica a generare la buona giustizia, senza rapportarla solo al punire, perché il reinserimento sociale è possibile. Credibilità, responsabilità e integrità, accomunano giuristi, giornalisti e politici, esposti a generalizzazioni di disistima, dove il valore dell’atto legittima le professioni. Dai giuristi ci si aspetta giustizia, dai giornalisti veridicità, dai politici l’agire rivolto al bene comune.

Alimentare artificialmente aspettative di giustizia porta a deluderle, con un danno per la stessa credibilità del sistema giudiziario. Gli Stati Uniti, dal punto di vista carcerario un paese repressivo, costruiscono continuamente carceri, tutte riempite e rimangono con tassi di criminalità altissimi. Quando il populismo penale diventa mentalità dominante il carcere diventa il centro dell’esecuzione penale; la giustizia confondendo la giustizia sociale con la giustizia penale facilmente si trasforma e si afferma il giustizialismo. La legalità è il terreno dei giuristi, con la legge che regge il mondo e se il carcere è una necessità, ma di cui occorrerebbe liberarsi, quale strategia adottare per superarlo in una prospettiva culturale e politica che garantisca la giustizia?


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