Del tempo del coronavirus

Come riprendersi dallo shock della pandemia? Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo essere consapevoli della necessità di una cooperazione globale.
di Massimo Stefano Russo - venerdì 10 aprile 2020 - 568 letture

Tutti in questo periodo siamo impauriti o angosciati, perché siamo a rischio. Le informazioni, necessarie e indispensabili, ci inondano e spesso sono anche contraddittorie. Tutto ciò genera incertezza e confusione. Eravamo abituati a viaggiare, ad andare con gli amici al bar, al cinema il sabato sera, in pizzeria o al ristorante. A distrarci in giro per negozi (fare shopping). Adesso, da quando all’improvviso si è decretato l’isolamento, il distanziamento fisico e ci si è ritrovati a una sorta di “arresti domiciliari”, nelle città-fantasma le strade sono semivuote.

Covid-19 limita la nostra libertà fisica di movimento, c’impone norme e regole di comportamento, di attenzione civile e di educazione civica.

Costretti a stare in casa le strade si svuotano. Il monito è di non toccarsi, a isolarsi e mantenere una distanza fisica “adeguata”. Alcuni sono colpiti più di altri.

A essere finito è un tipo di mondo.

Ma dobbiamo pensare alla ricostruzione e prepararci a come parteciparvi attivamente.

Il tempo ha acquistato una funzione diversa.

A essere ritrovato è un tempo il cui valore era stato dimenticato, o passava in secondo piano. Se i cambiamenti destabilizzano dobbiamo recuperare la capacità di saper cosa fare e come farlo. Molti modi consolidati di impiegare il proprio tempo e in particolare quello che rientra nella voce “tempo libero” oggi sono messi fortemente in discussione. In questo contesto la tecnologia applicata alla comunicazione e all’informazione si sta rivelando di vitale importanza. Le “comunicazioni mediate tecnologicamente” hanno modificato da tempo il nostro modo di relazionarci. A sostenerci è l’esperienza virtuale sotto diverse forme. Le nuove tecnologie hanno aumentato gli spazi di conoscenza, in modo non più verticalizzati, ma indiretto e destrutturato. C’è la possibilità di usufruire di informazioni rapidamente, con semplicità e condivisione. Basta uno smartphone.

Sempre più ci siamo abituati a condividere costantemente delle informazioni. Si apprendono e si sperimentano così nuove modalità di pensiero. Più di tutte è la scuola, che mantiene una sua centralità formativa, a essere chiamata in causa. Oggi le si richiedono competenze trasversali che risultano fondamentali per essere attivi in una società in rapida evoluzione. La cultura partecipativa ha i caratteri della condivisione e della collaborazione, nel volersi sentire partecipi, essere attivi e riconosciuti competenti dagli altri.

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A emergere con forza è il linguaggio iconico che si manifesta rafforzando la logica e il pensiero in forma reticolare, ramificata e simultanea. La richiesta è di “entrare” negli avvenimenti, assumere in gran velocità le informazioni, sapendone cogliere istantaneamente i nessi e stabilire i raccordi creativi e divergenti.

Possiamo avvicinarci agli altri soprattutto con gli occhi e nel guardarsi negli occhi l’intensità del legame può essere rafforzata. Ci sentiamo tutti simili davanti a un nemico comune. Del Covid-19 non ci scorderemo ed è molto difficile che possa diventare un vago ricordo, andando avanti con gli anni. Li Wenliang, il dottore che scoprì per primo quella che è diventata una pandemia fu censurato dalle autorità, per poi essere considerato un eroe. La sua morte ha provocato rabbia.

È un periodo complicato e con situazioni di disagio. La presenza e l’importanza degli altri la sentiamo in maniera diversa. Gli elementi fondamentali della nostra vita ne escono demoliti. Dentro casa, “tra le quattro mura” ci sentiamo protetti. Come ritornare alla normalità e non ritrovarci in una barbarie?

Di fronte alle forme catastrofiche di perdita personale sono state evidenziate cinque fasi: negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione. Il covid-19 non può diventare un’ossessione, va esorcizzato.

L’influenza spagnola tra il 1918 e il 1920 causò almeno cinquanta milioni di morti e rimane tuttora un mistero. Ci riteniamo sempre più indipendenti dalla natura, per poi riscoprirci più vulnerabili di fronte a essa. Com’è possibile lottare contro un virus che non conosciamo? Fino a che punto l’isolamento e altre forme di distanziamento fisico potranno essere mantenute? Si resta a casa, si lavora “da remoto” al computer, si comunica per video-chiamata, ci si fa consegnare la spesa e i pasti a domicilio.

Alla rete va riconosciuto il valore sia commerciale che lavorativo, con tutti i suoi corollari, ma dal punto di vista educativo le attività online non sono facili da gestire, il rischio è quello della ripetizione meccanica dove viene a mancare l’interesse e la motivazione profonda.

Come riprendersi dallo shock della pandemia? Bisogna riuscire a proteggersi attraverso delle reti di sicurezza. Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo essere consapevoli della necessità di una cooperazione globale.

Il rischio è che si ricorra a ragioni qualificate di natura sanitaria e “scientifica” per escludere ed emarginare.



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