Del piacere di leggere / di Marcel Proust

di Redazione Antenati - lunedì 24 gennaio 2005 - 4172 letture

Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto. Tutto ciò che li riempiva agli occhi degli altri e che noi evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l’ape fastidiosa o il raggio di sole che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che lasciavamo sul banco lì accanto senza toccarla, mentre il sole sopra di noi diminuiva di intensità nel cielo blu, la cena per la quale si era dovuti rientrare e durante la quale non abbiamo pensato ad altro che a quando saremmo tornati di sopra a finire il capitolo interrotto... [...] A volte a casa, nel letto, molto tempo dopo la cena, le ultime ore della serata ospitavano la mia lettura, ma questo solo quando ero arrivato agli ultimi capitoli di un libro, quando non restava più molto da leggere per arrivare alla fine. Allora, a rischio di una punizione se fossi stato scoperto, e dell’insonnia che, finito il libro, poteva prolungarsi magari tutta la notte, non appena i miei genitori erano a letto, riaccendevo la candela; mentre nella strada vicina, tra la casa dell’armaiolo e la posta, immerso nel silenzio, c’era tutto un cielo di stelle, buio eppure azzurro e a sinistra, sulla stradina rialzata, dove cominciava a salire curvando, si sentiva vegliare, mostruosa e nera, l’abside della chiesa, le cui sculture non dormivano la notte, la chiesa paesana ma storica, dimora magica del Buon Dio, del pane consacrato, dei Santi multicolori, delle dame dei castelli vicini, che nei giorni di festa, quando attraversavano il mercato facendo schiamazzare le galline e voltare le comari, venivano a messa «con il tiro» e al ritorno non mancavano di fermarsi dal pasticcere in piazza a comprare, appena uscite dall’ombra del porticato dove i fedeli, spingendo la porta girevole, spargono i rubini erranti della navata, quei dolci a forma di torre, protetti dal sole con una tenda, «manqués», «Saint-Honorés», e «génoises», il cui profumo vagolante e dolce è rimasto associato in me alle campane della messa principale e all’allegria delle domeniche. Poi l’ultima pagina era letta, il libro era finito. Si trattava allora di arrestare la corsa sfrenata degli occhi e della voce che seguiva senza suono, fermandosi solo per riprendere fiato con un respiro profondo. Infine per sostituire un altro movimento a quello tumultuoso che si era scatenato dentro di me da troppo tempo per potersi calmare d’un tratto, mi alzavo e mi mettevo a camminare intorno al letto, gli occhi ancora fissi su un punto che inutilmente si sarebbe cercato nella stanza o fuori perché situato a una distanza d’anima, una di quelle distanze che non si misurano in metri o leghe come le altre e che del resto è impossibile confondere con queste quando si guardano gli occhi «lontani» di chi pensa «ad altro». [...] Quanto all’inizio dei «Trésors des Rois», prima di provare a spiegare perché secondo me la Lettura non deve occupare nella vita il posto preponderante che le assegna Ruskin nel suo lavoro, dovevo considerare fuor di causa quelle letture meravigliose dell’adolescenza il cui ricordo deve restare una benedizione per tutti noi. Senza dubbio, con la lunghezza e il carattere di quanto precede, ho argomentato fin troppo ciò che avevo già anticipato: ciò che esse ci lasciano è soprattutto l’immagíne dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte. Non sono sfuggito al loro sortilegio: volendo parlarne, ho parlato di tutt’altro che di libri, perché non è di questi che esse mi hanno parlato. Ma forse i ricordi che una dopo l’altra mi hanno restituito, avranno a loro volta incantato il lettore e l’avranno portato poco a poco, indugiando per viali fioriti e solitari, a ricreare nel suo animo l’atto psicologico originario chiamato Lettura, con l’energía sufficiente a segliere ora, in una sorta di percorso interiore, le riflessioni che mi accingo ad esporre. [...] «Guarda la casa di Zelanda, rosa e lucente come una conchiglia. Guarda, impara a vedere!». E in quel momento sparisce. E’ il prezzo della lettura e anche la sua insufficienza. Fare una disciplina di ciò che è solo un’iniziazione vuol dire attribuirle un ruolo troppo importante. La lettura è la soglia della vita spirituale, può introdurci in essa ma non costituirla. Tuttavia ci sono casi, casi patologici per così dire di depressione spirituale, in cui la lettura può diventare una specie di disciplina terapeutica ed essere demandata e ripetutamente sollecitata a reintrodurre perpetuamente una coscienza pigra nella sua vita spirituale. In questi casi i libri assumono un ruolo analogo a quello degli psicoterapeuti con certi nevrotici. [...] Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto fra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo far altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito. A volte anche, in certi casi un po’ eccezionali e, d’altronde, come vedremo, meno pericolosi, la verità, concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno, nelle pagine di un in-folio conservato gelosamente in un convento d’Olanda e che se per arrivarci bisogna durar fatica, quella fatica sarà tutta materiale mentre per il pensiero non si tratterà che di un piacevole svago. [...] Sembra che il gusto dei libri cresca con l’intelligenza, un poco sotto di essa ma sulla stessa pianta, come ogni passione si accompagna ad una predilezione per ciò che circonda il suo oggetto, entra in rapporto con esso e in sua assenza continua a parlarne. Così i grandi scrittori, quando non sono in contatto diretto con il pensiero, si compiacciono della compagnia dei libri. Del resto non sono stati scritti per loro? Non rivelano loro mille bellezze che restano celate al volgo? A dire il vero, il fatto che certi spiriti superiori siano ciò che si dice libreschi, non prova affatto che non si tratti di un difetto defl’essere... Se gli uomini mediocri sono spesso buoni lavoratori e gli intelligenti sono spesso pigri, non si può concludere che il lavoro disciplina lo spirito meno della pigrizia. [...] Se il gusto per i libri cresce con l’intelligenza, i suoi pericoli, come abbiamo visto, diminuiscono con essa. Uno spirito originale sa subordinare la lettura alla propria attività personale. Per lei non è altro che la più nobile delle distrazioni, soprattutto la più feconda perché solo la lettura e il sapere forniscono lo spirito di «belle maniere». La forza della nostra sensibilità e intelligenza possiamo coltivarla solo dentro di noi, nella profondità della nostra vita spirituale. Ma proprio quel contratto con le altre coscienze, che è appunto la lettura, permette l’educazione dei «modi» dello spirito. Malgrado tutto, i letterati rimangono persone di qualità intellettuale, e ignorare certi libri, certe peculiarità della scienza letteraria, resterà sempre, quand’anche si tratti di un uomo di genio, un segno di rozzezza intellettuale. Distinzione e nobiltà consistono, anche sul piano del pensiero, in una specie di massoneria di consuetudini e in un’eredità di tradizioni.

(Marcel Proust, Del piacere di leggere)


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