Del lavarsi le mani e di altre barbarie

Le mani contro il virus, insomma, ossia lo strumento principe della nostra evoluzione contro un parassita minuscolo, ma attrezzato di adeguata intelligenza per la propria riproduzione. In questa eterna lotta contro un morbo legato all’esistenza stessa dei virus, alla loro longevità e adattabilità, lo sciacquarsi le mani rappresenta un importante segno di opposizione.
di francoplat - mercoledì 25 marzo 2020 - 514 letture

E’ cosa nota che lavarsi le mani rappresenta un gesto quotidiano, benché, forse, meno diffuso di quanto dovrebbe essere nella civiltà delle buone maniere, quella resa celebre da Norbert Elias, anche se invecchiata di qualche secolo come la nostra. Ed è altrettanto noto il fatto che l’emergenza Covid19 abbia accelerato il catechismo igienico delle masse, a fondamento del quale vige, di questi tempi, la regola aurea del lavare con vigore e per un tempo quasi cronometrato le proprie mani, per rabbonire la virulenza del contagio. Alla semplicità del gesto, per quanto complicato da movimenti più squadrati e precisi di quelli connessi al semplice detergersi le dita in tempi meno contagiati, fa riscontro la grandezza del fenomeno che quell’operazione vorrebbe, se non debellare, almeno limitare.

Le mani contro il virus, insomma, ossia lo strumento principe della nostra evoluzione contro un parassita minuscolo, ma attrezzato di adeguata intelligenza per la propria riproduzione. In questa eterna lotta contro un morbo legato all’esistenza stessa dei virus, alla loro longevità e adattabilità, lo sciacquarsi le mani rappresenta un importante segno di opposizione. E non si tratta soltanto di un’opposizione, per così dire, sanitaria, igienica; si tratta anche, e forse soprattutto, di un’opposizione, per così dire, morale. Non la si vuole fare troppo grossa evocando termini a sproposito, inadeguati alla realtà in cui ci stiamo muovendo. Ma vale la pena rifletterci, anche solo per giuoco, perché abbiamo tempo, perché costa poco farlo. Non appena i fondamenti sociali, politici, economici, culturali di una comunità vengono messi in crisi da un fattore di instabilità profonda (una guerra, un cataclisma, una malattia epidemica o una pandemia), è piuttosto evidente che, scrostata la patina delle buone maniere e incrinate le fondamenta degli equilibri delle relazioni sociali, ciò che emerge è la nostra parte più grezza, più istintiva e ferina. Ben lo scoprirono, non senza traumi, gli osservatori della Grande guerra, così come confermano oggi gli studiosi: quei giovani educati nelle migliori istituzioni, i prodotti raffinati della belle époque , abbandonarono casa, famiglie, fidanzate e si gettarono dentro una delle peggiori stragi dell’uomo contro l’uomo che la nostra specie abbia saputo produrre.

Scoprirono, probabilmente, il rapimento della violenza, nella sua crudezza e immediatezza. Non importa cosa avvenne dopo, ossia la liturgia del corpo ferito, del corpo mutilato, l’irrigidimento delle nascenti democrazie, la vocazione alla ferocia dell’essere umano. Ciò che qui conta è l’accelerazione della nostra, dantesca, matta bestialità, il suo disvelamento a opera di un evento occasionale, prodotto o meno dall’uomo non importa. Gli esempi sono abbondanti e alcuni di essi hanno una qualche tiepida contiguità con la situazione attuale. Non scappa, forse, dalla morte della civiltà, dalla sfioritura delle relazioni sociali la brigata di sette fanciulle e tre giovani che, nella cornice del Decameron , abbandonano Firenze rosa dal morbo pestigeno, abbruttita dalla malattia, per ritirarsi in campagna dove cercano di ripristinare, attraverso la parola, una più umana forma di convivenza? Bene, va bene. Ma questo cosa c’entra con le mani lavate, con la guerra e, soprattutto, con il Covid19?

Domanda legittima, certo. C’entra, perché, pur in tono minore, i primi effetti dell’abbruttimento li abbiamo visti nella risposta di pancia, ossia l’assalto ai supermercati, alla ricerca del pane (ma anche delle brioches, il tempo di Manzoni è lontano) e di una mascherina o di un’igienizzante per lavarci le mani. Per lavarcene le mani, considerato che la matematica, spesso, non è un’opinione e che, quindi, a qualcuno la mascherina non andrà o andranno mascherine di seconda mano, come le armi di scarto del sogno, a notte inoltrata, di Troisi in ‘Ricomincio da tre’. Così come non andrà della verza o una confezione di tonno o dei cerotti o quel che volete voi. E non siamo che all’esordio di un problema che non ha certo i caratteri nefasti della peste nera. L’abbruttimento è nel porco vizio dell’individualismo, figlio di un processo lontano, motore di mille successi a partire dal concetto di libertà individuale, ma che se declinato in un contesto di crisi non può che produrre fiori del male, disancorato, com’è, da qualsiasi radice altruistica o, più semplicemente, benevola verso ciò che io non sono. Abbiamo interrato i nostri comportamenti in ​uno spazio talmente privato che fatichiamo a reggere la loro fioritura in una dimensione pubblica equilibrata e solidale, capace di accettare la potatura di una mia esigenza (o presunta tale) a vantaggio di una necessità collettiva. Si dice ciò pensando a quanti non intendono affatto legarsi in casa, perdere la propria tastiera di variegati comportamenti, relativamente preoccupati dal fatto che ciò ricada sulle spalle di chi, in questo momento, a casa non può rimanerci, magari volendolo.

Ma l’abbruttimento è anche potenzialmente presente nella condizione opposta, ossia la perdita di uno spazio pubblico a causa di una sorta di detenzione forzata, della solitaria convivenza solo con sé stessi. E’ così difficile immaginare come, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, all’interno dei nostri ambienti domestici possa svilupparsi la tendenza alla disattenzione verso di sé? Una lenta e graduale disaffezione verso la cura del corpo, ad esempio. In fondo, mancando un pubblico, quale interesse potrei avere a radermi la barba, a depilarmi, a fare le mie abluzioni quotidiane? Con un po’ di immaginazione, collocandoci a qualche mese da oggi, possiamo intravedere negli alveari delle metropoli singoli individui incarogniti nel fisico, più trasandati, meno decorativi, per così dire. E ciò potrebbe valere per la pulizia domestica, ma anche per l’igiene mentale, la salubrità dell’intelletto. Proprio qui acquisisce spessore il ruolo delle mani lavate. Qui si innesta il senso morale della reazione e della ribellione alla barbarie. Al Levi di Se questo è un uomo , scettico dinanzi alla necessità di lavarsi nel lager, come consigliano alcune scritte in tedesco nei bagni sporchi e dall’acqua putrida, un ex sergente maggiore dell’esercito austro-ungarico risponde che lavarsi, in quella situazione, è un modo per restare umani, per non diventare bestie, per dire di no, per negare il proprio consenso all’abbruttimento graduale e inesorabile.

Nella vicenda contemporanea, la nostra, quella del morso (più o meno virulento, a seconda dei punti di vista) del Covid19, lavarsi le mani assume una valenza non troppo differente da quella codificata dal rigoroso sottoufficiale austro-ungarico. Lavarsi le mani è una risposta ordinaria e quotidiana, rituale, per restare civili, ossia morali, pronti cioè a operare una scelta di campo, fra una visione recintata dalle esigenze personali e un’altra capace di sentire che esiste altro da noi, per non cedere alla tentazione di accogliere la barbarie con i capelli sporchi e con le calze bucate. Non è, si badi, un discorso sociale, ma esistenziale. Se uno ha solo calze bucate, non può averle integre, è chiaro. Le calze bucate sono il simbolo della desistenza, di una rinuncia che è comprensibile, anche legittima, a volte, ma come fatto personale, non collettivo.

Certo, ora è il caso di stemperare i toni: noi non siamo in un lager, non siamo nella Firenze trecentesca, non siamo in trincea sul Carso. Siamo dinanzi a un fenomeno di cui non intuiamo sviluppi e scenari futuri, che non evolverà in un cataclisma patologico, non cancellerà la nostra civiltà, al massimo colpirà le categorie più deboli. Appunto, è qui l’altro germe dell’abbruttimento, nella tutt’altro che ingenua idea, già evocata in qualche agone politico (penso all’Inghilterra), che esista qualcosa di sacrificabile, di fatalisticamente destinato a soccombere dinanzi alla progressione del virus: anziani e persone fisicamente più fragili. Abbruttimento è anche accogliere il male minore, ossia il sacrificio di un segmento della comunità, affinché la restante parte, più adatta al contesto, possa perpetuare la propria esistenza, superando la crisi.

Arrivati a questo punto, sorge una domanda: ma tutti i fattori di imbarbarimento evocati (assalto al supermercato, strapotere delle esigenze personali su quelle collettive, abbruttimento fisico nell’anonimato di una condizione solitaria, esercizio politico di una selezione delle frange più deboli della società) sono davvero un reale e/o un potenziale prodotto del Covid19? Non è che, invece, questo minuscolo virus sta portando a galla, amplificandoli in virtù delle paure che sprigiona, fattori ordinari della nostra quotidianità a cui lo specchio rifrangente dell’ansia collettiva fornisce un’etichetta di straordinarietà? Forse, socialmente parlando, la nostra realtà quotidiana secerne virus più letali, perché invisibili e a rilascio lento, e il morbo attuale non è che un’amara lente di ingrandimento della regressione collettiva in cui abbiamo galleggiato, placidi, negli anni delle vacche grasse. Forse, eravamo già abbruttiti prima e non ce ne accorgevamo o non volevamo accorgercene del tutto, imbozzolati nella nevrosi così ottundente dell’accumulo legale di roba, per dirla con Verga, cullati dalle certezze apparentemente inossidabili della società dei beni e del benessere (di qualcuno), sicuri nelle nostre tiepide case, come ha detto lo stesso Levi, al riparo dai mali della Storia, protetti dalle insidie di quella colata lavica che è la consapevolezza reale delle tante storture e delle tante iniquità che ci piroettavano e che ci piroettano davanti ogni giorno e che consideravamo mali accettabili. Come la perdurante sacca di povertà con la quale conviviamo da decenni nell’opulenza pigra ora scossa da un essere microbico, un virus-specchio della barbarie quotidiana a cui diamo, d’ordinario, il nome di civiltà. Lavandoci o lavandocene le mani." ​


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