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Degli appelli e del diritto alla libertà d’espressione e di scelta

Stamane un amico mi ha inviato le indicazioni per accedere al sito dove è pubblicato l’appello dei docenti universitari: “No al green pass”...

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 8 settembre 2021 - 849 letture

Stamane un amico mi ha inviato le indicazioni per accedere al sito dove è pubblicato l’appello dei docenti universitari: “No al green pass”, con la possibilità di sottoscriverlo. Sono andato a leggere e “a vedere”. Firmare, non firmare? L’appello si conclude con un’indiscutibile affermazione cardine della democrazia e della convivenza della società civile: “Chiediamo pertanto che venga abolita e rifiutata ogni forma di discriminazione.”

Per molti aspetti perplesso ho sviluppato alcune riflessioni che vorrei condividere, perché credo nell’Università come luogo formativo di primaria importanza e confido nel dialogo quale “sale” della democrazia.

La disobbedienza civile è un atto estremo di cui ci si assume la responsabilità, pagandone spesso in prima persona le dirette conseguenze. I disobbedienti sono tali perché si oppongono a quelle che ritengono ingiustizie e si attivano per smuovere gli indifferenti e far prendere coscienza per evitare danni irreparabili sia nel presente che nel futuro. Ogni periodo storico ha i suoi disobbedienti che stentano ad essere riconosciuti tali salvo poi passare a futura memoria come eroi. (Furono in dodici a non giurare fedeltà al fascismo e costretti per il loro atto a dover abbandonare l’insegnamento, ritrovandosi senza stipendio). Ma questo è tutt’altro discorso. I contesti, i riferimenti sono sempre importanti e indispensabili per potersi orientare con cognizione di causa non devono essere fuorvianti ma contribuire ancor di più a fare discorsi sensati.

Green Pass

È corretto in relazione alla pandemia affermare il proprio diritto a non accettare delle regole, delle disposizioni governative e appellarsi a principi di libertà e democrazia, richiamando esempi storici dittatoriali che evocano incubi del passato?

Ci stiamo avviando o siamo già nella “dittatura sanitaria”?

Le definizioni sono importanti, ancor di più la chiarezza del linguaggio. Ritengo inappropriato utilizzare il verbo discriminare a proposito della certificazione verde. Il rischio è di fare confusione e di manipolare la realtà, o meglio l’opinione pubblica. La certificazione verde è un atto richiesto, dovuto e indispensabile per svolgere, sufficientemente protetti, attività ed esercizi che ci espongono pubblicamente al rischio di contagiarci. È un riconoscimento che accredita l’essersi vaccinati come azione vitale di contenimento e protezione che avvantaggia se stessi e gli altri. La discriminazione nasce da pregiudizi che additano, colpevolizzano, stigmatizzano i fragili, i deboli, gli emarginati.

Il green pass non può e non deve diventare oggetto di contenzioso tra vaccinati e non vaccinati.

C’è bisogno di richiamare l’obbligo vaccinale quando già l’art. 16 e l’art. 32 della Costituzione ci vengono incontro? Perché si vuol passare per vittime del green pass? È sostenibile affermare che proprio la certificazione verde è uno strumento inclusivo in quanto permette di muoversi e svolgere con un minimo di garanzie attività altrimenti rischiose e pericolose per il singolo e soprattutto per la collettività?


L’appello è disponibile online qui.



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