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Decreto Sirchia: l’alba di una nuova era?

"Sono un fumatore, anche se lo ammetto con qualche difficoltà. Ho iniziato sul finire della terza media, ho proseguito fino ad oggi, continuerò domani, ma non so se farò lo stesso dopodomani..."
di Ivan Carozzi - mercoledì 19 gennaio 2005 - 5507 letture

L’aspetto più poetico e complesso della materia in questione è proprio il fumo in sé stesso, inteso come la colonnina di tabacco bruciato che si eleva al di sopra delle vostre teste mentre fumate. Osservate il fumo che si alza, il conflitto fra determinazione e indeterminazione delle forme che si dispiega di fronte ai vostri occhi come il più elementare dei fenomeni fisici e che pure meriterebbe l’attenzione di un corso universitario avanzato.

Se volete godervi lo spettacolo, se non siete fumatori o avete deciso di smettere proprio oggi, potete benissimo semplicemente accendere la sigaretta da una estremità (quella giusta, mi raccomando) e posizionare il cilindro in verticale su di un piano. Adesso guardate la colonnina. Ditemi se non siete spinti a pensare che sia la metafora di qualcosa che comunque sia non riuscite a spiegarvi e che pure aderisce perfettamente a qualche angolo remoto o superficie nascosta della vostra coscienza.

Sono un fumatore, anche se lo ammetto con qualche difficoltà. Ho iniziato sul finire della terza media, ho proseguito fino ad oggi, continuerò domani, ma non so se farò lo stesso dopodomani, intendendo con questa espressione il vasto tempo indeterminato che mi separa dalla morte. Ho iniziato per sentirmi più figo, ammetto anche questo, e non mi dispiacerebbe prima o poi provare a smettere.

L’oggetto sigaretta, e in particolare il modo in cui può essere tenuta e rigirata fra le dita, include una gamma virtualmente infinita di microgesti strafighi che possono trovarsi declinati sia nel versante del fascino puramente virile della cosa, sia nel versante del fascino più schiettamente femminile della cosa o, in alternativa, in un calcolato dosaggio di entrambi. Cioè la stessa combinazione che anch’io, inconsciamente, avevo scelto di assumere ai tempi intossicanti e splendenti della mia adolescenza. Si trattava per me di esibire la sigaretta in quel modo un po’ maschio e un po’ femmina che era semplicemente il massimo per uno che a diciassette anni cominciava ad approcciarsi all’altro sesso. Con una bionda fra le dita e un sorriso enigmatico che lampeggiava sul volto.

Quando poi all’università ho studiato un po’ di psicanalisi, di filosofia delle forme simboliche etc., a partire da una serie concatenata di riflessioni ho scoperto che la sigaretta non era altro che il più classico e il più morfologicamente calzante fra i surrogati fallici, e che tra l’altro aveva anche il prezioso vantaggio di trovarsi alla base o alla sommità di una stringa di ulteriori stratificazioni simboliche, per lo più di derivazione cinematografica: Humphrey Bogart, Jean Gabin, Orson Welles, James Dean, John Belushi e in generale tutta la genìa immortale dei maledetti hollywoodiani. E chi a quel tempo quegli attori se li gustava, sprofondato nella poltrona di un cinema, ovviamente fumava lui stesso, in un gioco di specchi, come se ad ogni boccata, per magia, inalasse un po’ dell’essenza inarrivabile di quella razza superiore. James Stewart invece non fumava, ma perché gli facevano sempre fare la parte del padre di famiglia borghese.

Così, pare che ho cominciato a fumare praticamente al crepuscolo del XX secolo, al volgere dei cento anni che hanno prima glorificato e poi alla fine umiliato e polverizzato il personaggio del fumatore. Il secolo della nube azzurrognola che vela il broncio del carismatico ribelle o della femme fatale con tanto di bocchino stretto fra le labbra. Se ricordo bene ne ’Il ritratto di Zeno Colò’ o come si chiamava quel libro di Svevo, il protagonista è tormentato dal vizio del fumo. Non fa che smettere e riprendere, e grazie ad uno psicanalista scopre che la sigaretta, in qualche modo, incarna o simboleggia o configura un punto nodale delle sue nevrosi, cioè quelle malattie della psiche di cui si parlava tanto a cavallo del XIX e del XX secolo e che adesso appaiono come tenere e innocue deformazioni del carattere, se raffrontate alla calma piatta o alle contorsioni multidimensionali che affliggono il tipo umano medio globale del XXI secolo. Adesso l’irresistibile appeal della sigaretta è praticamente al tramonto e non a caso è stata di fatto cancellata via dalle sceneggiature di Hollywood e ricompare soltanto quando la cicca in primo piano diventa indispensabile ad una determinata caratterizzazione del personaggio. Come nelle soap opera quando si vuole suggerire al pubblico: ’Lo vedi questo personaggio? E’ un cattivo, puoi facilmente dedurlo da quel tubicino bianco che gli pende dalla bocca’.

Ebbene, questa sigaretta che mi porto alle labbra una quindicina di volte al giorno è drammaticamente passata di moda. E’ un residuo di tendenze, modi e comportamenti fatalmente derubricati. Mi fa sentire vecchio e fuori dai giri che contano. E alla fine è arrivato anche il decreto Sirchia, che ho trovato sostanzialmente giusto, per questioni di rispetto del prossimo che non fuma ed anche come deterrente non marginale per chi invece fuma.

Il decreto Sirchia, per chi avesse dormito negli ultimi mesi o per chi fosse stato a lungo in vacanza, in un luogo remoto, senza neppure avere la possibilità di accedere ad un punto internet, è la legge con potere immediato e attuativo con la quale si bandisce il fumo dai locali pubblici, dagli uffici etc., con l’unica possibilità di scorta per aziende, enti pubblici ed esercenti di locali pubblici di allestire una costosissima saletta fumatori (20000 Euro!) o anche detta ’fumoir’ provvista di un complicato sistema di aerazione e ventilazione dell’ambiente, e per di più con l’obbligo semestrale di un’accurata revisione del suddetto impianto. Detto in termini prosastici è momentaneamente finita un’epoca. A causa di questo decreto i locali pubblici sono stati inoltre costretti ad esporre un avviso con stampato il simbolo universale (?) del divieto che si staglia al di sopra di una sigaretta appena accesa, e dovranno continuare a tenerlo affisso e visibile almeno fino a quando non sarà in qualche modo diventato un fatto certo e incontrovertibile che quel divieto sarà stato interiorizzato all’interno delle coscienze individuali e solidificato fino a prendere le forme e la pregnanza di un tabù civico-culturale.

Personalmente ho fatto il mio esordio nella nuova era l’altra sera, quando sono andato in un locale delle mie parti (il ’Tagomago Lunge Club’) e mi sono immediatamente reso conto di come e quanto questa legge inciderà p-e-s-a-n-t-e-m-e-n-t-e sulle abitudini di molti di noi.

C’era un tizio francese che suonava, al Tagomago, da solo, un certo Sylvaine Channeau, o qualcosa del genere. Accordi di chitarra ultrascanditi, ultraespansi, lenti fino all’esasperazione. Non il massimo per una situazione già di per sé piuttosto tesa. Ed infatti la stragrande maggioranza dei presenti si frugava compulsivamente nelle tasche, era preda di una serie di gesti automatici, quelli che di solito precedono l’accensione di una sigaretta, ma poi si accorgevano dell’inutilità e del carattere nervoso e spontaneo di quei gesti che poi, per forza di cose, si concludevano in un nulla di fatto. Non la potevano accendere la sigaretta, per colpa di Sirchia. C’era una tale corrente di energia nell’aria che se tutti i presenti si fossero presi per mano e avessero formato una catena circolare intorno ad un pacchetto di sigarette, è piuttosto probabile, almeno secondo alcune discusse teorie, che prima o poi sarebbero riusciti a spostarlo di qualche centimetro o addirittura ad incendiarlo, il pacchetto di sigarette.

Così ho realizzato che alla fine, tutto sommato, le caratteristiche del vizio del fumo non sono poi tanto cambiate dai tempi del vecchio Zeno Colò (o come si chiamava). Il fumo continua ad essere una sorta di futile arma spuntata contro le nevrosi che affiorano nei momenti di socializzazione, negli scambi interpersonali e non solo, e che quindi, in qualche forma aggiornata, quelle vecchie nevrosi fin de siecle devono essere comunque sopravvissute o, anche se mutate, devono aver continuato a ruotare intorno al perno reale e simbolico della sigaretta…Sono teso stando qui seduto insieme a te. Quindi fumo. La conversazione sta toccando un punto nevralgico. Quindi fumo. La conversazione langue. Quindi fumo. La conversazione sta diventando appassionante e io e te stiamo diventando più intimi, e la cosa mi da un brivido non so se spaventoso o estremamente piacevole. Quindi fumo. Da solo in casa ripenso a tutto questo. Quindi fumo. Scrivo e divento più intimo con me stesso, la cosa mi eccita e mi fa venire voglia di fumare (quota due dall’inizio di quest’articolo). Quindi fumo. Etc., etc.

La cosa più sorprendente è che non potendo fumare, quella sera al Tagomago, la gente non ha parlato d’altro per tutta la sera. La gente era come nuda, derubata della sua pallina anti-stress e, anche se probabilmente in misura minore dato che la gente che affollava il locale era per lo più in età adulta, defraudata anche del suo simboletto fallico da ostentare qua e là, fra una chiacchiera e l’altra.

La gente non ha fatto che parlare di Sirchia e sigarette, tutto era impalpabilmente marchiato da questa doppia ’si’ iniziale, scambiandosi ogni genere di commento e ignorando quel tizio che suonava molto lentamente la chitarra, come se il solo fatto di parlare e parlare avesse potuto esorcizzare il temporaneo disagio e la crisi d’astinenza che attanagliava i presenti. Un meccanismo di sostituzione dell’oggetto assente piuttosto elementare e lungamente maneggiato in testi di psicanalisi, psicologia del comportamento, psicologia transrelazionale, psicologia delle relazioni familiari etc. Io ho addirittura cominciato a visualizzare lentamente il viso di Sirchia, grano dopo grano. Confesso di averlo sinceramente odiato, lì per lì, anche se sostanzialmente resto tuttora convinto almeno al 90% della bontà della sua scelta. Visualizzandolo ho notato che la sua faccia da sadico ultraperbenista sembra proprio una sofisticata variazione al computer della faccia di Heinrich Priebke. Prendete due foto e confrontate. Poi ho cominciato a ripetere mentalmente il suono ispido del suo cognome e, senza esattamente volerlo, la parola ’Sirchia’ ha cominciato a trasformarsi in ’minchia’, ’sorca’, ’milza’, ’nerchia’, ’morca’, tutta una serie di vocaboli vagamente assonanti e di segno decisamente dispregiativo. Allora sono andato fuori a fumare una sigaretta dove ho trovato un gruppetto di appestati che stavano facendo la stessa cosa. Fra una boccata e l’altra, qualcuno ha provato ad ipotizzare nuovi territori del marketing progettati sui desideri e i bisogni frustrati di questo neopopolo di neoorfani. Per esempio, salette a norma addobbate di gigantografie d’irriducibili e romantici fumatori del passato: Churchill, Castro, Hitchcock, la Garbo, Pannella. Una grande foto di Pannella.

C’è stata una gara a chi trovava il soggetto migliore. Poi un tizio che fino a quel momento se n’era stato in silenzio, piuttosto defilato, si è acceso un’altra sigaretta, ha aperto le porte del locale, e ha scagliato la sigaretta all’interno del locale stesso. Dopo è scappato verso il parcheggio, premendosi i mignoli sulle orecchie, proprio come se da lì a un secondo fosse dovuta scoppiare una bomba atomica. ’Se non altro si socializza’, ha detto alla fine qualcun’altro del gruppetto degli appestati. Lo sapevo che prima o poi saltava fuori una frase del genere.


Ivan Carozzi, collaboratore di un quotidiano locale e scrittore. Ha appena terminato il suo primo romanzo ed è in cerca di un editore. Email: icarozzi2000@yahoo.it, icarozzi@freemail.it.

L’articolo di Ivan Carozzi, è stato diffuso nelle liste di www.rekombinant.org


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