Il Darfur è la cartina di tornasole per verificare l’impegno del Consiglio di Sicurezza nell’assumersi la responsabilità di proteggere i civili.
“Invio nel Darfur di una forte missione delle Nazioni Unite, autorizzata a usare la forza per proteggere i civili”. È quanto chiedono, in una lettera aperta al Consiglio di Sicurezza, Amnesty International, Human Rights Watch e International Crisis Group.
“Il Consiglio di Sicurezza deve adempiere alla propria responsabilità di proteggere la popolazione civile del Sudan da ulteriori attacchi e premere affinché il governo di Khartoum cessi di temporeggiare e accetti la presenza di una forte missione dell’Onu”, afferma Gaerth Evans, presidente di International Crisis Group. “Nel frattempo - dice Gaerth Evans- occorre sostenere e rafforzare l’azione dell’Unione Africana nel Darfur”.
Il Darfur è la cartina di tornasole per verificare l’impegno del Consiglio di Sicurezza nell’assumersi la responsabilità di proteggere i civili. La campagna contro-insurrezionale del governo sudanese nell’area ha causato decine di migliaia di uccisioni, stupri e attacchi e ha costretto alla fuga quasi due milioni di persone.
“Superare la resistenza di Khartoum all’invio di una forza Onu è il primo ostacolo da affrontare”, commenta Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, che aggiunge: “la prossima sfida è assicurare che le truppe dell’Onu siano autorizzate a fermare gli attacchi alla popolazione civile, anziché mettersi da un lato e stare a guardare”.
Ma potrebbero passare dei mesi prima del dispiegamento della missione Onu. “Per questo, adesso, è fondamentale sostenere l’azione dell’Unione Africana”, dichiara Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International, che agisce in condizioni di sicurezza in progressivo e forte deterioramento.
Dalla fine del 2005, gli attacchi contro i civili, gli operatori delle organizzazioni non governative e il personale dell’Unione Africana sono aumentati. Secondo i dati Onu, riferiti ad aprile, almeno 650.000 civili in disperato bisogno non stanno ricevendo assistenza umanitaria perché gli operatori delle Ong non riescono a raggiungerli.
Già il 28 aprile scorso il PAM (Programma Alimentare Mondiale) aveva lanciato l’allarme:per mancanza di finanziamenti potrà essere fornita, solamente, una mezza razione alimentare vitale - ovvero, 1050 calorie per persona al giorno (invece di 2100) - ai 2,1 milioni di persone che hanno bisogno di soccorsi alimentari d’urgenza in Darfur.
“Gli sfollati del Darfur - si legge in un comunicato di Medici senza frontiere -non dispongono di alcuna altra risorsa per sopravvivere: vivono stipati in campi in condizioni igieniche precarie e non possono coltivare a causa dell’insicurezza generalizzata che regna nelle zone circostanti”. Una vera e propria crisi nutrizionale che incombe, nella indifferenza pressoché totale, sugli sfollati del Darfur. La minaccia è ancora più grave dal momento che altri servizi vitali, come la fornitura d’acqua potabile e il sostegno agli ospedali sono colpiti dai tagli al budget.
“Il disimpegno da parte dei finanziatori è ancora più difficile da comprendere se si considera che la situazione degli sfollati non è affatto migliorata nel corso dell’anno passato”, afferma Fabrice Weissman, capo missione di MSF in Darfur che insinua un dubbio atroce: “di fatto, la comunità internazionale agisce come se avesse deciso di condizionare l’assistenza vitale alle popolazioni del Darfur alla firma di un accordo di pace tra le parti in conflitto”.
A soffrirne di più sono, naturalmente, i bambini.
“L’Unicef - scrive James Gray responsabile per la protezione dell’infanzia- fa un appello urgente affinché giungano i fondi indispensabili per continuare a garantire servizi di vitale importanza (inclusa la protezione dagli abusi e l’istruzione) per i bambini del Darfur”.
In un momento in cui nei campi arrivano sempre nuove ondate di profughi, “la violenza raggiunge livelli allarmanti e giungono - continua Gray nel suo resoconto: ‘In Darfur, i fondi mancano proprio quando ce n’è più bisogno’ - sempre più frequenti notizie di minori arruolati nelle milizie armate, abbiamo bisogno di maggiore protezione per l’infanzia in Darfur”.
Un invito accorato che speriamo venga recepito.