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Dalla lotta alla povertà alla guerra ai poveri


L’editoriale del numero 10 di ottobre 2007 di NarcoMafie, a cura di Livio Pepino.
sabato 20 ottobre 2007, di Redazione - 1256 letture

L’ossessione della sicurezza è la cifra di questo scorcio di millennio. Essa accomuna destra e sinistra, viene cavalcata con foga dai ricorrenti fautori del nuovo (grillini o referendari che siano), uccide la politica o – più esattamente – definisce una politica a senso unico. Da anni, a differenza di molti neofiti, ci occupiamo di sicurezza: sappiamo che è un problema reale e che se qualcuno ha paura bisogna affrontare il suo problema e non dirgli che sbaglia perché i dati statistici non sono poi così catastrofici... Ma sappiamo anche che questa constatazione, lungi dal chiudere, apre il tema. Qui, infatti, si colloca (dovrebbe collocarsi) la sfera della politica: per interpretare il senso dell’insicurezza, per individuare le risposte più appropriate, per risolvere i problemi delle persone (e non per cercare consensi...). Dire – come fanno prestigiosi editorialisti, sociologi di grido, alti magistrati, sindaci di grandi città, politici di rilievo nazionale – che «la sicurezza non è né di destra né di sinistra» è, insieme, una banalità e una sciocchezza, quando non un consapevole inganno. L’aspirazione a una vita serena, infatti, è certamente comune alla generalità dei cittadini ma constatarlo non basta a definire i contenuti del “vivere serenamente” e, soprattutto, nulla dice sulla politica migliore per soddisfare tale aspirazione. Anche la salute, l’ambiente, la giustizia sono aspirazioni universali ma, per perseguirle, si confrontano e scontrano politiche diverse e talora contrapposte. È questo il terreno su cui si distinguono destra e sinistra, conservatori e progressisti.

Invece, in tema di sicurezza, prevale un pensiero unico che la ricollega, con immotivato automatismo, alla microcriminalità. La parola d’ordine, a destra come a sinistra, è che lì – nella espansione della microcriminalità – sta la causa dell’insicurezza, che affligge soprattutto – si aggiunge a sinistra (quasi a tacitare una cattiva coscienza) – gli anziani e i poveri: come se ad essi non bastasse, per essere insicuri, la loro condizione e la loro solitudine, che, invece, sembra non interessare nessuno... Non importa se persino i dati del ministero dell’Interno e della Direzione generale della Polizia ammettono che l’insicurezza sociale cresce mentre la microcriminalità (nonostante le enfatizzazioni della stampa) diminuisce e se – come ha scritto recentemente Ilvo Diamanti – «ben altri fattori concorrono ad alimentare le paure dei cittadini e la società è insicura perché l’ambiente in cui vive è insicuro, perché i legami sociali si sono indeboliti, perché le città sono diventate spesso invivibili e sempre meno vissute, perché il territorio si è degradato, perché le persone si sentono vulnerabili e isolate, perché la politica, invece di offrire certezze, insegue e moltiplica l’insicurezza». Il pensiero unico è semplice e rassicurante e, a differenza dei “sociologi d’accatto” (evocati nei giorni scorsi dal ministro dell’Interno) non si cura della realtà. Ovviamente la cosa non è casuale. Evocare lo spettro della microcriminalità come il nemico della società sana e sottolineare la priorità della sua repressione senza pietà consente di accantonare le ragioni vere della insicurezza e della inquietudine sociale che la politica (questa politica), rassegnata al semplice governo dell’esistente, non sa o non vuole affrontare e risolvere, anche a rischio di riprodurre i mostri che hanno generato, nel secolo scorso, autoritarismo e orrore.

Ma neppure questo basta. Negli ultimi mesi i nemici si sono estesi dai “piccoli delinquenti” ai poveri tout court. La vicenda dei lavavetri e della loro criminalizzazione (fino all’invocazione del carcere) è esemplare. Il problema della società è diventato la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i mendicanti, i posteggiatori, le guide improvvisate, gli ambulanti senza licenza, gli inventori di mestieri, i lustrascarpe, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i giocolieri, i questuanti, gli oziosi, i vagabondi e via elencando potenzialmente all’infinito. A infastidire la società sana non è più la povertà ma la sua visibilità (con la sgradevolezza che, spesso, la accompagna). Così la guerra alla povertà – che ha caratterizzato lo Stato sociale – lascia il posto alla guerra ai poveri, colpevoli di voler sopravvivere, di cercare due euro a un incrocio, di dormire sotto i ponti, di turbare il decoro urbano (magari sedendosi, per riposare, su pubbliche panchine...) e, per questo, destinati ad essere spinti altrove, non importa dove ma in un lontano invisibile. Così – nella storia – sono nati carcere, manicomio, persecuzioni e orrori di ogni genere. Sorprende che ciò sia ignorato nel dibattito pubblico e che si assecondino o addirittura si stimolino, anche a sinistra, le emozioni e le pulsioni più irrazionali. Sorprende, ma è inevitabile se la politica rinuncia ad essere veicolo di cambiamento e si riduce a pura gestione dell’esistente. Guai agli ultimi! e non a essi soltanto ché – come è stato scritto – quando i leader si defilano la democrazia diventa matrigna e cattiva.


Livio Pepino, magistrato torinese ed ex segretario di Magistratura Democratica. Link diretto al sito di NarcoMafie. Narcomafie è un progetto di informazione e documentazione del Gruppo Abele cui collaborano giornalisti, docenti universitari, magistrati, centri di documentazione italiani e stranieri, gruppi e associazioni del privato sociale, nato nel 1993 all’indomani della strage di Capaci e di via D’Amelio.

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Dalla lotta alla povertà alla guerra ai poveri
29 ottobre 2007, di : Marista Urru

Mi reputo una persona moderata, non sono razzista, trovo comodo di tanto in tanto usufruire del lavavetri data la mia pigrizia, so che l’immigrazione è un fatto inevitabile. Sono abbastanza anziana da ricordare il dopoguerra A Roma, i poveri, gli invalidi che mendicavano, i bambini che cantavano per due lire, che ti strappavano il cuore...ricordo una povertà in sostanza dignitosa, delle persone, vinte , stracciate, senza arroganza però, vecchietti affamati che rischiavano di morire di inedia e venivano arrestati al centro di Roma da poliziotti impietositi, per fargli avere un letto ed un pasto caldo. Per dire che conosco la povertà, e so che il povero può non essere gradito da vedere,ma va rispettato. Ciononostante nel dopoguerra non ho mai visto il degrado morale, lo sporco, la arroganza, la cattiveria che questi emarginati troppo spesso, anche se ovviamente non sempre per fortuna, ci scaricano addosso. E di questo non faccio una colpa a loro, agli emarginati, ne faccio una colpa al finto buonismo di chi si accontenta di accoglierli, lasciandoli nelle strade, sotto i ponti, alla mercè del degrado fisico e morale. E’ prova di immaturità, di leggerezza un simile modo di fare, non si fa la guerra ai poveri, è vero, ma non si lasciano neanche cittadini inermi alla mercè di teppa venuta qui o di disperati diventati teppa perchè abbandonati. C’è un patto sociale che va rispettato, il cittadino legittima il potere in tutte le sue espressioni ad agire in sua vece, anche per questo ha il dovere di pagare tasse e gabelle, per pagare chi nelle istituzioni opera, e ricevere in cambio servizi , tra i quali: pulizia, ordine , sicurezza, giustizia, salute... Questo patto va rispettato DA TUTTI. Ne consegue che un moderno Stato deve essere capace di amministrare i beni che dai cittadini gli vengono affidati, in modo da pensare anzitutto ai cittadini con i quali il patto è stato idealmente sottofirmato, poi governare l’afflusso degli immigrati , armonizzandolo alle "possibilità economiche " del paese, alle necessità di ordine pubblico, alle capacità sanitarie ... Tenere 10 mila infelici poveri, abbandonati, con lo spirito della "gattara", è secondo me meno meritevole e "civile" che accudirne, portare alla autosufficenza, al lavoro, alla autostima 5000, e mandare gli altri dove magari è possibile trovino di meglio che un ponte e uno spacciatore
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