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Dalla Chiesa e la memoria fragile

Durante il corso dell’anno, a date stabilite dagli eventi, ci ritorna in mente che uno dei problemi principali in Italia si chiama mafia.
di francoplat - mercoledì 9 settembre 2020 - 525 letture

Qualche giorno fa, il 3 settembre, si è de-celebrato l’assassinio, in via Carini a Palermo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie, Emanuela Setti Carraro, e dell’autista di scorta, Domenico Russo. Forse il neologismo è brutto, ma pare efficace per sottolineare la timidezza con la quale il prefetto di Palermo è stato ricordato ed è ricordato. Nella convulsione degli affari di cronaca, nell’urgenza della contemporaneità, tra persistenti querelle fra negazionisti e sostenitori dell’esistenza del Covid19, le nauseanti polemiche intorno alla riapertura delle scuole (mai come quest’anno l’istituzione scuola è stata alla ribalta del dibattito politico, dopo esserne stata espunta per decenni) o, ancora, le crisi di cordoglio intorno alla ‘prostatite’ di Briatore, c’è poco tempo per tornare con la memoria alla morte di quello che, con discutibile retorica, viene definito un servitore dello Stato.

Nel ricordo collettivo, senza dubbio, la figura di Dalla Chiesa appare flebile, tanto che, qualche anno fa, la figlia Rita lamentò sui social che la lapide posta in ricordo del sacrificio del padre si trovava in stato di abbandono. Il problema non è solo quello di lustrare energicamente una targa in marmo, ma quello di insistere sul significato di quell’esperienza di cento giorni a Palermo (dal 30 aprile, subito dopo l’omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, e del suo autista, Rosario Di Salvo, sino al 3 settembre, appunto) e sulle ragioni, ancora da spiegare, del suo omicidio. Molto si sa di quella vicenda, certo, a partire dalla necessità, da parte dello Stato, di rispondere all’urgenza dei delitti eccellenti che si erano succeduti colpendo giornalisti, magistrati, politici, medici, funzionari delle forze dell’ordine, così come della consapevolezza del generale di muoversi in un ambiente ostile (“è altrettanto certo che personalmente sono destinato a subire operazioni di sottile o brutale resistenza locali, quando non di rigetto da parte dei mafiosi ‘palazzi’”, scriveva in una lettera, il 2 aprile, al presidente del Consiglio, Spadolini) e delle relazioni politico-malavitose che interessavano la corrente andreottiana della DC locale. In un diario scritto sotto forma di dialogo immaginario con la moglie defunta, Doretta, Dalla Chiesa racconta di un suo incontro con il divino Giulio e annota: “sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori”.

E, ancora, di quella vicenda sono note le preoccupazioni del prefetto dinanzi al silenzio della politica romana riguardo le pressioni crescenti operate per ottenere quei poteri per contrastare, non solo formalmente, la mafia, per diventare, nei fatti, il regista di un’attività di indagine ad alto livello che richiedeva il sostegno aperto e convinto del Palazzo. Nota è anche la sostanziale solitudine nella quale, sin dall’inizio e a seguito di quel silenzio, si trovò ad operare, rimasto invano un’ora ad attendere che qualcuno andasse a prenderlo all’aeroporto di Punta Raisi (oggi Falcone e Borsellino) una volta atterrato in città e solo era secondo la testimonianza di Giorgio Bocca che si recò presso Villa Whitaker, sede della prefettura palermitana, per intervistarlo in qualità di corrispondente de “la Repubblica”. Stessa condizione di isolamento che emerge dalle parole di Saverio Lodato, allora inviato de “L’Unità”, in un articolo di qualche anno fa, relativo proprio al suo incontro con il generale nell’agosto 1982: “Dalla Chiesa era solo. Parlava come una persona consapevole ormai della propria solitudine. Non aveva attorno, pur essendo il prefetto di una Palermo in guerra, alcun segretario, alcun collaboratore, neanche un passacarte”.

Un uomo solo, dunque, consapevole d’esserlo, nonostante i suoi tentativi di aprirsi alla cittadinanza, di creare un rapporto diretto tra le istituzioni e il paese reale a partire dagli studenti, dagli operai, per affrancarsi dalla posizione di emarginazione in cui sentiva di trovarsi e per costruire un rapporto fiduciario, non burocratico, lui uomo d’azione e non da scrivania. Quella consapevolezza che consegnò all’intervista di Giorgio Bocca: “credo di aver capito la nuova regola del gioco, si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può ucciderlo perché è isolato”. Pericoloso? Pericoloso un uomo solo e, se non apertamente osteggiato, certo non sostenuto da chi lo aveva mandato sul fronte? Sì pericoloso, perché il generale, che in Sicilia era stato già due volte nel corso della sua carriera e che aveva sviluppato una raffinata esperienza investigativa, aveva compreso molto, pur in tempi brevi. Sia, con una sorta di lucida chiaroveggenza, l’importanza del futuro fenomeno del pentitismo, sia qualcosa che, ancora oggi, pare un’eresia se pronunciata: “chiunque pensasse di combattere la mafia nel ‘pascolo’ palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo”. E’ quanto disse nella già citata intervista a Giorgio Bocca e che attesta la lucidità con la quale il generale guardava al fenomeno mafiose nella sua complessità, alla sua diffusione nelle maggiori città italiane, al riciclaggio del denaro sporco attraverso la complicità dei colletti bianchi, alla ricerca dell’accumulazione primitiva del capitale mafioso, il quale ultimo consentiva, fra le altre cose, di controllare il potere.

Non era possibile lasciare vivo un uomo tanto acuto e tanto solo. E infatti non fu lasciato vivo. A dimostrazione della sua pericolosità, va ancora ricordato che, mentre il prefetto e la moglie giacevano morti nell’auto, qualcuno trafugò dalla cassaforte di Villa Whitaker i documenti raccolti da Dalla Chiesa nel corso della sua breve esperienza palermitana. Vale la pena ricordare che un trattamento simile fu riservato ai diari di Falcone e all’agenda rossa di Paolo Borsellino. Una sparizione, questa, che apre l’enorme e irrisolto problema dei mandanti reali dell’assassinio del prefetto di Palermo. Perché se è vero che le sentenze, nel corso degli anni, hanno accertato le responsabilità di Cosa Nostra, condannando i killer e i mandanti interni alla mafia siciliana (tra i quali Riina e Provenzano), ciò che resta nebulosa è la questione di chi, al di là dell’onorata società, abbia decretato la fine del generale. Non si tratta soltanto di ascoltare le parole dei figli di Dalla Chiesa che, a ripetute riprese, hanno sottolineato la presenza di responsabilità politiche più o meno precise nella vicenda. Alle ragioni filiali, ai quali gli scettici possono obiettare il carattere partigiano delle dichiarazioni, si possono affiancare le osservazioni dei boss, a partire dalla colorita espressione di Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia di Provenzano, il quale, in un’intercettazione ambientale, parlando con un altro mafioso, Salvatore Aragona, sosteneva: “ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa”. E a Guttadauro possono, poi, aggiungersi le dichiarazioni dei pentiti, tra i quali Tullio Cannella che, riferendosi a Pino Greco, gli attribuiva la frase “Stu omicidio dalla Chiesa non ci voleva”.

Né diversa appare la posizione della magistratura. Gli stessi giudici che condannarono i killer e i mandanti di Cosa Nostra dell’omicidio del generale nella sentenza parlarono di zone d’ombra che persistevano nella vicenda Dalla Chiesa, relative al modo con cui il generale fu mandato in Sicilia e agli interessi interni alle istituzioni politiche nell’eliminazione di un personaggio determinato e scomodo. Figli del generale, boss, pentiti, magistrati: tutti concordi nel sottolineare la parzialità del riscontro giudiziario sulla morte di Dalla Chiesa, concordi nel ritenere che gli ideatori del piano criminale siano da ricercarsi altrove, al di là delle organizzazioni mafiose, in quell’ambiguo intreccio di politica, affari, mafia, servizi segreti deviati che ha percorso tanti momenti della vita della nostra Repubblica e che, con buona pace della nostra memoria, continuerà a percorrerli, più silente, stornato da altre preoccupazioni. Probabilmente, porremo fine al dibattito sulla scuola e riaperti gli istituti torneremo a insegnare la storia del Novecento. E la insegneremo, come sempre, con tanti omissis, rievocando con una lacrimuccia sentita la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, fedele servitore dello Stato, ucciso dalla mafia o da chi per essa. Ammesso che, avendo così tanti ‘eroi’, non si debba scegliere di dimenticarlo, per privilegiarne altri, anch’essi ingoiati da un gorgo misterioso, a cui giova il deficit civico di questo Paese e una memoria fragile.


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