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Dall’Umanesimo alla Francia Ribelle


Intervista a Sabine Rubin, prima deputata umanista eletta all’Assemblée Nationale francese.
mercoledì 21 giugno 2017 , Inviato da Redazione - 923 letture

Vi proponiamo questa intervista di una collega della redazione parigina a Sabine Rubin, prima deputata umanista eletta all’Assemblée Nationale francese. Candidata per la coalizione di sinistra France Insoumise (“Francia Ribelle”) nel 9° collegio della Seine-Saint-Denis (nord-est di Parigi), ha battuto al secondo turno la candidata del movimento La République en Marche del presidente Macron in lizza per lo stesso seggio (NdT).


Sabine Rubin è una donna fedele ai suoi ideali.

Il suo impegno di lunga data è animato da valori di uguaglianza, giustizia sociale, democrazia reale, pace, solidarietà e nonviolenza.

Le sue convinzioni sono un omaggio all’essere umano, a ciò che è veramente e a ciò che merita, a ciò a cui aspira e all’espressione delle sue migliori intenzioni.


Pressenza : Sei candidata alle elezioni legislative per la Francia Ribelle nel 9° collegio della Seine-Saint-Denis. Qual è il tuo percorso e quali sono le ragioni del tuo impegno?

Sabine Rubin : Mi sento insoumise da oltre 40 anni. Da quando vedo l’economia primeggiare sull’essere umano, trasformando quest’ultimo in un mero consumatore. Ormai “il grande mostro della finanza” avanza in maniera progressiva ma ineluttabile, riducendo l’essere umano a una doppia miseria, sia materiale che etica, che si esprime attraverso un individualismo crescente. Fedele alle stesse aspirazioni di quando avevo 18 anni, posso dire anche di essere una “idealista”, che aspira a qualcosa di più e di meglio per l’essere umano.

Due anni dopo l’elezione di François Mitterrand, mi sono rapidamente sentita tradita, le sue promesse non sono state mantenute. Quindi ho fatto il giro di diversi partiti politici, ma non sono mai riuscita a riconoscermi nelle loro posizioni, più dottrinarie che sentite, anche se difendevano un ideale di giustizia sociale.

Mi sono sempre interrogata anche sul tema della democrazia come possibilità di far sentire la voce di quelli a cui non viene mai data la parola. Da tempo, la rappresentanza mi sembra essere un surrogato della democrazia, soprattutto perché quelli che dovrebbero rappresentarci ci tradiscono. D’altronde, come vengono rappresentate le minoranze?

E poi, mi sono sempre posta questo interrogativo: Cosa bisogna cambiare in questo mondo? Il sistema o l’uomo? Ho militato con gli umanisti, molto impegnati in questa riflessione. Eravamo molto presenti nei quartieri, in particolare con dei giornali che permettevano agli abitanti di far sentire la loro voce. La tematica della violenza e della nonviolenza era al centro dei dibattiti e delle azioni.

Ritornando a quello che prima ho chiamato “il grande mostro della finanza”, voglio ricordare che la sua caratteristica è di distribuire agli azionisti i guadagni che un’impresa produce – grazie ai lavoratori salariati – piuttosto che reinvestirli per la collettività. I politici sono sotto scacco dei suddetti azionisti, perché questi ultimi finanziano tutto. L’economia viene di conseguenza rovinata, sclerotizzata, e tutto ciò blocca il discorso politico.

Il problema è che le generazioni che sono nate in questo mondo fatto così sono prive di spirito critico e pensano sia naturale che l’economia funzioni in questo modo. È il solo modello che hanno, e così l’anormale diventa normale.

Ovviamente questo è falso, e c’è un fossato tra questo mondo governato da leggi economiche arbitrarie e le necessità e le aspirazioni dell’essere umano.

Per la prima volta dai miei 18 anni, il mio spirito di rivolta ha trovato nella Francia Ribelle l’opportunità di dire tutto questo a voce alta e ad un gran numero di persone. E mi riconosco nel cambiamento di direzione che il programma propone.

P : Fai una campagna sul campo lì dove vivi[1], con un radicamento locale di lunga data. A cosa aspira la gente?

SR : Si tratta di una domanda difficile: “Colui che ha fame o sete, sogna la sazietà”. Ma se non ha più fame, né sete, cosa sognerà? Quando ci viene fatta questa domanda, che ha molto senso, siamo portati a non restare in superficie: bisogna approfondire.

C’è bisogno di distinguere tra i desideri, le necessità e le aspirazioni più profonde. I desideri hanno spesso a che vedere con il sistema dei valori in voga. E quello ampiamente diffuso, tra gli altri dai media, e che è entrato nella testa delle persone, dice loro che la felicità sta nel diventare una star della TV o di possedere l’ultimo smartphone.

Ma oggi, nei quartieri popolari, la gente – pur essendo piena di questo tipo di desideri – è sempre di più in uno stato di reale necessità, ha delle necessità di base per la sopravvivenza.

Del resto, non appena si ha l’occasione di parlare, queste stesse persone si riconnettono al loro buon senso e ai loro sogni e ambizioni primarie. Non aspirano più a lavorare 50 ore a settimana per poter consumare (neanche l’ultimo smartphone), come dettano invece le leggi – quelle stesse leggi che riducono sempre più all’osso lo Statuto dei Lavoratori –. Non aspirano più a respirare dell’aria inquinata, né a mangiare dei prodotti senza sapore e strapieni di pesticidi. Non aspirano neanche più ad aver paura di fronte ad un futuro incerto.

Aspirano ad un mondo solidale. Tra l’altro, chi può difendere la non-solidarietà da un punto di vista umano?

Trovo interessante che Jean-Luc Mélenchon abbia incluso nei suoi interventi alcuni elementi di questa aspirazione più profonda. A mio avviso, sono questi temi e i valori umani che li sottendono ad aver colpito le persone e ad aver prodotto questo slancio, in particolare quello dei giovani under 25 che si sono spesi al massimo nella sua campagna elettorale. Questi ultimi aspirano ad una grande libertà e hanno guardato a questo programma con un entusiasmo non “politico”. Io sono un po’ come questi giovani: è per questo che mi sono dedicata in maniera molto intensa a questa campagna.

P : La società civile è sempre più impegnata: come osservi questo fenomeno sul campo?

SR : Nel nostro collegio ci sono sempre state tante iniziative della cittadinanza, di contestazione come di costruzione.

Chi lavora in ambito associativo si dichiara spesso “apolitico” o non crede più nella politica, o meglio, per dirla più correttamente, nei politici. Di conseguenza sono rimasti scettici anche nei confronti di France Insoumise, il cui leader è un politico.

La France Insoumise ha rappresentato quindi una possibilità di impegno politico prevalentemente per chi era al di fuori di questi ambiti associativi. Persone che hanno sempre sentito che la politica le riguardasse, ma che non si riconoscevano, o non si riconoscevano più, nei partiti tradizionali e nelle loro beghe. Persone che hanno visto in questo ampio movimento civico la possibilità di fare politica nel senso primo e più nobile del termine: occuparsi insieme della vita della polis.

P : Cosa motiva i militanti della Francia Ribelle? Forse la riappropriazione dei processi decisionali che ci sfuggono di mano sempre di più a vantaggio di una governance economica?

SR : Effettivamente alcuni hanno voglia di riappropriarsi della cosa politica e del diritto di decidere.

Si tratta del desiderio di non esser più relegato al ruolo di votante. Ma è anche un’adesione al programma.

Nel nostro gruppo a Les Lilas, ci sono tante motivazioni quante sono le persone, e questa diversità è positiva. Ciò che tiene insieme queste diversità è il programma “Il futuro in comune”, come dice bene Jean-Luc Mélenchon.

Rispetto alle motivazioni personali della mia candidatura, sono prevalentemente due:

Incitare le persone, dalla tribuna che offre il fatto di essere un rappresentante nelle istituzioni, ad auto-organizzarsi esse stesse per risolvere delle questioni che le riguardano, e che potrò sostenere. Difendere un programma attraverso leggi che permettano di fermare la deriva liberista e di cambiare la direzione degli avvenimenti, davanti alle urgenze che l’umanità si trova ad affrontare.

P : Come si può capire la proposta di una Sesta Repubblica?

SR : La Sesta Repubblica è innanzitutto una proposta attraverso la quale far rivivere la democrazia: Charlotte Girard, che ha co-costruito il programma e ha lavorato più nello specifico su questo punto, parla di “un ambiente che permetta alle persone di diventare dei veri e propri cittadini”. Inoltre, si tratta di un’occasione per moralizzare la politica con nuovi strumenti, come ad esempio la possibilità di revocare il mandato di chi è eletto.

Per me, è urgente ritornare ad impegnarsi in quanto cittadini, anche se non si tratta di un compito facile, ridotti come siamo da tanto tempo ad essere dei semplici elettori. Riflettere insieme a cosa è buono per tutti è una sfida che ci permetterebbe, tra l’altro, di trascendere gli interessi individuali, che spesso sono a breve termine.

Con questa Sesta Repubblica, la Francia Ribelle offre una cornice che riorienta la possibilità di riappropriarsi della democrazia. La politica di gestione dell’acqua, la politica dell’energia, la politica dei trasporti, della sanità, l’ecologia… Dobbiamo occuparci di tutto, tutto ci deve riguardare!

La cittadinanza non è qualcosa di astratto: significa sentirsi partecipi di una collettività. Ma al giorno d’oggi questo sentimento è un processo da costruire.

Tutto ciò passa dalla ricomposizione del tessuto sociale; si tratta di imparare a conoscere il proprio vicino, ad agire con lui. A livello del quartiere, della città, si tratta poi di organizzarsi e di decidere insieme.

P : Qual è la posizione della Francia Ribelle sulla pace e la nonviolenza?

SR : Uscire dalla NATO è già una prima nostra posizione chiara in politica estera.

Il messaggio per la pace si approfondisce sempre di più come posizionamento ideologico.

Per quanto riguarda il nostro posizionamento nonviolento, allo stato attuale è difficile elaborare un discorso sulla nonviolenza in un mondo così brutale, poiché questi argomenti in questo momento sono difficili da ascoltare.

Quel che è certo è che la parola “violenza” viene utilizzata sempre di più per denunciare il sistema economico, e non più solamente le guerre.

Ma la risposta nonviolenta non c’è ancora. C’è chi vuole una “comunicazione interpersonale nonviolenta”, ma la lotta politica resta “feroce”. È un peccato, poiché la nonviolenza è una metodologia d’azione sociale molto potente, fondata su un’ideologia e una filosofia di vita di grande saggezza. Tuttavia, malgrado il simbolo di France Insoumise (la lettera greca φ, “phi”, che rimanda a FI, le iniziali del movimento, NdT) rappresenti proprio la saggezza e l’armonia, queste ultime non sono ancora presenti nella sfera politica. Attraverso la mia candidatura, forse riuscirò a far conoscere e riconoscere questa grande aspirazione che è la nonviolenza. In effetti, è proprio questo il senso profondo del mio impegno politico.

[1] Les Lilas, un comune del dipartimento della Seine-Saint-Denis, in Francia


Traduzione dal francese di Domenico Musella


Articolo pubblicato in collaborazione con Pressenza.



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