Da Mariano a Marione

Marione indossò la maglia della Nazionale di rugby, non la classica divisa azzurra, ma quella bianca con lo stemma tricolore sul petto...

di Deborah A. Simoncini - venerdì 23 luglio 2021 - 1243 letture

“Ho iniziato a tre anni a desiderare con tutte le mie forze di andare alle Olimpiadi, oggi ho raggiunto la mia meta.”

Marione indossò la maglia della Nazionale di rugby, non la classica divisa azzurra, ma quella bianca con lo stemma tricolore sul petto. Trasmetteva una sensazione di straordinaria eleganza e grande autorevolezza. “Il rugby è l’essenza della mia vita: uno sport non come tutti gli altri e che assomiglia così tanto alla vita. Lo reputo lo sport più bello del mondo, perché il ruolo dell’arbitro è sacro, decide tutto quello che è giusto. E’ l’unica autorità e come tale va considerata. Se un giocatore protesta contro una decisione arbitrale, tutta la squadra deve arretrare di dieci metri. In caso di cartellino giallo, fuori dieci minuti e i tuoi compagni a sgobbare in inferiorità numerica.” Lo stadio era una muraglia di colori, di cori, di rumori.

L’affettuoso nomignolo di “Super Mario” se l’era guadagnato: lo dicevano superintelligente. Per chi capisce di calcio era chiaro che avrebbe fatto strada.

Ha governato una banca centrale e guidato diciannove economie diverse, con 340 milioni di europei. Il garbo e la generosità caratterizzano la sua leadership insieme al coraggio e alla sicurezza. Ferma la determinazione a superare ogni difficoltà e la volontà di dare sempre il massimo, nello spirito di squadra. Quando parla tutti gli prestano ascolto. Identifica i problemi chiave e propone soluzioni chiare e in modo succinto. L’analisi teorica lo guida per l’azione pratica. E’ un uomo potente. A ogni parola, a ogni gesto, a ogni sguardo incanta, sprigiona energia positiva. Ha superato difficoltà insormontabili e raggiunto traguardi sportivi eccezionali. Come abbia fatto sembra un mistero. Ritiene fondamentale imparare a collaborare con gli altri, fare squadra e chiedere aiuto. “Da soli non si è nessuno”. L’ironia è la sua prima alleata, sempre a portata di mano. Sa fare tesoro delle critiche positive e sta attento a quelle cattive e agli “odiatori”. Il rugby è lo spirito alla base delle sue scelte di vita. E’ un mondo affascinante, per dare prova di coraggio, di forza fisica e mentale, del senso di amicizia e di appartenenza. In campo fa il gioco sporco: gioca da pilone, quello che guida la mischia. Si scontra spalla contro spalla e cerca di guadagnare un pugno di metri. In campo sputa sangue per vincere le proprie paure e dimostrare quello che sa fare. Ciò che è. Gli è sempre piaciuto lavorare insieme a studiosi più giovani ai quali è sempre molto grato. Marione si infilò i calzettoni e si allacciò le scarpe. Iniziò a pensare a cosa lo attendeva, a quello che il pubblico si aspettava da lui, alle difficoltà della partita che stava per iniziare. Alzò il braccio e iniziò l’haku lanciò un grido, urlò qualche parola. Tutti i compagni come un solo uomo gli risposero e diedero il via alla danza. Batterono le mani sulle ginocchia, sgranarono gli occhi, mostrarono la lingua. Marione batté i pugni a terra e gridava sempre più forte. Il pubblico urlò sugli spalti rispondeva al suo urlo.

“In campo sono nel mio ambiente naturale. La paura è una nemica infida, sempre in agguato. E’ stata la vita a mettermi davanti a scelte difficili. So bene che la responsabilità è solo mia. Ci sono momenti in cui è necessario prendere decisioni complicate. Nell’assumersi le proprie responsabilità non c’è modo di far uscire la rabbia, bisogna tenersela dentro. In campo per me è più facile, sono abituato e allenato per questo. Le difficoltà vanno affrontate di petto.”

Si inventò la partita perfetta e fece una sacrosanta lavata di capo a Matteo: “Perché fai così? Non ci si capisce niente …” Allungò le braccia verso l’alto, saltò con tutta la forza che aveva e afferrò al volo l’ovale. In quel momento urlò a squarciagola: “Maaat”. L’arbitrò fischiò, il gioco si fermò e Matteo fu salvo. La partita riprese con un calcio in favore di Marione che senza nessuna pressione fece andare la palla lontano, fuori campo, liberò la zona difensiva e fece avanzare la squadra. Gridò “Maaat” per dare una svolta e tentare di cambiare un destino che sembrava già delineato, un percorso senza via d’uscita. Tutto quello che accadde dopo, negli istanti immediatamente successivi, si sarebbe scolpito per sempre nella sua memoria.

Marione riconquistò la palla e si involò in contropiede fino alla linea di metà campo: non riuscirono a bloccarlo. Proprio in quel momento accadde l’impensabile: l’arbitro si portò il fischietto alla bocca e ci fischiò dentro, gli si avvicinò e gli sventolò sotto il naso il cartellino rosso. Marione non riuscì a dire niente, rimase senza parole, nel vero senso del termine. Dopo qualche secondo riuscì a balbettare: “Monsieur vous avez commis une grande erreur”. Sì, doveva essere proprio un errore, e lo ripeté ancora una volta. Quando lui rispose “Non ho nessuna intenzione di farmi insultare sul terreno di gioco”, all’improvviso capì: l’arbitro doveva aver sentito qualcosa che lui non aveva mai detto. Nello specifico pensava di aver sentito “Fuck off …” un insulto gravissimo e gratuito, che mai e poi mai gli sarebbe uscito dalla bocca, tantomeno nei confronti dell’ordine.

Sentì il mondo precipitargli addosso. La rabbia gli impediva di ragionare con lucidità. Avrebbe voluto urlare con tutto il fiato che aveva in corpo. Si impose di restare calmo. Aveva subito un’ingiustizia, ma non doveva passare dalla parte del torto. Se si fosse lasciato andare, allora sì, l’arbitro avrebbe avuto ragione. Se ne uscì dal campo dicendogli: “Lei dovrà prendersi la responsabilità di quello che ha fatto!”


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