Tre giorni di emozionanti incontri con persone e associazioni che si battono contro la mafia
“Le persone hanno bisogno di essere ascoltate. Oggi, nessuno ascolta nessuno”. Chi pronuncia questa frase è Sarina Ingrassia, una piccola donna di 86 anni di grande energia e vitalità. Occhi mobilissimi e parlata chiara, Sarina è l’ultima persona che incontriamo prima di ripartire per Milano. L’incontro è l’epilogo di tre giorni passati in Sicilia, un “Viaggio della Legalità” che si è svolto dall’1 al 3 aprile scorso. Un viaggio organizzato dall’assessore alla Cultura del Comune di Lodi, Andrea Ferrari, e che ha visto la partecipazione di 74 persone. Tre giorni di emozioni intense, di riflessioni, di contatti umani per cercare di capire una terra lontana da dove abitiamo e operiamo, ma nello stesso tempo assai vicina dal punto di vista solidale, analizzare il fenomeno mafioso per poterlo combattere.
Tutte le persone incontrate hanno voluto sottolineare un concetto comune: non crediate, hanno detto rivolgendosi a noi, che il vostro territorio sia esente da infiltrazioni mafiose. La mafia non è più una questione siciliana. Dove ci sono investimenti economici, attecchisce la malavita organizzata e il settentrione non è esente da questa infiltrazione; per questo non dovete abbassare la guardia.
Per primo lo ha affermato il magistrato antimafia Antonio Ingroia. Con lui l’incontro lo abbiamo in Tribunale, fra un’udienza e l’altra. Barba fluente, non molto alto, carnagione scura, Ingroia stretto fra le guardie della scorta ci porta in un’aula nella parte nuova del Palazzo di giustizia. Mentre attraversiamo la piazzetta della Memoria ci fanno ala i nomi dei magistrati uccisi dalla mafia, scolpiti su un monumento orizzontale: Montalto, Falcone, Borsellino, Chinnici, Giacomelli, Terranova, Saetta, Scaglione, Costa, Livatino. Un elenco lunghissimo per un incontro breve, troppo breve pressato com’è, il magistrato, dagli impegni istituzionali. Ingroia parla con molta calma, con punte ironiche, racconta come ha cominciato ad interessarsi di mafia, racconta il privilegio che ha avuto nell’aver cominciato a lavorare con Falcone e Borsellino. Una storia collettiva complessa, sottolinea Ingroia, fatta di luci e ombre, di fallimenti e di successi perché nel nostro Paese ci si scuote solo con l’emergenza.
Ha scritto un libro – “Nel labirinto degli dei” – per affermare, dice, “l’Italia delle regole”. Oggi, la mafia è diventata finanziaria e quando sfiori i santuari finanziari, cercano di fermarti. Ingroia ne ha anche per l’informazione “che spesso è disinformazione” e racconta quando, per il processo Dell’Utri, si era recato a Palazzo Chigi per interrogare Silvio Berlusconi. Assieme ad un altro Pm, viene ricevuto in una stanza enorme dove si tengono, generalmente, le riunioni con le parti sociali. I due Pm sono collocati all’estremità del lunghissimo tavolo. Dalla parte opposta, Berlusconi attorniato da avvocati e portaborse, ilari e giulivi. Ingroia pone la prima domanda. Berlusconi dichiara di volersi avvalere della facoltà di non rispondere. L’interrogatorio è praticamente terminato. I Pm sono venuti a Roma per nulla.
Alla fine, mentre gli avvocati si accalcano per congratularsi con il presidente del Consiglio, per stringergli la mano, un commesso prega i Pm di uscire dalla porta posteriore di Palazzo Chigi “per motivi di sicurezza”. Berlusconi, invece, assieme ai suoi legulei esce dalla porta principale dove sono in attesa microfoni e telecamere dei giornalisti. La sera, i telegiornali, daranno solo la versione del presidente del Consiglio.
Anche Giuseppe Crapisi presidente dell’associazione “Corleone dialogos” insiste sul tema delle infiltrazioni mafiose. Credere che questo problema, sottolinea Crapisi, “riguarda solo l’Italia meridionale è assolutamente riduttivo. Spero che questo vostro viaggio vi sia utile per creare gli anticorpi contro la mafia”. Ma come cercate di sconfiggere la mafia? Crapisi ci fa vedere la sede dell’associazione, i quadri di Gaetano Porcati che illustrano momenti importantissimi della storia d’Italia e della Sicilia, dallo sbarco degli Alleati in Sicilia agli attentati fascisti degli anni Settanta, ai giorni nostri. Ci battiamo contro la mafia nel paese simbolo della mafia, Corleone, continua Giuseppe Crapisci. E lo facciamo “attraverso le cooperative che gestiscono i terreni confiscati a Cosa Nostra. Questi territori non devono appartenere ad una sola persona, ma a più cooperative, una pluralità di persone che non si lascia intimorire… Questa è la vera Corleone: una città che lotta e persevera nel suo obiettivo”.
Ed è proprio in una cooperativa sorta su un terreno confiscato alla mafia che, alla sera, ci portano a mangiare così come a mezzogiorno siamo andati all’Antica Focacceria San Francesco nel cuore di Palermo, lo storico locale oggi simbolo della lotta al racket.
La mattina seguente sostiamo nei pressi del viadotto di Capaci dove il 23 maggio 1992 una bomba mafiosa uccise il giudice Falcone, la sua compagna, la sua scorta. E’ un posto desolante. Sui muri sotto la stele, piuttosto brutta, le solite scritte “Ti amo”. Dappertutto sporcizia, desolazione, incuria. Nel posto dove i mafiosi hanno messo la bomba, un’inferriata, tutta arrugginita, impedisce di penetrare. Ma tanto si vede poco considerate le erbacce che la coprono. Ma il massimo della violenza è all’inizio della strada che conduce al monumento. C’è un cartello che indica, appunto, dove è scoppiata la bomba e, sotto, appeso con un filo, fanno bella mostra due offerte di agenzie immobiliari, “Vendesi” e “Affarone”.
Per tirarci un po’ su, per far sbollire la nostra rabbia di come si possa dimenticare così in fretta, dove il denaro compra anche i ricordi, ci portiamo da Bice Salatiello nel quartiere Zen. Lo Zen (Zona di espansione nord) è un ammasso di casermoni e immondizia. Ci sono materassi bruciati, Vespe abbandonate senza ruote, contenitori dell’immondizia bruciati. E’ una giornata molto calda, non c’è un filo d’erba, solo polvere e cemento. Ma in mezzo a tanta desolazione c’è lei, Bice, 82 anni, da decenni allo Zen nel tentativo, a volte riuscito, di recuperare i ragazzi. Con lei ci riceve anche Pina Grassi la moglie dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia. Moltissimi sono i palazzi occupati abusivamente, il tasso di criminalità è altissimo, il 20 per cento dei ragazzi non va oltre le scuole elementari. Bice ci racconta che allo Zen, mamme e bambini stavano a letto sino all’una del pomeriggio perché non avevano nulla da fare, con la televisione sempre accesa sino a notte inoltrata. E così i bambini, la mattina seguente, dormivano e a scuola non ci andavano. Lei comincia ad andare a parlare con le donne, prende i ragazzi e fa loro le ripetizioni, apre un centro sociale dedicato a Giovanni Vitale, un ragazzo di 20 anni, dello Zen, suicidatosi in carcere. Dopo il centro sociale è la volta dell’asilo e poi del laboratorio di sartoria. Le donne cominciano a frequentare il centro, le volontarie insegnano a cucire, a fare borse. Parlo con una volontaria di 76 anni, Maria Francesca che orgogliosa mi porta nel laboratorio e mi fa vedere i vestiti fatte dalle ragazze dello Zen.
“La gente deve capire – afferma Pina Grassi – la dignità del lavoro, l’importanza di frequentare la scuola. Se non vai a scuola, se non lavori sei preda della malavita, di droga e prostituzione. Abbiamo governanti che sembrano che non abbiano fatto neppure la scuola dell’obbligo, senza dignità”. Bice, interviene ancora, continua a parlare, a spiegare, a far vedere cosa fanno al centro ed è dalle parole di questa giovane 82enne che appare la speranza, che ci invita ad essere ottimisti perché, sottolinea con forza, “la mafia si sconfigge anche facendo imparare le donne a cucire e mandare i bambini a scuola”.
Può sembrare strano ma è ottimista anche Pino Maniaci il proprietario e direttore di Telejato, a Partinico. Ha 308 querele, ha avuto 40 gomme tagliate, 2 automobili bruciate, gli hanno tagliato i freni della macchina e, in pieno giorno, nel centro di Partinico è stato aggredito dal figlio di un mafioso e da un suo amico. Gli hanno rotto alcune costole, gli hanno fatto un occhio nero, hanno tentato di strozzarlo con la cravatta. Lui continua, imperterrito, a denunciare la mafia. Lo fa con un Tg che dura anche due ore, lo fa con questa televisione che copre 25 comuni e che ha un ascolto superiore al regionale del TG3. Pino Maniaci era un piccolo imprenditore edile e ha acquistato, nel 1999, questa televisione che il Pci voleva vendere. Da quella data è diventata un punto di riferimento per tutti i cittadini della zona.
Pino è personaggio vulcanico e vitale. Non è un giornalista, ma ci ha dato una lezione di giornalismo che tanti soloni iscritti all’Ordine dovrebbero avere l’umiltà di ascoltare. L’Ordine dei giornalisti dopo i numerosi attentati ha deciso di dargli il “tesserino” ad honorem. Pino vive semiblindato in questa televisione dove ci lavorano la moglie, la figlia, il figlio e, da qualche tempo, una stagista fiorentina. Una scala ripidissima, in via Crispi, 33, ci porta nella redazione, tre stanzette anguste attraversate da cavi, televisori, piccole telecamere. Sui muri scrostati, spuntano strani fili elettrici collegati in modo fortunoso. Quando ci accalchiamo nelle stanzette, Pino ordina ad alcuni, di sedersi vicino a lui e li obbliga a leggere, in diretta, alcune notizie del telegiornale. Pino è così. Hanno letto con lui notizie in diretta, magistrati e attori famosi, personalità della cultura, scrittori, giornalisti. Carabinieri e polizia stazionano sotto la redazione.
Quando alla fine del colloquio andiamo al bar, tutti e 74, viene anche Pino ed anche i carabinieri. E sempre loro ci accompagneranno sino alla prima uscita dell’autostrada per paura di qualche attentato. Non è certo facile fare informazione a Partinico. Maniaci racconta che in questa città di 32 mila abitanti si conoscono tutti. Lui denuncia in televisione le malefatte di alcuni personaggi, con nomi e cognomi, poi, magari, va al bar e mentre è al bancone e si sta bevendo un caffè, si avvicina proprio il personaggio che lui ha denunciato. E sono minacce terribili, dette sottovoce, con calma. Lui prosegue la sua battaglia, con tenacia e forza di volontà nel fare una televisione che è resistenza civile, ma che è diventata anche uno strumento eccellente per combattere la mafia e che la mafia teme proprio perché è diventata un punto di riferimento per tantissimi cittadini.
Già, resistenza civile, non arrendersi. Le stesse cose che dice Rita Borsellino che, assieme a Giovanni Impastato, ci attende a Cinisi nella casa che fu di Peppino. Giovanni non sta bene, in quel momento è malato ma ha voluto esserci ugualmente all’incontro con i “nordisti”. Seduti per terra o appollaiati sulla scala interna di questa angusta casa, Giovanni ci parla del fratello, ma soprattutto della madre, Felicia Bartolotta, della grande cultura civile della madre che prima di morire ha voluto fortemente far diventare la casa un luogo di incontro, di riflessione, di impegno civile. Alle pareti l’ormai familiare viso di Peppino, ritagli di giornali, quadri regalati da pittori. Poi Giovanni e Rita ci accompagnano nei famosi “cento passi” per arrivare nella casa di don Tano Badalamenti, il mafioso che farà uccidere Peppino il 9 maggio 1978. Giovanni apre, per la prima volta quella casa disposta su più piani. Una targa fuori dice che quella casa è stata confiscata alla mafia e data in gestione all’associazione di Peppino Impastato che la farà diventare un centro culturale. Si stanno compiendo dei lavori, manca l’elettricità e così ci raduniamo, tutti quanti, nell’atrio ed è nell’atrio di questa casa, ormai diventata famosa, che Rita Borsellino ci incita a non arrendersi. “E’ necessario – insiste – arrivare ad una verità completa per capire cosa è avvenuto negli ultimi decenni nel nostro Paese. Una società diversa da quella del passato e del presente è possibile, ma dobbiamo volerla tutti”.
Di certo una società diversa la vuole Sarina Ingrassia. L’incontro è nel quartiere Bavera di Monreale. Per accoglierci tutti non c’è nessuna sala in questo quartiere degradato. E allora ci riuniamo in chiesa. Sarina era figlia di poveri contadini, analfabeti. Lei studia da autodidatta, si diploma e comincia ad insegnare. Fa la volontaria alla Caritas, alla San Vincenzo e oggi, a 86 anni, continua a insegnare – come sottolinea – “il rispetto e la non violenza”. L’associazione di Sarina ha concentrato gli sforzi sui ragazzi e le loro famiglie. Sarina e altri volontari hanno cominciato a raccogliere i ragazzi che non andavano a scuola, li portavano a fare colazione, li accompagnavano a scuola, li andavano a riprendere, gli davano da mangiare e poi il doposcuola, i compiti. Un lavoro immane ma per Sarina è importante che i ragazzi possano frequentare la scuola. D’altronde Sarina si è sempre interessata “degli affari degli altri” sin da quando aveva 22 anni. Fra il pane e la cultura, continua, io scelgo la cultura. Hanno messo in piedi incontri quindicinali con la gente, i genitori, e le donne hanno cominciato a raccontare e a raccontarsi, a prendere coscienza dei loro diritti.
Nelle ultime regionali, Sarina è stata convinta a partecipare alla competizione. Racconta, ridendo, che ha preso pochissimi voti. Certo una come Sarina non sarebbe piaciuta ai politici che si ricordano del quartiere solo in campagna elettorale. Lei preferisce educare i bambini “nel giudizio critico” perché il “lavoro nel sociale è una semina”.
Sì, siamo contenti anche noi che Sarina ha preso pochissimi voti.