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Da Brescia alla base militare di Ghedi: Io cammino perché...

Oltre mille donne in marcia. Un articolo di Daniela Bezzi (Pressenza).

di Redazione - mercoledì 8 novembre 2023 - 492 letture

Quando il silenzio è più forte di qualsiasi slogan. Quando da una semplice telefonata si mette in moto il tam tam che funziona ancor meglio dei social. Quando dal senso d’impotenza che tutt* proviamo in questi giorni di fronte alla macelleria di Gaza, nasce l’urgenza di fare qualcosa – e cosa può esserci di più semplice che camminare insieme, non importa in quante? Da qualche parte bisogna cominciare.

E così è successo che sabato 4 novembre, mentre in parecchie città italiane e del mondo ci si preparava per le manifestazioni sempre più partecipate in solidarietà con la Palestina, nella città di Brescia un tot di donne si sono date appuntamento in Piazza della Loggia (luogo quanto mai significativo) e hanno cominciato a marciare verso la base militare di Ghedi. Destinazione ovvia per “il potenziale di distruzione e di morte” ma per niente ovvia anzi ‘problematica assai’ per le autorità competenti, data la ricorrenza: il 4 novembre, Festa delle Forze Armate!

Erano circa 400 quando sono partite in fila per due ed erano le 9 di mattina. Quando sono arrivate a destinazione erano più di mille, per via delle tante altre che si sono aggiunte da vari Comuni vicini.

Oltre 16 km percorsi nel più totale silenzio, tutte vestite di nero per dire del lutto, della vicinanza nel dolore di quelle donne, madri, sorelle che in questi giorni vedono morire i loro figli, compagni, fratelli. E neanche uno slogan, neanche uno striscione. Solo una pezza bianca legata al braccio per significare che la pace è ridotta proprio a uno straccio. Un emozionante serpentone che solo qualche articolo sulla stampa locale ha registrato, definendola in un solo modo: potente.

Data la totale spontaneità dell’iniziativa, al di fuori di qualsiasi affiliazione, non è stato facilissimo mettersi in contatto con qualcuna delle promotrici. Ma grazie ai social, ecco affiorare a un certo punto qualcosa che assomiglia a una locandina, con tre numeri cellulari. I primi due non rispondono, lascio un messaggio. Al terzo mi risponde Aurora S. alla quale rivolgo l’ovvia domanda iniziale: “Come è nata? Come avete fatto?”.

“E’ successo tutto in pochissimi giorni, a partire dalla telefonata dell’amica Marina C., che a un certo punto ha chiamato oltre a me altre amiche, per esprimere il senso di lancinante impotenza di fronte a quel continuo bombardamento di notizie e scene di morte, così lontano dalle nostre case e al tempo stesso così vicino. Impossibile non immedesimarsi nel dolore di quelle donne, uomini, bambini, intere famiglie spazzate via in pochi istanti, i corpicini allineati nei lenzuoli per finire nelle fosse comuni… Uno scenario di morte così senza tregua non si era mai visto prima, e ancor più doloroso capire che dovremmo arrenderci all’idea che non c’è soluzione, che la guerra deve continuare a tutti i costi…”

E così da quella prima telefonata di Marina, che rendeva perfettamente lo stato d’animo di molte altre, è partita l’idea di questa marcia, pensando a quella bellissima iniziativa di pace che anni fa commosse il mondo intero per il fatto di vedere insieme le Donne del Sole palestinesi e le Donne che osano la pace d’Israele.

“Io stessa se ci penso non riesco a credere che siamo riuscite a fare questa cosa in così poco tempo, avendo chiaro fin da subito che saremmo state solo donne e che l’iniziativa non avrebbe avuto alcuna ‘targa’, sia per promuovere la più ampia partecipazione da parte di tutte le donne desiderose di unirsi a noi senza alcun paletto di credo, o affiliazione, sia per evitare quelle logiche ‘egemoniche’ che avrebbero snaturato tutto quanto: davvero di fronte a ciò che sta accadendo non c’è che il silenzio. Nel giro di pochi giorni abbiamo deciso quel che c’era da decidere e immediatamente sono partite le richieste di permesso verso la Questura… Permesso che ci è stato negato, ma non per questo ci siamo fermate: la marcia era già partita e alla fine è arrivata a destinazione, scortata davanti e dietro dalle forze dell’ordine. Ed è stata una cosa potente, sì posso dirlo, potente…”

Poco dopo parlo con Donatella A., ginecologa anagraficamente in pensione ma da sempre attivissima su tanti fronti della Pace, anzi Guerra, vissuti sia professionalmente che come personale urgenza: nel 2019 un’esperienza molto impegnativa (“con non pochi momenti drammatici”) a bordo della nave Mediterranea, in soccorso di una ventina di donne incinta e una quantità di bimbi piccoli; più recentemente la guerra in Ucraina e vari viaggi in Palestina. “… perché devi sapere che Brescia è gemellata con Betlemme, uno di questi viaggi fu addirittura all’interno di una delegazione istituzionale, con il Sindaco di Brescia, il Vescovo, il rappresentante locale di Confindustria…”. E’ toccato quindi a lei, che fino a qualche mesi fa era anche Consigliera Comunale, il compito di interagire con Questura e Digos per i permessi della manifestazione.

“Anche su questo fronte possiamo essere orgogliose di come sono andate le cose, di come siamo riuscite a trasformare la difficoltà (perché la negazione del permesso di manifestazione avrebbe previsto la cancellazione dell’iniziativa, o avrebbe potuto limitare la partecipazione) in opportunità di relazione sia fra di noi che con le forze dell’ordine. Tutte le donne che hanno aderito al nostro invito si sono trovate di fronte ad una scelta, tra l’esserci (magari con qualche conseguenza penale) e il rinunciare, dilemma non facile, che però è proprio al fondo della scelta pacifista: la scelta di testimoniare ciò che è giusto per te, per la tua coscienza. E quanto alle Forze dell’Ordine, ci sono stati non so quanti passaggi e riunioni; il problema principale sembrava proprio l’assenza di affiliazione, di una organizzazione o associazione in grado di farsi carico, il fatto che la richiesta provenisse da semplici cittadine: chi di noi poteva garantire che tutto si sarebbe svolto senza incidenti o infiltrazioni? E insomma la difficoltà ha creato le condizioni di un confronto, di un mettersi in relazione che alla fine ha permesso a ‘loro’ di prendere atto della nostra determinazione, e a ‘noi’ di farci riconoscerci nella forza delle nostre intenzioni. Così l’altra mattina, all’appuntamento di Piazza della Loggia, mentre a gruppetti arrivavano donne che avevamo solo sentito per telefono o via email, io mi sono messa in coda, per controllare chi arrivava – e alla fine ho ricevuto persino i complimenti delle agenti della Digos, donne anche loro, che ci hanno scortato fino a Ghedi. L’unica vera difficoltà è stata dover negare ad alcuni compagni uomini che si sono presentati all’appuntamento sabato mattina, il permesso di marciare insieme a noi. La maggior parte ha capito, purtroppo non tutti, alcuni ci hanno accusato di discriminazione, non l’hanno presa bene… peccato.”

E infine eccomi al telefono con Marina C., colei che ha messo in moto l’appello, l’urgenza di fare qualcosa. “Sono commossa ancora adesso se penso a quei momenti di cammino, nel più assoluto silenzio, ciascuna con i propri pensieri, altre donne che si aggiungevano lungo il percorso: commovente ogni attimo che abbiamo vissuto, ma soprattutto l’arrivo a Ghedi, quando una dopo l’altra ci siamo avvicinate alle reti, ci siamo slegate gli straccetti che avevamo legati al braccio con su scritto i nostri messaggi di pace e li abbiamo appesi alle recinzioni. E in pochi minuti ecco infiocchettate di bianco quel contenitore di morte e armi nucleari. Molte avevano gli occhi ludici, alcune si sono messe a piangere, io con loro. Quello che sta succedendo a Gaza, è troppo, troppo, troppo. E soprattutto indigeribile il fatto che non ci sia risoluzione che tenga, non ci sia appello della comunità internazionale, non ci sia ragione né giurisdizione di nessun genere che possa aver ragione della macchina della guerra, della distruzione che ha già raso al suolo un intero territorio e per chissà quanto ancora continuerà: ma come si può…? E’ disperante arrivare a queste conclusioni di impotenza. Noi nel nostro piccolo abbiamo fatto questa cosa per esprimere precisamente questo: la nostra corale disperazione. Adesso ci chiamano da altre parti d’Italia, per chiederci di replicare e io da una parte sogno una marcia che ci veda insieme proprio tutte, tutte, tutte, tutte le donne del mondo unite contro la guerra… E dall’altra mi vien da dire: fate anche senza di noi, per camminare insieme basta solo cominciare, anche in poche, anche in Comuni piccoli, anche per tragitti brevi, anche con pochi giorni davanti per organizzare… Basterebbe davvero così poco per vivere in quel mondo di pace che tutti vorremmo.”

Il nostro più sincero Grazie a questo manipolo di Donne di Pace che si sono messe in marcia e ci invitano a fare altrettanto: oltre ad Aurora, Donatella e Marina, anche Valera R e Valeria Z, insieme a Oriella, Katia, Michela Vanda, Marisa e le tante tante altre che sabato 4 novembre hanno risposto all’appello.


L’articolo di Daniela Bezzi è stato diffuso da Pressenza.



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