Cruz de hierro

E qui, in questo luogo, gli uomini come vermi puntano l’alto, innalzano altari e chinano il capo, ma che sia neve, vento, pioggia o sole la natura ribadirà il suo dominio.
di Antonio Cavallaro - mercoledì 10 novembre 2004 - 4819 letture

Il cielo ha lo stesso colore del lastricato in pietra che ricopre il paese. Nel mezzo ci siamo noi, le case e le strade che portano via di qui. Sembrano pronti a schiacciarci. Come osiamo? Ogni passo sembra una sfida a cielo e terra. Come osate? L’aria, fredda, mossa dal vento pare muoverci questo rimprovero, la posso vedere mentre sospinta a gran velocità si appresta a scagliarsi addosso, si attacca ai nostri vestiti e penetra fino ad arrivarci nelle ossa. Al suo contatto, sulle mie mani si aprono piccoli tagli che il sangue presto riga. Come fosse un predatore eccitato dall’averne sentito l’odore, l’aria fredda stringe la sua morsa ed io impotente, posso solo nascondere le mani dentro le maniche del giubbotto e del maglione e sotto loro, goffamente continuare ad afferrare il bastone seguitando a salire. Il pensiero non fa altro che andare e tornare a casa, alla stanza, al cassetto dove ci sono quei guanti che ora avrei voluto mettere nello zaino.

Un sottilissimo strato di ghiaccio ricopre l’asfalto della strada che percorriamo, ad ogni passo ne sento il frantumarsi sotto le scarpe. Una freccia gialla indica un passaggio a sinistra che scende sotto la strada e si perde in una distesa. Il crepitare del ghiaccio sotto i nostri piedi aumenta, un passaggio vecchio di secoli solca lo spazio aprendo un taglio marrone nella terra coperta di bianco, fino a riprendere il nero dell’asfalto. Auto si muovono sui i tornanti che si inerpicano sulla montagna e incontrano Foncebadon. Un cartello ne indica il raggiungimento ma tutto è celato dalla nebbia, calata improvvisamente. Una striscia di terra e fango è la strada principale, le prime tracce del paese sono delle pietre ai bordi a formare aiuole di macerie, più in là una prima casa con sole tre pareti e senza parte del tetto. Case basse ormai crollate su loro stesse, abbandonate, si alternano a poche altre che sembrano riuscire nell’illusione di trattenere la vita. Seguo i miei compagni che seguono altri, non ho capito dove ci stiamo recando, il clima, la desolazione ci fa gruppo, anche se distanziati da qualche metro siamo tutti assieme, ci giriamo l’uno verso gli altri guardandoci in volto. Gli uccelli volano bassi, poggiandosi su cumuli di neve da cui fuoriescono travi, tegole. Tutto, anche quelle case che non vogliono e truccano i davanzali con fiori finti colorati, con tendine alle finestre, con i tappetini di benvenuto davanti alla porta che pioggia, neve e umidità rendono perennemente bagnati e scuri, tutto, segni di qualcosa che è passato: la neve ricopre e si stende come un sudario.

Di fronte all’albergue municipale di Foncebadon ci fermiamo ma l’hospitalera pare volerci cacciare via, sta facendo le pulizie dice e chiudendosi dietro la porta a chiave ci raccomanda di non perderci sbagliando percorso,"con questo tempo è meglio lasciar perdere il sentiero e seguire la strada che costeggia il paese!" Riscendiamo la strada, su un piccolo cumulo di macerie un cartello con la caricatura del pellegrino indica un bar, la costruzione che lo ospita è più nuova e più alta rispetto alle altre del paese. Imbocchiamo la stradina che passa fra i resti di due case e che separa il bar dalla via principale, a poco a poco entriamo tutti. Dentro c’è un’altra temperatura, ci togliamo di dosso zaino e qualche indumento e ci spingiamo al bancone. Tavolini riempiono un’ampia sala, i più fortunati siedono davanti a finestre che oggi si affacciano direttamente su fitti banchi di nebbia, ma, ne sono certo, capaci di regalare durante la bella stagione una vista senza pari di queste montagne: questo luogo dovrà concedere almeno agli occhi la possibilità di qualcosa di migliore! La musica che altoparlanti diffondono per tutta la sala cambia, improvvisamente risuona "L’inno alla gioia" di Beethoven, l’inno d’Europa, un inno d’appartenenza, il volume cresce, ammantando di surreale chi incolpevole scatta fotografie o beve la sua grappa, il suo caffè. Appena fuori il bar, delle scale scendono fino alla strada che costeggia il paese, e che per oggi è diventata l’unica via per il pellegrino. Sul ciglio della strada sostano molti furgoni, so cosa fanno. Molti, soprattutto quando si è prossimi alla Galizia, si fanno accompagnare nel loro cammino da questi furgoni, che lasciano e attendono i propri clienti in punti concordati consentendogli di viaggiare comodi e leggeri. C’è chi lo fa per una questione di tempo, c’è chi lo fa perché gli va bene anche così. Ma c’è anche chi ne approfitta per muoversi più velocemente non rischiando di non trovare posto negli albergue, ma qui è ancora presto, a quanto mi hanno detto questo accade solo in Galizia quando il numero dei pellegrini cresce giorno dopo giorno. D’altronde se si è credenti e si dimostra d’aver fatto almeno cento chilometri, si può ottenere con l’indulgenza la cancellazione dei propri peccati, che può sempre far comodo.

Ci rimettiamo in marcia. Gettando lo sguardo fin dove la nebbia consente, si scorge la sagoma colorata dei pellegrini avvolti nelle loro mantelle, in fila indiana sul ciglio della strada scaliamo la montagna. Penetro nella nebbia ad ogni passo, dai fianchi della montagna sale un vento freddo che striscia sull’asfalto e attraversa le mie gambe portandosi d’appresso ora la neve ora la pioggia che si alternano in un gioco d’avversità. Chi vuole dire qualcosa ha solo il coraggio di sussurrare. Tutto tace, a parlare è solo il vento, solenne si prende anche gioco di noi e cantando la montagna, accompagna l’insolente rumore del motore dei furgoni e pullman di gitanti che salgono per i tornanti. Non ho più freddo, non sento la salita, sento solo la voglia dei miei piedi di andare, in fretta come se qualcosa potesse finire. La natura, mi piace pensare di toccarne un’altra sua estremità, di accarezzarne una delle sue innumerevoli forme di superiorità ma per un attimo, improvviso, un velo oscuro si frappone a questa mio pensiero: che questo non sia solo un pensiero sciocco che coglie chi abita per tutto l’anno a livello del mare, avvolto 365 giorni l’anno da un clima più che mite e l’unica estremità che sta toccando è quella di qualcosa con cui non ha familiarità. Ma è solo un momento. Oggi non appartengo a quello che credo di essere, faccio parte soprattutto del resto, ho un piccolissimo ruolo, ma mio, in questo macrocosmo, come le case distrutte di Fonceadon che ci richiamano alla vita. Posso sentire la natura morire, rinascere, cambiare e muoversi, felice come non mai di esserne parte.

La natura sfida Dio minacciando anche il suo regno, con le cime più alte, i suoi uccelli, con le nubi i suoi lampi e con i marchingegni costruiti dalla sua creatura più insolente. E qui, in questo luogo, gli uomini come vermi puntano l’alto, innalzano altari e chinano il capo, ma che sia neve, vento, pioggia o sole la natura ribadirà il suo dominio. La mia marcia è ormai una corsa: i ragazzi giapponesi con cui ho cenato ieri sera, compagni di brindisi, supero e mi affretto, col sorriso di un bambino stampato sul volto gelido. Le piante che crescono ai bordi della strada giacciono sotto il gelo, fragilissimi i loro rami si spezzano netti sotto la punta del bastone che aiuta questa mia ascesa e che, improvvisa si arresta per un momento superata una curva; il respiro non cessa di crescere affannoso prima di sedarsi completamente, i sussurri si tramutano in domande che chiedono conferma se quella è la Cruz de Hierro. I pellegrini si lasciano precedere in questi ultimi metri da grida d’euforia, i ciclisti abbandonano le bici a terra, i turisti scattano foto di gruppo con i pellegrini e poi fanno mille domande. La croce si erge su un palo di legno a cui piedi cresce una montagna di pietre poste dai pellegrini e che la neve ha ricoperto completamente. Chiunque arrivi corre in cima per immortalare il raggiungimento di questo traguardo. Da lassù un intero mondo bianco si perde alla vista, un pugno si leva contro il cielo per uno scatto di vittoria.


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