Cronache giornalistiche da basso impero

La famiglia Feltri vs Laura Boldrini
di Adriano Todaro - mercoledì 9 dicembre 2020 - 832 letture

Il 25 novembre scorso, giornata internazionale contro la violenza sulle donne scoppia nel nostro Paese un “caso” che vede protagonisti l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, Mattia Feltri, direttore dell’Huffington Post e il padre di questi, Vittorio, famoso giornalista. Famoso soprattutto per le posizioni, non sempre corrette, che spesso ha su Libero, il quotidiano da lui fondato, e in Tv. Basti ricordare i nomi dei presunti pedofili o i titoli sessisti nei confronti della sindaca di Roma, Virginia Raggi. Posizioni sulle quali è intervenuto più volte l’Ordine dei giornalisti con censure e sospensioni.

Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, l’Italia è 41/a. Meglio di noi il Burkina Faso (38/o), il SudAfrica e il Ghana, rispettivamente al 31 e 30/o posto. Eppure, malgrado questo, nel nostro Paese ci si accapiglia come se fossimo in Norvegia che da quattro anni è la prima in classifica. Invece di lavorare e trovare linee-guida per allargare la libertà di stampa, alcuni aiutano, di fatto, a comprimerla.

Vediamo un po’ cosa è successo. Laura Boldrini tiene un blog sull’Huffington Post e il 25 novembre scrive sulla violenza alle donne e critica Vittorio Feltri per un titolo e un commento sulla vicenda di una ragazza che era stata drogata e poi stuprata. Il titolo su Libero è un titolo tipico di Feltri. Occhiello: «I cocainomani vanno evitati». Titolo: «La ragazza stuprata da Genovese è stata ingenua». Svolgimento: «Entrando nella camera da letto dell’abbiente ospite cosa pensava di andare a fare, a recitare il rosario? Non ha sospettato che a un certo punto avrebbe dovuto togliersi le mutandine senza sapere quando avrebbe potuto rimettersele?». Poi una scusante per lo stupratore: «Va da sé che drogarsi allontana dalla realtà e favorisce comportamenti riprovevoli. Ma è anche vero che chi s’incammina sulla pista della coca perde la coscienza e la capacità di autogestirsi».

Il direttore dell’Huffington Post, casualmente figlio di Vittorio, Mattia Feltri, blocca l’intervento della Boldrini. Bisogna dire che il giornale online è un aggregatore di blog e fa parte della galassia Gedi, in pratica Repubblica, La Stampa, l’Espresso ecc. L’originale è statunitense, fondato nel 2005, e ha avuto un enorme successo in tutto il mondo. Per questa testata hanno scritto un po’ tutti, da Obama al regista Michael Moore. In Italia tengono il blog sindacalisti, persone dello spettacolo, politici, giornalisti. Perché il direttore Mattia Feltri ha bloccato l’articolo? Perché, risponde la Boldrini, chiamavo in causa Vittorio Feltri, suo padre che martedì definiva la ragazza stuprata «ingenua». In pratica, se era stata stuprata era colpa sua.

Mattia Feltri non nega nulla. Penso che vada la pena leggere, per intero, la sua dichiarazione per capire meglio la vicenda: «Confermo quanto scritto oggi dall’onorevole Boldrini su Facebook: ieri ha mandato uno scritto per HuffPost che conteneva un apprezzamento spiacevole su mio padre Vittorio. Ritengo sia libera di pensare e di scrivere su mio padre quello che vuole, ovunque, persino in Parlamento, luogo pubblico per eccellenza, tranne che sul giornale che dirigo. L’ho chiamata e le ho chiesto la cortesia di omettere il riferimento. Al suo rifiuto e alla sua minaccia, qualora il pezzo fosse stato ritirato, di renderne pubbliche le ragioni, a maggior ragione ho deciso di non pubblicarlo. Al pari di ogni direttore, ho facoltà di decidere che cosa va sul mio giornale e che cosa no. Se questa facoltà viene chiamata censura, non ha più nessun senso avere giornali e direttori. Oltretutto l’onorevole Boldrini, come altri, su HuffPost cura il suo blog. Quindi è un’ospite. E gli ospiti, in casa d’altri, devono sapere come comportarsi”.

Già, come avrebbe dovuto comportarsi «l’ospite» Laura Boldrini’? Secondo Feltri junior avrebbe dovuto togliere la frase incriminata. E cosa dice di così terribile questa frase da non poter essere pubblicata? Boldrini dopo aver citato alcuni episodi dove sulle donne si infierisce fisicamente e psicologicamente, ad un certo punto così scrive: «Ed è parte, grande, del problema, rispetto a cui il ruolo dell’informazione è centrale. E mi riferisco polemicamente a quei giornali che fanno di misoginia e sessismo la propria cifra. Cosa dire del resto dell’intervento di ieri di Feltri su Libero, in cui si attribuiva la responsabilità dello stupro non all’imprenditore Genovese ma alla ragazza diciottenne vittima?».

Mattia Feltri conferma la versione di Boldrini e spiega: «Non nego, non ho mai negato, che questa volta intervengono questioni personali, del rapporto fra mio padre e me. Mi sono dato una regola: non parlo in pubblico di mio padre, da vent’anni, direi, perché qualsiasi cosa dica – nel bene e nel male – sarebbe usata contro di me. Qualche volta vorrei difenderlo, qualche volta vorrei criticarlo, ma come si vede in queste ore non c’è serenità d’animo per accogliere le mie parole per quelle che sono: il mio pensiero. Non ne parlo e non voglio che se ne parli sul giornale che dirigo».

Qua ci sono almeno due questioni che vanno chiarite. La prima: può un direttore di una pubblicazione censurare uno scritto? Certo che sì. Il direttore ha tutto il diritto di decidere cosa pubblicare e cosa non pubblicare. Lo prevedono le leggi. In questo caso, semmai, c’era un problema di opportunità considerato che Mattia è figlio di Vittorio, quindi il solito italico familismo e non mi sembra una grande pensata quello che scrive Mattia e cioè che di quel suo padre ingombrante «Non ne parlo e non voglio che se ne parli sul giornale che dirigo». La seconda questione riguarda il seguito di questa vicenda. Boldrini passa l’articolo incriminato al manifesto che lo pubblica integralmente il 27 novembre. Lo può fare perché si chiama Laura Boldrini, ex presidente della Camera, una donna che fa parte di quello che viene chiamato l’establishment, cioè i detentori del potere economico e/o politico. Se girodivite dovesse rifiutarmi la pubblicazione di un mio articolo, non troverei certo ospitalità in qualche altra testata. Questa è la dimostrazione che i “benefici” riguardano solo chi fa parte della “compagnia di giro”.

Pur essendo persona nota e influente, Laura Boldrini non è molto amata dal suo stesso mondo. Ha ricevuto pochissima solidarietà da parte del mondo politico. Qualcuno che partecipava ai blog dell’HuffPost si è dimesso (Luca Paladini, la psicologa Barbara Collevecchio, la scrittrice Michela Murgia) ma poca cosa. Solidarietà ne ha avuta molta di più Vittorio Feltri.

Tornando però alla vicenda, si inserisce anche la posizione del presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna. Questi solidarizza completamente con Boldrini e parla di «censura» da parte di Mattia Feltri. Poi chiarisce che «il blog (che ha una natura diversa rispetto a una pagina di giornale, le tecnologie di oggi impongono nuove riflessioni sui confini tra i diritti) al di là di policy privatistiche non dovrebbero contemplare una libertà in più per chi ne è stato chiamato ad esserne titolare?».

Feltri senior si scatena sulla prosa di Verna – effettivamente criptica – e poi lo definisce «modestissimo cronista sportivo» e «presidentino dei miei stivali». Qua c’è tutto il carattere sprezzante di Feltri il quale dovrebbe sapere o, almeno ricordare, che tanti cronisti sportivi hanno fatto la storia del giornalismo italiano e hanno innovato anche, spesso, la lingua, come nel caso di Brera. Ci sono stati giornalisti sportivi che non solo hanno parlato della partita o della tappa del Giro, ma della società e magari, il giorno dopo passare a descrivere, mirabilmente, un terribile delitto. Non amo lo sport raccontato da Tv e giornali, oggi, non mi piace seguire le partite in televisione e non le seguo. In vita mia non sono mai andato in uno stadio a seguire una partita di calcio. Ma non definirei mai «modestissimo», un giornalista solo perché si occupa di sport.

Il fatto è che Vittorio Feltri ha la puzza sotto il naso, è preso di sé, convinto di essere il migliore. Nello scorso giugno si è dimesso dall’Ordine dei giornalisti dicendo peste e corna di questa «corporazione»: «Io non provo dentro di me neanche un fremito. Non mi incazzo. A volte mi diverto. Io la mia strada l’ho compiuta. La cosa che non sopportano è che io sono diventato ricco e che loro sono rimasti con le pezze al culo, ecco il motivo per cui si incazzano… Me ne vado da un ente inutile, che esercita azioni nei miei confronti con un chiaro fumus persecutionis. Mi hanno spesso censurato, mi hanno sospeso, ora ho addirittura tre procedimenti, ma se ne occupa il mio avvocato, e gli farò anche causa per danni morali. No, non mi dispiace, non me ne importa nulla, d’ora in poi chi mi chiama giornalista lo querelo».

Feltri si dimette nel momento che ha 77 anni e, da tempo, è in pensione. Chissà perché, se l’Ordine era un ente inutile, non si è dimesso quando di anni ne aveva 50 o meno? Forse perché senza l’iscrizione all’Ordine non avrebbe potuto dirigere le diverse testate che ha diretto?

Chissà come se la rideranno in Ghana ‒ che hanno «le pezze al culo», ma sono più avanti di noi in fatto di libertà di stampa ‒ quando leggeranno queste mediocri vicende da basso impero.


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