Cronache giornalistiche da basso impero (3)

La fortuna di due giornalisti assunti alla Regione Calabria – Nel mondo, 274 giornalisti in carcere
di Adriano Todaro - mercoledì 23 dicembre 2020 - 867 letture

 Fare il giornalista, in Italia, è difficile. Difficile essere assunti in modo regolare in una testata giornalistica, difficile portare a casa uno stipendio decente. Il più delle volte sono giovani pagati come i raccoglitori di pomodori in Puglia. Sì, una brutta situazione. Ma non per tutti. Non per Gianfranco Manfredi e Francesco Pitaro. Non se lavori per la Regione Calabria.

I due sono stati fortunati. Fortunati dal 1995, cioè da 25 anni. Secondo il giornale online Tpi (The Post Internazionale), i due giornalisti sono alle dipendenze di quella regione che ha innumerevoli problemi, ma è anche molto generosa con alcuni. E i due giornalisti sono fra gli “alcuni” beneficiati, sempre secondo il giornale online, pur cambiando, nel tempo, maggioranze politiche.

Vediamo di seguire, passo passo, questa storia perché è interessante, l’esempio lampante di cosa è diventato il nostro Paese. Dunque i due giornalisti cominciano a lavorare per la Regione Calabria nel 1995 quando alla presidenza del Consiglio regionale ci sta Giuseppe Scopelliti (Alleanza Nazionale). L’incarico (n. 286 dell’11 novembre) affida al giornalista di Lamezia Terme, Gianfranco Manfredi, l’incarico di direttore responsabile della testata giornalistica Calabria, edita dalla Regione. Se c’è un direttore ci vuole un vice e il vice viene individuato in Romano Pitaro. I due dirigono per 11 anni la rivista, sino a quando, nell’ottobre 2006 la rivista chiude. Licenziati? Ma va! L’Ufficio di presidenza, questa volta a guida di Luigi Fedele (Forza Italia) nomina i due, condirettori dell’Agenzia Calabria Informa.

Probabilmente è un lavoro duro quello che svolgono i due giornalisti e così il 14 maggio 2007 e poi il 3 ottobre 2008 i due giornalisti chiedono una “indennità di direzione” (prevista dal contratto collettivo dei giornalisti). L’8 giugno 2010, il Consiglio regionale dà parere favorevole alla richiesta dei due giornalisti calabresi. Con retroattività di cinque anni. Tirando le somme, in aggiunta allo stipendio, i due si ritrovano in busta paga 721,350 euro.

Purtroppo nel 2011, in luglio, Calabria Informa chiude e Gianfranco Manfredi e Romano Pitaro si vedono revocati l’indennità di direzione. Nessuna paura, però. L’indennità viene ripristinata il 19 marzo 2012 in quanto i due giornalisti calabresi hanno un nuovo incarico, Calabria On Web. Ma l’indennità non è prevista. Lo dice il regolamento dell’ufficio di presidenza a guida Nicola Irto (Pd). Poi le cose cambiano e si apre una vicenda che vede protagonisti la nuova guida dell’ufficio di presidenza, cioè Domenico Tallini (Fi) e il dirigente del settore. Tallini è per concedere l’indennità; il dirigente, che si chiama Antonio Cortellaro, nicchia e scrive che “L’attuale formulazione del regolamento di Calabria On Web non consentirebbe l’attribuzione di alcuna indennità per ciascuno degli incarichi”. Inoltre aggiunge che “non è semplice pervenire alla esatta definizione delle qualifiche dei giornalisti”.

Entra in campo anche la Ragioneria generale dello Stato la quale scrive che “Destano perplessità le modalità di reclutamento del personale” e parla di “importi illecitamente riconosciuti al personale”. A Manfredi vengono contestati 1.081,367 euro e a Pitaro 997.818 euro. Il Tar Calabria si dichiara incompetente a decidere e il tutto finisce alla Procura generale della Corte dei Conti. Il Tar sarà anche incompetente a decidere però i compensi correvano. Solo per quello che riguarda il lavoro domenicale, il compenso per una giornata di lavoro era di 366 euro per Manfredi e 409 per Pitaro.

Un bel prendere, altro che 3/5 euro ad articolo di tanti precari! E poi si dice che i giornalisti guadagnano poco. Questi stavano alla Regione Calabria da 25 anni e i soldi li prendevano. A proposito. Ci siamo dimenticati di dirvi che sono sì da 25 anni in Regione ma per entrare non hanno fatto neppure un concorso pubblico!

 Il 2020 è stato un anno duro per la libertà di stampa nel mondo. Lo evidenzia il Committee to Protect Journalists (Cpj). In tutto il mondo sono stati incarcerati 274 giornalisti a causa del loro lavoro, quasi tutti giornalisti che si occupavano di cronaca locale. Sette sono i reporter con nazionalità straniera imprigionati in Cina, Eritrea, Giordania e Arabia Saudita. Trentasei di essi sono donne.

La bandiera nera spetta alla Cina con 47 giornalisti incarcerati. Poi viene la Turchia con 37. In Egitto sono 27 e 24 si trovano nelle carceri dell’Arabia Saudita. Quindici sono in prigione in Iran, dove il 12 dicembre è stato giustiziato Ruhollah Zam dopo aver affrontato 17 capi di imputazione tra cui spionaggio e diffusione di notizie false all’estero. Nell’elenco dei Paesi in cui il numero è cresciuto figurano Bielorussia, dove nel corso dell’anno ci sono state proteste per i presunti brogli elettorali, e l’Etiopia. Il report ha messo in risalto anche i continui attacchi mossi negli Usa ai media dal presidente Trump, citando alcuni numeri che riguardano il paese, teatro – oltre che di elezioni presidenziali infuocate ‒ anche di diverse proteste sociali. Al momento del conteggio, sottolinea Cpj, nessun giornalista risultava in carcere, ma nel corso dell’anno 110 reporter sono stati arrestati o accusati e circa 300 aggrediti, nella maggior parte dei casi dalle forze dell’ordine. Da qui anche un appello al presidente eletto Joe Biden per il ripristino della leadership negli Stati Uniti per la libertà di stampa a livello globale.

A far crescere i numeri anche il Covid. Nel dossier si afferma infatti che l’incarcerazione dei membri dei media è aumentata quest’anno “quando i governi hanno represso la copertura del Coronavirus o hanno cercato di sopprimere le notizie sui disordini politici”. Quasi nel 20% dei casi nessuna vera accusa è stata loro comunicata; più della metà di quei 53 giornalisti sono in Eritrea o in Arabia Saudita. Due terzi dei giornalisti invece sono stati accusati di crimini anti-statali come il terrorismo o l’appartenenza a gruppi vietati.


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