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Costretti a vincere. Per un gioco.

Se non vincono vengono rispediti da dove vengono. A casa? No, nelle loro celle. Ecco il calcio dietro le sbarre.
di Ugo Giansiracusa - mercoledì 18 febbraio 2004 - 3377 letture

Sono un gruppo di detenuti del carcere di Opera, Torino. Il direttore del carcere ha dato il permesso di fondare una squadra di calcio. La Lega Calcio ha concesso una dispensa speciale per fargli giocare tutte le partite in casa… cioè all’interno del carcere. La trasmissione televisiva "Sfide", di Simona Ercolani, dedica a questa storia un resoconto settimanale. Sembra una bella storia. Uomini che nel loro passato si sono macchiati di colpe più o meno gravi. Uomini che pagano con la libertà per gli errori che hanno commesso. Uomini, ormai declassati a detenuti, che si ritrovano una volta a settimana ad essere solo dei giocatori di calcio. In un paese che ha fatto del calcio il suo secondo dio sembra una storia di riconciliazione. Alle spalle del campo da gioco si vedono le finestre delle celle assiepate di volti che assistono alla partita e fanno il tifo per quei loro undici compagni che corrono sul il terreno di gioco. Sembra veramente una bella storia. I familiari dei detenuti/calciatori ogni tanto hanno il permesso di andare a guardare le partite, di fare il tifo per i loro cari, di abbracciarli e festeggiarli per la vittoria e consolarli per la sconfitta. Il ministro Castelli in persona è andato a inaugurare questa esperienza unica. Sembra proprio una di quelle storie italiane che fanno ancora sorgere speranza e buoni sentimenti. Peccato che non lo sia. Peccato che, appunto è un’esperienza unica. Peccato che tutti gli altri detenuti rimangono dietro le sbarre, sia nel carcere di Opera che in tutti gli altri, sovraffollati, carceri italiani. Peccato, soprattutto, che se quei detenuti/giocatori non ottengono, a fine anno, la promozione in seconda categoria l’esperienza si chiudi e tanti saluti. Ma come? Si è fatta questa cosa meravigliosa, si è creato un gruppo, si è regalato una gioia a degli uomini che ormai non chiedono nulla solo per portargliela via in caso di sconfitta? Che importanza ha in quale categoria giocano questi uomini? La vittoria, sia loro che nostra, è l’idea che un detenuto non debba solo essere punito ma riabilitato per il giorno in cui rientrerà nella società. A loro interessa solo poter dimenticarsi di essere carcerati per novanta minuti alla settimana. Ma forse questa esperienza, allora, non è stata pensata per loro, non è solo un modo di rendere migliore la vita nel carcere, non è un mezzo di riabilitazione, non è un modo per mettere in contatto il mondo di fuori con quello dentro il carcere… E allora cos’è che si sta facendo ogni domenica nel carcere di Opera? Chi è che ha messo questo insensato obiettivo a questa esperienza? O vinci o torni in cella. Ma che razza di gioco si sta facendo alle spalle di quegli uomini? Chi è che si è dimenticato che quelli, prima di tutto, sono uomini? Costretti a vincere per continuare a rincorrere un pallone.

Abbiamo rivolto le stesse domande alla redazione di Sfide, vi faremo sapere le loro risposte.


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