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Coscienza

Sbarchi continui di sopravvissuti dai folli viaggi della speranza, narcotizzata dal dondolio di un gommone affidato al nostro Mediterraneo.
di Piero Buscemi - mercoledì 16 novembre 2016 - 3509 letture

Ci sono stati tempi durante i quali si riusciva a distinguere, almeno in parte, il passaggio netto tra un’ideologia ed un’altra. Una sorta di confine evidente tra un bianco e un nero dentro una camera oscura. Era una linea di demarcazione che consentiva di scegliere la parte sociale dove collocarsi. Non aveva importanza se giusta o sbagliata, ma era il frutto di un’analisi scremata dell’assorbimento ideologico diffuso in diverse realtà del proprio ambito sociale.

Questo privilegio ci permetteva di poter giudicare e commentare le contraddizioni dei nostri interlocutori e, indirettamente, anche le nostre. Ci si trovava di fronte a figli di pescatori, con le mani spaccate da corde saline, a rinnegare la storia di sacrificio dei predecessori per seguire dettami politici di destra, allontanandosi da rivendicazioni di equità sociale che, per molti anni, abbiamo creduto fossero le basi di una cultura di sinistra.

Era inconcepibile accettare un figlio del proletariato che trascorresse le nottate ad incollare manifesti sui muri delle città, inneggiando ad una fiamma tricolore. E chi si poneva da ammonitore, davanti a questo tradimento di appartenenza alla lotta sociale, nascondeva accuratamente l’Harley Davidson dentro i garage e i maglioncini Enrico Coveri, da sfoggiare durante le settimane bianche.

La società è sempre stata un ricettacolo di contraddizione. Non avremmo dovuto aspettare le generazioni venture per averne le conferme. Gli argomenti delle dispute si sono spostate di qualche metro, verso un progressismo o, forse, solo un progresso di mitologia che ha illuso l’umanità di aver sotterrato gli errori, chiamandoli esperienze.

Siamo entrati prepotentemente nei tempi in cui il bianco, lentamente ma inesorabilmente, ha invaso quel nero di opposizione e, senza troppe reazioni, se ne è fatto contaminare. Una scelta opportunistica per stare sempre sul confine sottile del giusto e sbagliato, ammettendo che esista davvero un metro di giudizio che riesca ancora a farci percepire questa differenza.

Oggi la contraddizione e l’ipocrisia si manifestano attraverso altre immagini suadenti e destabilizzanti. Nasce nell’essere umano, che vive l’attualità dei nostri tempi, il bisogno di esternare la propria partecipazione diretta agli eventi che monopolizzano il nostro quotidiano. Spesso lo si fa in forma virtuale, sfruttando l’anonimato di una tastiera ed il vuoto comunicativo di ipotetici interlocutori che, vivendo a centinaia di chilometri di distanza, diamo quasi per scontato possano essere interessati alle nostre oratorie.

Qualcuno osa di più, aderendo a gruppi consolidati di volontariato ed autoinvestendosi nel ruolo di risvegliatore di coscienze. Non importa il settore dell’associazionismo al quale affidare il proprio tempo libero. E’ fondamentale quel sentore di condivisione di un’idea, rasentando un proselitismo umanitario che, spesso, ci fa dimenticare le vere ragioni di questo eccessivo bisogno di bonificare una società corrotta.

Perché, anche in questi tempi moderni, l’antinomia ci aspetta tutti dietro l’angolo delle nostre ferme convinzioni. Ed è così che ammiriamo le persone che dedicano il proprio tempo ad attività di volontariato e qualche istante dopo, siamo costretti a disprezzarle per le loro manifestazioni di condivisione per idee che chiedono altri muri da erigere, altri cecchini per respingere, altri scismi religiosi giustificatori di nuove guerre.

Diventa difficile, se non impossibile, conciliare un’immagine di generosità sociale a quella di un malcelato razzismo. Sono quelle scelte di posizione opportunistiche che danno libero arbitrio alle interpretazioni personali di dogmi religiosi o laici. Si ritorna, forse consapevolmente, ai tempi dei bianco e nero distinguibili. Il maglioncino Coveri ha lasciato posto all’idea di guerra giusta e, inevitabilmente, le mani spaccate dal mare si sono evolute ad un rifiuto incondizionato di integrazione sociale inevitabile.

Si dissolvono le domande che dovrebbero portarci a chiedere quelle ragioni, che abbiamo in precedenza accennato. Le motivazioni di un esodo etnico, decenni di tirannia gratuita sovvenzionata dai soldi di un democratico occidente, la commozione davanti alle immagini di episodi di razzismo dell’emancipata America che sceneggiati televisivi, libri e film ci hanno mostrato per anni, i primi scambi culturali con i vucumprà di qualche decennio fa che, sembravano, avere cancellato per sempre le contese religiose. Chi si pone ancora le domande su queste incoerenze?

Nel frattempo, migliaia di bambini dagli occhi smarriti, neri più del buio delle false risposte, si affidano alle braccia di quelle persone vestite d’arancio, di rosso, di blu. Quelle persone che si stringono quei corpicini indifesi senza preoccuparsi di sventolate contaminazioni etniche e culturali. Quelle persone che trovano le ragioni del proprio "esserci" in quei sorrisi infantili, smorzati dalla storia. Quelle persone che lasciano ad altri il falso pulpito delle risposte.


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