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Corso sulle mafie per docenti del Piemonte: mafie e cinema italiano

Relatore al primo incontro è stato il prof. Umberto Mosca. Critico cinematografico, saggista, docente dell’Università di Torino

di francoplat - mercoledì 1 febbraio 2023 - 2812 letture

Lo scorso giovedì 26 gennaio, nell’aula magna del Liceo artistico statale torinese “Renato Cottini”, si è tenuta la prima lezione pomeridiana del corso di aggiornamento per docenti del Piemonte sulle mafie. Giunta alla sua seconda edizione, l’iniziativa fa parte di un progetto di più ampio respiro, volto a coinvolgere un numero crescente di istituti scolastici – in tutte le sue componenti: docenti, studenti e, in qualche caso, anche le famiglie – sul tema pressante e ineludibile delle metamorfosi e della massiccia diffusione del fenomeno mafioso.

Relatore al primo incontro è stato il prof. Umberto Mosca. Critico cinematografico, saggista, docente dell’Università di Torino, l’ospite del Cottini ha interloquito con una cinquantina di insegnanti sulle modalità attraverso le quali il cinema italiano, in particolare, ha “raccontato” le mafie. Non è possibile dare conto in questa sede di tutti i film evocati dal prof. Mosca, ma si può tratteggiare il percorso dall’alto, rinvenendo alcune suggestioni problematiche fornite al pubblico, soprattutto in termini di ricaduta didattica sulle classi. Una prima avvertenza, poi ribadita nel corso dell’intero incontro, è stata quella di non dimenticare che il cinema non è che una rappresentazione, un meccanismo di costruzione e di decostruzione della realtà e, come tale, va inteso, per evitare il rischio di usare una pellicola senza i dovuti filtri critici e di scambiare il racconto della storia per la Storia. Ecco, dunque, apparire sullo schermo un passaggio del film di Mario Martone (2010) “Noi credevamo”, tratto dal romanzo di Anna Banti, e legato alla delusione post-risorgimentale, alla mancata rivoluzione italiana, alla prosa che prese il sopravvento sulla poesia romantica e libertaria e ingrigì il Paese sin dai suoi esordi balbettanti e incerti. Tra i risvolti della rilettura della storia italiana, c’è una scena del film in cui alcuni soldati, garibaldini, mettono in scena uno spettacolo dinanzi ai commilitoni e si sente pronunciare la parola “mafioso”, anzi “mafiusi” e la parola corre sottile e inarrestabile lungo il filo di una rappresentazione nella rappresentazione che evoca la figura di Crispi. Non è difficile individuare nell’opera di Martone un’analisi dei mali italiani che si sono incardinati su sé stessi, che hanno quasi irrimediabilmente inquinato il presente e, per ciò che qui interessa, tra quei mali vi è un’Unità d’Italia nata con le mafie, nata anche con le mafie.

A partire dal film di Martone, il prof. Mosca ha snocciolato una serie di pellicole che hanno costruito un immaginario collettivo, una grammatica cinematografica anche ambigua e a doppio taglio sul fenomeno mafioso e malavitoso. Lo suggerisce, il relatore, quando precisa come il noir statunitense degli anni Trenta del secolo scorso abbia fondato una sorta di icona del gangster aggressivo e bisognoso di riscatto, un’ascesa al potere violenta di un self-made man negli anni della Grande depressione. In tal senso, da “Piccolo Cesare” di Mervyn LeRoy (1930) a “Nemico pubblico” di William A. Wellman (1931) a “Scarface – Lo sfregiato” di Howard Hawks e Richard Rosson (1932), si è creata l’immagine certo spietata e crudele del malavitoso, ma si è suggerita anche la radice socio-economica di quella spietatezza, finendo così per spiegare, non certo giustificare, le origini della violenza delle gang. E questo meccanismo ha finito per ammorbidire i tratti inaccettabili di quel mondo, per proporre un’immagine ambigua e non del tutto censurabile del criminale, che giunge sino a noi – aggiunge ancora il prof. Mosca –, magari trasferita tra le pieghe di una serie come “Gomorra”.

La lezione si è mossa tra frammenti di film e indicazioni metodologiche, su come utilizzare il cinema in classe per raccontare le mafie. E tra i precetti del prof. Mosca uno sugli altri è parso centrale, ossia la necessità di non dimenticare che un film parla più del presente in cui è girato che del passato al quale, in termini di rievocazione, si rivolge. Se ciò è vero per la pellicola di Martone, lo è altrettanto per un altro film italiano, “Segreto di Stato” (2003), di Paolo Benvenuti, nel quale il regista ha passato al setaccio una vicenda ancora densa di ombre, la lontana strage di Portella della Ginestra (1947) e l’ha risolta in una scena nella quale una serie di carte con i volti di personaggi noti vengono a una a una disposte su un tavolo a formare una rete di inossidabili legami criminali fra mafiosi, destra eversiva, esponenti della Cia, membri del governo, uomini del Vaticano. Una tesi forte, oggi ricomponibile nella cornice della cosiddetta “trattativa”, che riprende sospetti di lunga data su quella strage e che fa il paio con la morale di un film meno tranchant e ideologico, forse, ma potente sul piano narrativo e della ricostruzione dei fatti di Portella, ossia “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi (1962). Il film del regista napoletano si colloca, infatti, in quella stagione culturale di forte impegno civile – la stessa del romanzo di Sciascia “Il giorno della civetta” (1961) – che attaccò alla radice l’idea che la mafia fosse un’invenzione dei comunisti o una marca di detersivi, giusta la frase del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, e che iniziò a focalizzare la propria attenzione critica proprio sugli ambigui rapporti tra mafia e politica, come emerge, appunto, dal film di Rosi.

Una cinematografia forse meno ingenua, suggerisce il relatore, di quella che una dozzina di anni prima, attraverso la pellicola “In nome della legge” di Pietro Germi (1949), metteva in scena la vicenda di un pretore settentrionale alle prese con la vocazione mafiosa di tutto un paese in Sicilia. Un western all’italiana che deformava un dato storico-sociale tutt’altro che banale, ossia pareva mettere la sordina alla lotta che il movimento contadino condusse contro il blocco di potere agrario e mafioso sin dalla fine dell’Ottocento, proponendo invece l’omertà come dato collettivo e una sorta di compatto rifiuto del paese nei confronti della legge incarnata dal magistrato Guido Lo Schiavo (interpretato da Massimo Girotti).

Proprio prendendo spunto dal primo film italiano in cui, probabilmente, si parla di mafia, pur se non senza ambiguità e ingenuità non sempre apprezzabili, il prof. Mosca ha suggerito come, in un’aula, sia possibile ipotizzare tre filoni cinematografici attorno ai quali incardinare una breve rassegna filmica: il primo, appunto, una storia della mafia diacronica, seguendo la cronologia delle pellicole; un secondo filone potrebbe essere quello dei “cittadini contro” e l’ultimo quello dei “terreni fertili”. Per quanto concerne il secondo nucleo tematico, il riferimento avanzato dal relatore, tra le opere più rappresentative, è a “I cento passi”, di Marco Tullio Giordana e a “Placido Rizzotto” di Pasquale Scimeca, entrambi usciti nelle sale nel 2000, entrambi utilizzabili appunto per sottolineare il valore esemplare dei cittadini capaci di opporsi al dominio mafioso. Circa il filone denominato “terreni fertili”, l’ospite del Cottini osserva come la definizione si sposi con coerenza al titolo del corso, ossia “mafie e dintorni”, dove i dintorni rappresentano proprio il terreno di coltura favorevole alla diffusione delle consorterie criminali, ciò che ha consentito alle mafie fiorite nel Sud Italia di espandersi su tutto il territorio nazionale. È un tema quanto mai attuale, lo stesso del quale si parla in questi giorni in relazione all’arresto di Messina Denaro, la borghesia fiancheggiatrice e complice, il capitale sociale della ‘ndrangheta al Nord e così via. Il cinema italiano ha esplorato pure questo aspetto, ricorda il prof. Mosca, ad esempio con “La mafia non è più quella di una volta” (2019), di Franco Maresco, in cui il regista si interroga con la grande fotografa Letizia Battaglia sul senso dei sempre più vuoti rituali dedicati a Falcone e a Borsellino e in cui mafia e antimafia sembrano perdere i contorni, in cui tutto si complica tra smemoratezza, connivenza, perdita degli slanci ideali, ampliamento dello spazio di complicità tra mafiosi e non mafiosi.

Per quasi due ore, dunque, il primo relatore del corso ha offerto agli insegnanti uno spaccato ampio delle potenzialità didattiche del cinema italiano relativamente al tema mafioso. Più volte ha precisato come tale spaccato sia stato immaginato più nella sua spendibilità didattica che attraverso un approccio critico, così come ha sottolineato la necessità di lavorare con gli studenti attraverso una prassi duttile, capace di lasciare lo sforzo interpretativo agli stessi discenti, evitando una rigida lettura didascalica che poco spazio lasci alle capacità analitiche della classe. Ha aggiunto, infatti, che non di rado i film a tema, quelli in cui una tesi è nettamente definita dalle stesse scelte registiche, finiscono per risultare meno accattivanti, meno potenti sul piano didattico, proprio perché incapaci di aprirsi a suggestioni e ad ambiguità, a ventagli interpretativi, che sono, di fatto, la ricchezza di ogni opera d’arte capace di reggere nel tempo.

La messe di opere cinematografiche è, dunque, ricchissima. Il prof. Mosca, come già detto, ha evitato una rassegna di natura critica, sul valore estetico dei film, anche se non ha mancato di rilevare i pregi registici dell’opera di Rosi, capace di combinare con grande equilibrio stili e linguaggi molto diversi tra loro, o alcune incongruità del lavoro di Germi. Di fatto, agli iscritti al corso è giunta una forte sollecitazione metodologica e didattica, per avvicinare in maniera attiva i discenti al tema delle mafie per il tramite di un linguaggio iconico vicino ai loro interessi e alla loro grammatica comunicativa. In tal senso, una piccola perla è il cortometraggio di animazione, rinvenibile su RaiPlay, dal titolo “Giovanni e Paolo e il Mistero dei Pupi” (2009, regia di Rosalba Vitellaro), storia di due giovani amici a Palermo, negli anni ’50, che riescono a sconfiggere un mago malvagio che trasforma le persone in pezzi di legno senz’anima; grazie alla catena di solidarietà che riusciranno a creare e al loro coraggio, Giovanni e Paolo romperanno l’omertà degli adulti e restituiranno dignità e vita ai loro concittadini.

Un omaggio a Falcone e Borsellino, alla loro amicizia, alla loro vita che ha deviato dalla parabola fiabesca del cortometraggio. Nella capacità dei docenti di mediare tra ideali e realtà, tra la fiction e la vera storia mafiosa del Paese risiede, sembra di capire dalle parole del prof. Mosca, la chiave del successo di una didattica che non rinunci all’ottimismo e che non perda una lucida presa sulle contraddizioni, lontane e recenti, della penisola.


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