Corruzione

L’ "Opera da tre soldi" di Damiano Michieletto fa emergere in modo plastico la natura criminale dello Stato e della finanza
di Alberto Giovanni Biuso - martedì 10 maggio 2016 - 2773 letture

Piccolo Teatro Strehler – Milano L’opera da tre soldi

(Die Dreingroschenoper, 1928) di Bertolt Brecht e Kurt Weill Traduzione di Roberto Menin Direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli Regia di Damiano Michieletto Sino al’11 giugno 2016

Dalla Beggar’s Opera di John Gay (1728) Brecht, la traduttrice Elisabeth Hauptmann e il compositore Kurt Weill presero molto ma molto anche trasformarono. Nel mondo e nella scena «i poliziotti se la fanno con i delinquenti, i delinquenti vogliono fare gli imprenditori, gli imprenditori organizzano bande di mendicanti» (R. Menin, Programma di sala, p. 30). Si comincia infatti con l’imprenditore Jonathan Jeremiah Peachum, che esalta la propria capacità di organizzare con metodo i mendicanti londinesi affinché riescano a indurre il prossimo «a fare la cosa più innaturale di questo mondo: dare il proprio danaro ad altri». Appare poi il bandito Mackie Messer, il quale innamora la figlia di Peachum e la induce a sposarlo. E tuttavia la passione ‘fimminara’ di Mackie per le donne in genere e per le prostitute in particolare non si placa e induce Peachum a denunciarlo e a sperare che la forca lo tolga di torno a lui e alla figlia. In realtà, il capo della polizia è amico fraterno del bandito e quindi l’impresa non è facile. Peachum convince le prostitute a tradire per denaro Mackie Messer, che viene infine catturato e sta per essere impiccato. Ma il denaro -molto denaro- fa ancora una volta il miracolo e il condannato riceve la grazia regale. Non solo: il ladro e assassino diventa anche nobile e gli vengono assegnati rendita e castello. Lo spettacolo si chiude su una pioggia di banconote e di umani impegnati ad arraffarle.

«Signori il mondo è misero e cinico, è perfido / Ma certo l’uomo è misero, è cinico è perfido». Questo affermano i Peachum, marito e moglie. Un disincanto antropologico che si fa denuncia politica. Ladri e poliziotti, estortori e imprenditori, assassini e magistrati, si comportano alla stessa maniera. La corruzione è pervasiva del corpo sociale.

Efficace ed eloquente dunque l’idea di ambientare tutta la vicenda in un tribunale/carcere, nel quale i delinquenti diventano di volta in volta giudici. E viceversa. Il regista lo dice in modo esplicito: «Tutti siamo il giudice, tutti siamo corrotti e corruttori» (Programma di sala, p. 24). Dalla scenografia e dalla struttura generale dello spettacolo emerge in modo plastico la natura criminale dello Stato e della finanza. Nell’incipit e nel finale viene infatti ripetuta un’affermazione di Brecht diventata famosa: «È più grave svaligiare una banca o fondare una banca?».

Michieletto e Grazioli hanno scelto degli attori che cantano e non dei cantanti che recitano. Hanno fatto bene. Die Dreingroschenoper non è infatti un’opera lirica e neppure un musical. È un’opera di teatro nella quale la musica di Kurt Weill sembra incarnare l’antico Coro delle tragedie greche, a sottolineare il senso e l’abisso di ciò che sulla scena accade.

Peppe Servillo è un Peachum eccellente nel rendere l’inseparabilità di cinismo e affari. Il Mackie Messer di Marco Foschi sembra ispirarsi alle movenze sincopate, dilatate e finte di Carmelo Bene. L’intera messa in scena sta sotto il segno dei versi che Brecht aveva inserito nella versione cinematografica dell’opera e che qui la chiudono: «Chi vince fa la storia / E chi perde tacerà». A meno che l’arte e la poesia diano ai perdenti voce.

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