Corpi aggressivi

La violenza dentro e fuori gli stadi
di Alberto Giovanni Biuso - sabato 3 febbraio 2007 - 4129 letture

Su quanto accaduto dentro e intorno allo stadio di Catania, dico solo che da ragazzo sono stato un tifoso accesissimo del Milan, una vera fede che però è crollata quando mi accorsi dell’uso politico che il nuovo padrone della squadra –Berlusconi- faceva dello sport. La corruzione nel mondo del calcio è diventata totale e pervasiva perché al suo interno gira una quantità enorme di danaro. Che un personaggio come Moggi venga invitato a tenere lezione in una scuola di Salerno è per me il segno pressoché definitivo della fine di ogni senso civico in Italia. A tutto questo si aggiunge la violenza sfrenata di soggetti criminali e teppisti che vengono tollerati –quando non incoraggiati- dalle dirigenze calcistiche. La prima cosa da fare è far pagare alle società i costi che la gestione dell’ordine pubblico comporta per le partite di calcio. Finché a pagare saremo io e voi –con le nostre tasse- le società non agiranno e anche questa ondata di indignazione passerà come tutte le altre. I dirigenti del calcio sono sensibili solo ai soldi. Ed è lì che bisogna colpirli: se pagheranno in solido, le società metteranno un argine ai cosiddetti ultras. In caso contrario, non faranno nulla.

Sulla questione della violenza cercherò di essere quanto più sintetico possibile, anche se è difficile! Perché la violenza dell’uomo contro altri uomini, contro le cose, contro la natura è così costante nel tempo, così presente nei contesti storici più diversi, così pervasiva della condizione umana? A una domanda tanto diretta e centrale molte etiche e antropologie della modernità rispondono con le varie forme del riduzionismo storico. Per esse, infatti, il male è qualcosa di contingente, nato nel tempo storico e quindi nel tempo storico superabile. E invece «la violenza è il destino della nostra specie. Ciò che cambia sono le forme, i luoghi e i tempi, l’efficienza tecnica, la cornice istituzionale e lo scopo legittimante» (W.Sofsky, Saggio sulla violenza, p. 193). Se vogliamo capire, dobbiamo partire dalla corporeità che tutti ci accomuna, al di là delle differenze nello spazio, nel tempo, nella ricchezza e nell’intelligenza. La stessa società si fonda sui corpi e sul loro bisogno di nutrirsi e di difendersi. Il corpo è sempre sottoposto al rischio di diventare vittima della violenza altrui ma può trasformarsi esso stesso in un’arma tesa a distruggere gli altri. In effetti, chi volesse eliminare tutte le armi dal mondo, non dovrebbe svuotarlo solo di ogni oggetto ma dovrebbe trasfigurare l’uomo stesso in un ente incorporeo. L’insieme dei corpi uniti alla difesa forma la società. Essa nasce insieme ai tabù, ai divieti, alle leggi tese a salvaguardare la comunità umana, a impedire la violenza della condizione di natura. E tuttavia la società genera un ordine che implica anch’esso l’utilizzo sistematico della violenza: «la violenza crea caos e l’ordine crea violenza. Questo dilemma è irrisolvibile» (Ivi, p. 5). Lo stesso potere nato per limitare la violenza, la innalza poi a livelli assoluti. Sta anche qui il vicolo cieco della storia umana.

L’insieme delle tecniche giuridiche, etiche, sociali, religiose tese a tenere la violenza sotto controllo è ciò che chiamiamo cultura/civiltà. In nome di valori come lo stato, la sicurezza, il dio, la violenza tuttavia si moltiplica, si radicalizza, giustifica se stessa come strumento del Bene, dell’Unità, della Giustizia. Dove dominano dei valori assoluti altrettanto assoluta si fa la violenza. La difesa del Valore sacrifica senz’altro le Vite e le immola a un principio più importante.

Corporeità, società/Stato, Kultur e utopia sono -quindi- intessuti di violenza. Una tale pervasività non può essere compresa né spiegata con motivazioni soltanto economicistiche, sociologiche, contingenti. La violenza, infatti, soddisfa alcuni dei desideri più specifici e profondi dell’essere umano. Ciò che di solito viene letto come espressione di patologie individuali, di fanatismo collettivo, di arretratezza storica, di lotta ideologica, ha alla sua radice l’illusione di onnipotenza che nasce dal dare la morte, dal sopravvivere agli altri. Lo scopo della violenza umana è in realtà la perpetuazione dell’atto di dominio con il quale il sopravvissuto gioisce dell’esserci ancora, esulta del potere assoluto che gli conferisce il dare la morte. L’abitare degli uomini fra bellezza e violenza, fra amicizia e ferocia, fra conoscenza e abbrutimento spinge a riconoscere che nella natura umana è presente qualcosa come uno scarto e una caduta.

L’universalità dei conflitti fra gli esseri umani è data soprattutto da tre fattori: lo spacing o mantenimento delle distanze tra gruppi culturali, il reperimento delle risorse necessarie alla sopravvivenza, il rafforzamento dell’identità tribale. Territorialismi, tecnologie belliche, diplomazie sono delle strutture funzionali a questi scopi. Sapere che alla base delle nostre emozioni ci sono dei programmi di comportamento innati, comuni a tutti gli uomini, costituisce una delle condizioni essenziali per comprendere fin dove e come sia possibile agire, senza inutili appelli moralistici come anche senza cinismi autodistruttivi. La violenza –difensiva e d’attacco- è contenuta nei programmi genetici di molte specie, comprese le scimmie antropomorfe e l’Homo sapiens. Ma anche l’arte, la curiosità, il gioco sono inscritti nei nostri geni. Noi possiamo tentare di diminuire il peso e la funzione della violenza gratuita a favore del gratuito gioco della conoscenza.

Il rifiuto della dimensione biologica si rivela solo un grave pregiudizio. Esso ostacola la comprensione dei fenomeni umani e impedisce la soluzione di molti problemi. E tutto a causa della «paura che ciò che è determinato per via biologica sia anche invariabile, incoercibile e incontrollabile» (I. Eibl-Eibesfeldt, Etologia della guerra, p. 169). Si tratta della «fallacia moralistica» di cui parla Steven Pinker –ed evidenziata da Davide Dell’Ombra in una sua bella recensione pubblicata su Sitosophia- per la quale «se si spiega qualcosa in termini biologici, lo si “legittima” (…) se si afferma che qualcosa è adattivo, lo si “nobilita”» (Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, p. 202). Sottolineando la culturalità della guerra e l’istintività della pace, Eibl-Eibesfeldt sfata questo pregiudizio e mostra la violenza per quello che è: un impulso innato ma funzionale e orientabile verso la creazione come verso l’autodistruttività. La scelta dipende da noi, dal coraggio della cultura.

Inserisco, infine, una sintetica bibliografia su questi temi:

E. Canetti, Massa e Potere, Adelphi 1981

K. Lorenz, L’aggressività, Mondadori 1990

I. Eibl-Eibesfeldt, Etologia della guerra, Bollati Boringhieri 1990

W. Sofsky, Saggio sulla violenza, Einaudi 1998

J. Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi 1998

A.G. Biuso, Antropologia e filosofia , Guida 2000

J. Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2005

www.biuso.it


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Corpi aggressivi
5 febbraio 2007

Titolo dal portale Alice! "Giro di vite" sul calcio: due turni di stop a porte chiuse!

Grazie Professor Biuso sei riuscito a interagire con la decisione da adottare.

Tuttavia ti chiedo: perchè non chiudere i centri e le associazioni dove si riuniscono i gruppi ultras? Se alla fine e di tanto in tanto non fanno altro che organizzarsi per fare danni non è meglio metterli al bando? Perchè dovrebbero metterli al bando le società se si tratta di soggetti estranei ad esse? Se si sa dove prenderli perchè non vengono fermati come avviene in qualsiasi altro paese civile? Caricare le società calcistiche della responsabilità degli ultras e dei loro comportamenti sarebbe come dire che per ogni atto criminoso compiuto in una città la responsabilità è del sindaco (salvo collusioni mafiose la cosa non risponde al vero).

Libero Ciampolini

    Società di calcio
    5 febbraio 2007, di : Alberto Giovanni Biuso

    Le risposte alle sue domande sono state date da due articoli apparsi su Repubblica e il cui contenuto condivido pienamente.

    Il primo è di Maurizio Crosetti

    Il lutto breve delle società

    MOLTI padroni del pallone hanno già soffiato nelle orecchie di Tonino Matarrese (il loro perfetto presidente) lo slogan giusto per non rimetterci troppo: ricominciamo a giocare, lo spettacolo deve continuare. Elaborato il lutto con una rapidità quantomeno sospetta, dirigenti e proprietari di club temono che l’ineccepibile chiusura a tempo indeterminato degli stadi decisa da una Federcalcio commissariata, ma finalmente nuova, con il doveroso appoggio del governo e del Coni, si traduca nella catastrofica cifra che gli immancabili esperti di marketing hanno già messo in colonna: 500 milioni di euro tolti al "sistema Italia". Non sia mai.

    Ma il vero sistema Italia è questo ripensamento interessato dei potenti, espressione della lobby del calcio capace di spiegare da sola, con la sua stessa esistenza e resistenza al vero cambiamento, perché lo sport più amato e ferito ripeta a ogni morto gli stessi discorsi, l’identica retorica, la medesima e falsa comunione d’intenti. Gli interessi di parte, e di più parti insieme, sono riusciti a chiedere senza vergogna e ritegno che si torni in campo subito, tra una settimana o due al massimo, e a porte spalancate.

    Inimitabile nella sua capacità di frenare, ridiscutere e banalizzare qualunque situazione (si pensi all’epilogo di Calciopoli, rispetto alle premesse), il calcio italiano affida al presidente della Lega frasi e metafore che in un paese normale sarebbero sufficienti per chiedergli dimissioni irrevocabili. "La Fiat mica si è fermata per rilanciarsi, e noi vogliamo copiarla perché siamo un’industria che vuole il rilancio" ha detto Matarrese, il quale raggiunge l’apoteosi parlando di costi da pagare e di "morti che purtroppo fanno parte di questo movimento". Movimento che, in effetti, non ha saputo esprimere nulla di meglio di lui.

    Però, attenzione: Matarrese non si scopre se non ha l’appoggio forte dei suoi. E non occorre interpretare troppo, basta ascoltare in ordine sparso le frasi di Ruggeri (Atalanta) e Zamparini (Palermo), Garrone (Sampdoria) e Pulvirenti (Catania) che con la scusa di non lasciare il pallone in ostaggio agli ultrà chiedono di far ruotare al più presto i tornelli degli stadi, the show must go on. La stessa cosa, tanto per non dimenticare, che disse il Platini calciatore dopo la strage dell’Heysel, e che ora offre alla Figc, come capo dell’Uefa, la massima solidarietà sulla tolleranza zero.

    Con la sua memoria corta e i suoi lutti brevissimi, il calcio dei presidenti (non del Coni, non della Federazione, non di molti politici) ha deciso che lo stop non serve, anzi rivela impotenza, è un sinonimo di pubblica resa. Però spaccare i fronti, dividere le posizioni e farsi due conti in tasca è il modo migliore per indebolire chi davvero sta provando a combattere i delinquenti.

    Certo è difficile rinunciare ai propri interessi. Accetterebbero le tivù di perdere le gare in notturna, quelle più complicate da controllare da parte dei poliziotti, ma anche le più redditizie per ascolti e pubblicità? E che ne pensano i calciatori? Lilian Thuram, ex juventino ora al Barcellona, uno dei più consapevoli e attenti alla realtà oltre il prato verde, la vede ad esempio come la maggioranza dei presidenti: "Fermare il calcio non farà certo riflettere i teppisti". Ma non fermarlo li fa agire, e forse questo è peggio.

    Comunque il dibattito, come si dice, è ampio e articolato. Vedrete che i frenatori aumenteranno, insieme a quelli che rivogliono subito la loro palla. E se qualcuno crede che comunque non cambierà niente, si consoli. Ieri le agenzie di stampa hanno rilanciato l’immancabile commento di Moggi sulla violenza, e stasera Andreotti dirà a Biscardi che è meglio non fermare tutto, "per non creare le premesse alla tensione". Le stesse facce, le identiche parole di un sacco di morti fa.

    (5 febbraio 2007)

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    Il secondo di Fabrizio Bocca

    Matarrese se ne vada subito

    Il primo provvedimento da prendere per combattere la violenza negli stadi, prima ancora di giocare a porte chiuse o di pensare a vietare le trasferte dei tifosi, sarebbe quello di fare dimettere subito Antonio Matarrese dalla Lega Calcio. Il n.2 del pallone italiano, colui che rappresenta i presidenti e le società di serie A e B, il vertice di una piramide che ha alla base milioni di giocatori, dirigenti, tecnici e appassionati, ha dichiarato dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti: "Noi siamo addolorati, ma lo spettacolo deve continuare...". E, ancora peggio, che "i morti del sistema calcistico purtroppo fanno parte di questo grandissimo movimento". E’ riuscito persino a paragonare il decadimento morale e strutturale del calcio alla crisi della Fiat. "Il calcio non si deve mai chiudere. E’ la regola principale: questa è un’industria che paga i suoi prezzi...". Già, proprio la stessa cosa.

    Antonio Matarrese rappresenta proprio quel calcio preistorico, insensibile alle più elementari regole dello sport, parla per quei dirigenti che pensano soltanto al business e al portafogli. Che se ne sono sempre infischiati nella sostanza del problema della violenza, proprio perché costa investire sulla sicurezza, proprio perché non sempre paga parlare di fair play, meglio la furbizia. Matarrese rappresenta una classe dirigenziale non tanto mediocre quanto egoista, furbetta e intrallazzona. In Italia si gioca ormai un calcio moralmente degradato. Dire che un poliziotto morto è tutto sommato un incidente del sistema è inaccettabile. E dopo tante parole non restano che le dimissioni.

    (5 febbraio 2007)

Calcio e affari
7 febbraio 2007, di : Alberto Giovanni Biuso

Segnalo un altro lucido articolo di Giuseppe D’Avanzo, dedicato ai presidenti delle società di calcio e –in generale- alla pura (e violenta) finzione alla quale questo bellissimo sport è stato ridotto in Italia.

Il pezzo si intitola di Perché non potranno voltare pagina