La legge, è vero, non è uguale per tutti. La scarcerazione del boss Gerlando Alberti jr, autore dell’omidio della giovane Graziella Campagna, ne è la prova.
Graziella Campagna era nata il 3 luglio del 1968 e fu uccisa la sera del 12 dicembre del 1985, mentre aspettava l’autobus a Saponara. L’assassino la caricò sopra un’auto e la portò a Forte Campone.
Un prato, sporcato dalla pioggia e dal fango, divenne il luogo del suo ultimo giorno di vita. Provò anche a ripararsi con il braccio il viso, ma inutilmente davanti alla ferocia del carnefice. Una ferocia accentuata dalla crudeltà di un ultimo colpo alla testa, che garantisse la sua morte.
Un medico scoprì il corpo due giorni dopo, durante una passeggiata. Toccò al fratello, Piero Campagna, carabiniere costretto ad un dovere infausto a fare il riconoscimento. L’omicidio fu affibbiato a due latitanti, Gerlando Alberti jr, figlio di un boss della mafia, e a Giovanni Sutera, ricercato per omicidio e rapina.
Dopo 19 anni, la Corte di Assise di Messina li condannò all’ergastolo, per l’omicidio di Graziella. Con l’accusa di favoreggiamento, furono condannate la titolare della lavanderia Franca Federico, presso la quale lavorava Graziella e la collega di lavoro Agata Cannistrà.
Graziella Campagna, dalla ricostruzione dei fatti da parte degli inquirenti, pagò con la vita la fatalità di aver ritrovato un’agenda dalla camicia sporca che, Gerlando Alberti jr. le aveva consegnato in lavanderia. L’agenda nascondeva troppi segreti per consentirle di sopravvivere a quel gesto incauto di diciassettenne.
Gerlando Alberti jr. ha ottenuto gli arresti domiciliari, dopo essere stato condannato all’ergastolo per quel vigliacco omicidio. Le motivazioni sono imputabili alle sue cattive condizioni di salute. Questa la motivazione utilizzata dai giudici nel prendere questa scandalosa decisione.
Una decisione azzardata e messa in opera proprio il 12 dicembre, ventiquattresimo anniversario dell’omicidio di Graziella.
L’indignazione della società civile è d’obbligo. Purtroppo, bisogna anche ammettere che in Italia la vergogna di essere italiani trova riscontro in motivazioni, crediamo più nobili, di un mero fatto di gossip.
Ma questo, forse, rimane solo una falsa libertà di pensiero.