Il mito della nazione ha originato spaventose tragedie nel corso della storia. Costruendo un mito maledetto e negativo. Eppure ci sono modelli autonomi ed originali di nazionalismo. Ad esempio il nazionalismo legionario rumeno. Altrimenti definito “nazionalismo mistico”
Introduzione
L’argomento chiama a sé le immagini tragiche dei genocidi che hanno marcato in modo indelebile il “secolo breve”. Mi riferisco al demone del nazionalismo. Atteggiamento, innanzitutto psicologico, che fa credere a un gruppo più o meno consistente di persone di essere superiore rispetto a un altro. Intendo gruppo. Supposta superiorità, di diversa genitura, capace di annullare in ognuno di noi la soglia della ragione con l’obiettivo di commettere atti, azioni, comportamenti e fatti rimarcati da espressioni di indicibile brutalità e violenza contro qualcun’altro. Il nazionalismo come “mise en abyme” del genere umano. Oserei chiosare.
Un demone sempre presente in noi poiché si tratta di caratteristica fondante del genere umano. Esso è incarnato a fuoco nel nostro io essendo una delle modalità espressive della presenza dell’uomo nella storia. Proprio acciò mi pare ovvio dover riflettere sull’argomento. Un argomento che non può essere posto nell’oblio per pigrizia intellettuale. Credo che affrontarlo a viso aperto possa generare effetti più che benefici. Soprattutto in tempi, quelli attuali, dove la evidente mancanza di senso della storia ci fa vivere la modernità sciolti da punti certi di riferimento e in modo futile. Il nazionalismo, è questa la scommessa, può dare una prospettiva etica a un continente, l’Europa, in crisi di identità politica? Avendo come scenario internazionale di riferimento una globalizzazione che rischia di non essere considerata preziosa risorsa per lo sviluppo del nostro pianeta.
L’interesse per tale argomento mi è venuto a seguito della lettura del libro di Corneliu Codreanu (Iasi 1899 – Tancabesti 1938) “Guardia di Ferro” (“Pentru Legionari” in rumeno) edito in Italia nel 1972 dalle Edizioni Ar di Padova.
Riconosco che scrivere del movimento legionario rumeno sia un atto intellettuale parecchio ostico in quanto ci si scontra contro una visione della storia tutta a sinistra. Con tutto quello che ciò comporta. Ma lo ripeto. I tempi presenti ci consegnano una storia senza porti di approdo sicuri per l’evidente disastroso fallimento dei medesimi. E’ venuto il momento di affrontare gli insidiosi marosi del mare aperto e in tempesta al fine di invenire novelle coordinate a una storia priva di una precisa bussola di orientamento. Pertanto, è necessario rileggere criticamente alcune esperienze particolari, fra le quali il legionarismo rumeno. L’obiettivo è quello di costruire nuove idee e sensibilità sia etiche che politiche.
Ciò che interessa nel corso del saggio che state leggendo è illuminare sulle caratteristiche precipue del nazionalismo rumeno. Pertanto, non si farà alcun cenno alla vita di Corneliu Codreanu in quanto persona mortale, ma, invero, come elemento fondante e di sintesi del Legionarismo in Romania. Per discorsi meramente biografici si prega riferirsi al sito consigliato in calce all’articolo.
Miscarea Legionara
Breve introduzione storica – Iasi. Nord della Romania. Siamo nel 1919. E’ una zona particolare della Romania. Per via di una linea di demarcazione fra la Romania storica e l’ingombrante presenza di tre imperi che hanno determinato, per parecchi secoli, la storia della Romania degli ultimi secoli. L’Impero Austro-Ungarico. L’Impero Tedesco. L’Impero Russo. Sono anni di forti rivolgimenti in tutta l’Europa dell’Est. La rivoluzione dei soviet si sta espandendo negli stati sorti dal dissolvimento dei tre succitati imperi. In Romania il comunismo, mai fenomeno di massa, trova fertile terreno di implementazione nelle principali città industriali e nelle regioni minerarie della Multenia e della Oltenia al confine con la Bulgaria. Il nazionalismo rumeno, costante della storia di quella nazione, trova nuova linfa. E la città di Iasi assurge a luogo simbolo di tale fenomeno per la contemporanea azione di proselitismo di alcuni circoli universitari nazionalisti, della chiesa ortodossa di rito rumeno e di personalità carismatiche come il professore Alexandru C. Cuza (1857 – 1947). Il 1919 è un anno essenziale nello sviluppo della personalità etica e politica di Codreanu. E’ l’anno dell’adesione alla sezione di Iasi della “Garda Constiintei Nationale” (Guardia della Coscienza Nazionale). Nel mentre è studente presso la facoltà di legge dell’Università di Iasi. Da quell’anno in poi Codreanu diventa uno dei simboli più ambigui e rimarchevoli della storia contemporanea della Romania.
Le premesse del nazionalismo rumeno – Durante il periodo del governo Austro-Ungarico in Transilvania e la sovranità ottomana su Valacchia e Moldavia, molti rumeni erano nella situazione di essere cittadini di seconda classe (o addirittura non cittadini) nel loro stesso paese. In alcune città transilvane, come a Brasov (all’epoca la cittadella sassone transilvana di Kronstadt), ai rumeni non era permesso nemmeno di risiedere dentro alle mura della città. Sempre di più, nell’era del Romanticismo, il concetto di uno stato nazionale emergeva tra i rumeni, come tra molti altri popoli in Europa. Definendo loro stessi come diversi dai vicini slavi, tedeschi e ungheresi, i nazionalisti rumeni ricercavano il loro modello di nazionalità in quello di altri paesi latini, particolarmente la Francia. Come in molti paesi Europei, il 1848 portò la rivoluzione in Moldavia, Valacchia e Transilvania, annunciata dalla ribellione del 1821 di Tudor Vladimirescu (1780 – 1821). I suoi scopi, completa indipendenza per le prime due regioni ed emancipazione nazionale per la terza, rimasero inappagati, ma erano le basi di una successiva rivoluzione. I rumeni espressero il desiderio di unirsi ufficialmente in un singolo stato non supportato dai Grandi Poteri, gli elettori di Valacchia e Moldavia scelsero la stessa persona, Alexandru Ioan Cuza (1820 – 1873), come principe (Domnitor in rumeno). Così, la Romania veniva creata con l’unione di un popolo, benché ancora non includesse la Transilvania, dove il nazionalismo rumeno si scontrava inevitabilmente con il nazionalismo ungherese. Per qualche tempo ancora, l’Austria-Ungheria, specialmente sotto la duplice monarchia del 1867, avrebbe tenuto fermamente gli ungheresi sotto controllo, anche nelle parti della Transilvania dove i rumeni costituivano una maggioranza locale. Nel 1861 l’Associazione Transilvana per la Letteratura e la Cultura dei Rumeni veniva fondata a Sibiu (allora Hermannstadt), protetta da un inconsueto governo locale illuminato composto per lo più da tedeschi. Oltre a Vladimirescu e Ioan Cuza sono da citare quali eroi simbolo della nazione romena Mihai Eminescu (1850 – 1889) e Avram Iancu (1824 – 1872). Nel processo di estrinsecazione del carattere del nazionalismo rumeno nel corso dell’ottocento potente attore sulla scena è senza dubbio la chiesa ortodossa. Infatti, dalla lettura dei succitati paragrafi si può notare che il rumeno non era padrone delle sue peculiarità storiche né del proprio stato di cittadino. Chi continuò, pertanto, a tener viva la fiamma della nazione romena? La chiesa, per l’appunto. Chi contribuì a dare dignità di popolo a un insieme di persone oppresse dalle potenze europee viciniori? Le migliaia di biseriche (chiese in rumeno) sparse dal Banato alla Bucovina. Chi permise alle tradizioni storiche della Romania di essere sempre presenti nel cuore delle popolazioni autoctone? Ancora una volta la chiesa che sintetizzava in sé il paradigma tradizione-territorio-popolo-nazione.
La cultura romena del novecento – Non si può parlare di Romania e nazionalismo rumeno senza accennare all’incredibile facondia della sua cultura nel corso del novecento. Una cultura profondamente legata al termine nazione. Dove la parola Romania diventa la chiave di lettura per versi immortali, pagine elegiache, sculture auliche e dipinti potentemente evocativi. Cultura che riusciva a coniugare con rara armonia il localismo rumeno con afflati universalistici. Di seguito vi accompagnerò a un breve excursus delle principali figure della cultura romena del novecento. La cultura romena è definita da alcuni elementi: tradizione geto-dacica, elemento latino e presenza del cristianesimo dai tempi più remoti. Quali i più illustri rappresentanti della cultura romena del novecento?
Residente in Francia dal 1941, membro dell’Accademia Francese, Eugene Ionesco è considerato accanto a Samuel Beckett e Jean Genet, fondatore del teatro d’avanguardia e creatore dell’assurdo. “Il problema che mi ossessiona è semplicissimo ...” affermava lo scrittore in un’intervista. “Cos’è questo, tutto ciò che mi circonda? Perché mi trovo qui? Qual’è il mio ruolo? Dove si dirige in mondo? Sono domande senza risposta ...”.
Emil Cioran, il quale visse in Francia dal 1937, ci ha lasciato una delle più inquietanti opere scritte nello scorso secolo. In seguito alla pubblicazione in Francia, nel 1949, del “Trattato di disintegrazione”, il filosofo sarà considerato “lo scettico di turno di un mondo in declino”, “il nichilista del XX-esimo secolo”. Cioran stesso confessa di “essersi obbligato a sfasciare ogni nostra illusione e a mantenere inalterata per noi la memoria del nulla.”
Ion Luca Caragiale (1852-1912) fu considerato “il maggiore creatore di vita in tutta la nostra letteratura” e l’unico drammaturgo ad avere creato una tradizione nel teatro rumeno. Grazie all’umorismo di situazione e linguaggio e ai personaggi ben definiti, dalla prima rappresentazione, nel 1879, di “Una notte tempestosa” finora, alle rappresentazioni delle opere di Caragiale le sale sono strapiene. Si è creato anche uno stile di interpretazione “Caragiale”, il cui autore è stato il drammaturgo stesso, il quale è sempre presente alle prove, discutendo con gli attori ogni particolare.
“Mihai Eminescu (1850-1889) ha cambiato radicalmente la poesia romena. E’ la pietra migliare nella lirica romena e nessuno dei poeti seguenti ha mai raggiunto il suo valore. Malgrado tutti i cambiamenti portati nella poesia, nessuno di loro lascia l’impressione di aver messo fine ad una storia, inaugurandone un’altra”, affermava il più importante critico rumeno, Nicolae Manolescu.
Spirito plurivalente, lo scrittore e storico delle religioni Mircea Eliade, studiò con assiduità sin dall’adolescenza numerose discipline, dalla chimica e biologia fino alla filosofia e all’orientalistica. Nel 1942, lasciò per sempre la Romania, tenendo conferenze presso le più prestigiose università del mondo. Le sue opere fondamentali sono il “Trattato di storia delle religioni”, il “Mito dell’eterno ritorno”, la “Storia delle fedi e delle idee religiose”. Nel 1957, si stabilì, come docente di storia delle religioni, a Chicago, dove rimase titolare della stessa cattedera fino alla morte, nel 1986.
Tra il XIX-esimo e il XX-esimo secolo, continuando l’opera dei grandi predecessori, Nicolae Grigorescu e Ioan Andreescu, Stefan Luchian, soprannominato “l’innovatore” aprì la pittura romena al modernismo. Nella monografia dedicata a Luchian, il critico Jacques Lassaigne scriveva: “Luchian porta nell’espressione una soluzione che sembra tipicamente romena e che, essendo allo stesso tempo autentica ed originale, acquista un valore generale che supera di molto il problema locale di un paese ...”
Constantin Brancusi – “il padre della scultura moderna” - fu uno dei creatori che influenzarono in maniera decisiva lo sviluppo della scultura moderna, effetto protrattosi anche nell’arte dei nostri giorni. Un rappresentante del postmodernismo, Carl Andre, riconosceva in Brancusi un modello della propria opera. Commentatore del postmodernismo, Richard Kostelanetz tentava di spiegare la sostanza dell’opera di Brancusi tramite la forza del grande scultore di restare in contatto con forze spirituali inaccessibili alla gente comune: “Le forme di Brancusi non sono astratte, ma ricche di simboli, di significati spesse volte filosofici, mentre il mondo del reale si affaccia nelle sue creazioni come essenza dello stesso.”
Alexandru Ciucurencu debuttò reduce dagli studi compiuti a Parigi. Fu premiato al Salone Ufficiale del 1930. Nel 1937, rappresentò la Romania alla Mostra Universale di Parigi e, qualche anno più tardi, alla Biennale di Venezia. Radu Ionescu, autore di una monografia di Ciucurencu, scriveva: “Il posto che Ciucurencu occupa nell’arte romena è significativo e paragonarlo con Luchian non sarebbe affatto esagerato secondo me. Entrambi hanno aperto al loro tempo la strada verso il rinnovamento dell’arte. Così loro segnarono la propria epoca non solo tramite la propria opera, ma anche grazie alla loro autorità, ripiegata – in modo diretto o indiretto – sui loro contemporanei.”
Direttore d’orchestra, filosofo, matematico, straordinaria personalità artistica della musica universale nella seconda metà del XX-esimo secolo, Sergiu Celibidache nacque il 28 luglio 1912 e morì il 15 agosto 1996. Diventò quasi un mito nel mondo della bacchetta, essendo spesso paragonato con i più bravi direttori d’orchestra del mondo. Celibidache si impose sia grazie alla sua presenza e ai gesti espressivi ed affascinanti, che per l’interpretazione originale, unica dei vari stili musicali.
Così come nel campo della composizione George Enescu è considerato un simbolo per la creazione colta romena, nell’arte pianistica Dinu Lipatti restò impareggiabile fino ai nostri giorni. Nacque a Bucarest il 19 marzo 1917 e morì di leucemia a soli 33 anni, il 2 dicembre 1950, in una località nei pressi di Ginevra. Dinu Lipatti si annovera tra i grandi interpreti del mondo per la musicalità e la sua straordinaria sensibilità, per la tecnica perfetta e per il suo tormento interiore.
Nata il 9 giugno 1939 nella città di Galati – porto sul Danubio - Ileana Cotrubas svolse per 25 anni una brillante carriera sui più importanti palcoscenici del mondo, collaborando con grandi artisti lirici e direttori d’orchestra. Dotata di una voce chiara, pronuncia perfetta, particolare sensibilità e talento scenico speciale, Ileana Cotrubas fu elogiata da numerose pubblicazioni internazionali.
I principi ideologici del Legionarismo rumeno secondo Codreanu – Il Legionarismo rumeno si ascrive alle ideologie totalitarie e fascistizzanti che hanno caratterizzato il periodo intercorrente le due guerre mondiali. Ideologie totalitarie divenute maggioranza in molti paesi europei di allora per due motivi principali: i laceranti effetti rilasciati dal Primo Conflitto Mondiale e l’esperienza della rivoluzione bolscevica del 1917.
Quali i principi ideologici del Legionarismo rumeno? E’ lo stesso Codreanu nel libro “Guardia di Ferro” che ci illustra il senso profondo del movimento politico rumeno fondato da egli stesso.
“…La maggior parte di coloro che si sono occupati del movimento legionario rumeno hanno fatto uso, per definirlo, del termine «fascista».
Tale aggettivo (ammesso che esso abbia ancora, sotto il profilo semantico, un potere di individuazione e di definizione, data la profonda usura a cui esso è continuamente soggetto) non ci sembra il più adatto per qualificare un movimento, le cui caratteristiche essenziali non sono ritrovabili nelle più rappresentative varianti storiche del fascismo.
Codreanu stesso sottolineò, nel colloquio avuto con Evola nel 1936, la differenza fondamentale fra la Guardia di Ferro e i fascismi al potere in Italia e in Germania. Riferendosi ai tre principi di un organismo umano (forma, forze vitali e spirito), egli disse che il suo movimento si ispirava al più alto di questi elementi, mentre fascismo e nazismo si tenevano ai primi due.
A tale carattere spirituale della dottrina legionaria corrispose, a livello organizzativo, una struttura «religiosa». Ci troviamo dunque di fronte a una realtà assai diversa dal «partito» di stampo fascista, poiché, a proposito della Guardia di Ferro, è il caso di parlare di un ordine aristocratico ed «iniziatico» poggiante su una vasta base popolare.
Ciò rese impossibile una strumentazione borghese del movimento, mentre tentativi di questo genere furono possibili, con esiti diversi, nel caso dei movimenti fascisti.
Un avversario dichiarato dalla Legione, Eugen Weber, afferma a questo proposito: «Lungi dall’essere un movimento borghese o piccolo-borghese nel significato comune del termine, la Legione fu un movimento popolare, con un programma che le masse (il complesso dei contadini e lavoratori romeni) consideravano abbastanza radicale per le loro esigenze, e che le forze che rappresentavano l’ordine costituito, da Cuza a1 re, consideravano rivoluzionario. Può essere sintomatico notare che l’unico altro partito con velleità populiste, il Partito contadino, contava pochissimi sostenitori in quello province del nord-est in cui era nato il movimento codreanista, oppure aveva perso la fiducia dei contadini (come avvenne in Oltenia e in Montenia dopo il 1933) per aver abbandonato ogni velleità di vera lotta».
A non diverse conclusioni giunge il Barbu: «queste considerazioni rendono problematico o addirittura impossibile ravvisare nella Legione una struttura classista».
Se lucidi ed esatti sono i giudizi emessi da questi esponenti della storiografia «illuminata», banali e superficiali, quando non distorte o mistificanti, sono le interpretazioni abbozzate da qualche improvvisato biografo del «Capitano», che vorrebbe significare l’anticomunismo viscerale e la difesa del «mondo libero» contro il pericolo costituito dalla Russia con un richiamo verbale alla battaglia della Legione.
Lo Sburlati, ad esempio, si è impegnato a dimostrare l’assenza di «presupposti razzisti» nella lotta antiebraica della Guardia di Ferro.
La posizione dello «storiografo» neofascista nei confronti degli Israeliti è a tal punto edificante da indurlo a sostenere: «le tristi vicende dei quali [gli Ebrei] durante il corso della seconda guerra mondiale portano istintivamente a solidarizzare (sic!) con questo popolo, che più volte il destino ha già messo a dura prova».
In altra parte del suo libro, lo Sburlati depreca le violenze avvenute contro gli ebrei e le «loro proprietà».
Riteniamo opportuno, per rilevare come fosse invece presente nei Legionari quella coscienza razziale che la pubblicistica neofascista ignora o nega addirittura, riportare queste parole di Vasile Marin:
«Non "istinti di trogloditi" spingono la nostra azione giovanile, bensì la coscienza di una superiorità razziale, la medesima consapevolezza per cui duemila anni or sono il civis Romanus sputava schifato in faccia all’emaciato giudeo che si insinuava fra le mura della città eterna, come una bestia sotterranea».
È il medesimo articolo di Vasile Marin che ci fornisce altri elementi per comprendere un’altra questione: quella del carattere cristiano (anzi, «evangelico», per usare il termine usato da un altro storiografo di destra, il Guiraud) che alcuni vorrebbero attribuire al movimento legionario, per esaurirlo in un pathos misticheggiante. Marin riporta, condividendolo, il giudizio dato da H. St. Chamberlain sull’influsso esercitato dall’ebraismo sopra la cultura universale: «La fusione delle due concezioni, quella giudaica e quella indoeuropea, ha dato all’inizio, da ancora, un carattere ibrido alla religione cristiana».
Ma non ci sembra necessario scavare fra le enunciazioni teoriche dei capi della Guardia di Ferro per trovare parole che dimostrino l’irriducibilità della dottrina del movimento alla «spiritualità» sfaldata caratterizzante la religione degli schiavi.
Basterebbe ricordare la concezione legionaria del sacrificio, alla quale gli esegeti cristiani di Codreanu hanno saputo dare un senso soltanto riferendola alla crocifissione di Gesù, mentre essa rimanda a religioni ben più antiche del cristianesimo, nelle quali l’immolazione di una vittima aveva il significato di una offerta alla divinità, fatta al fine di renderle onore e di propiziarla. Non risponde dunque completamente a verità l’interpretazione del sacrificio legionario visto come semplice «testimonianza» o come «riaffermazione di una fede». Ancor più mortificante è ridurre il sacrificio legionario a... un rischio che i militanti dovevano correre se volevano «difendere i loro diritti calpestati dalle autorità»!.
Parimenti rimanda a insegnamenti di tradizioni non cristiane la distinzione fatta da Codreanu fra «le vittorie sugli uomini» e le «vittorie sul diavolo e sui peccati», dove, sotto il velo dei simboli cristiani, è agevolmente riconoscibile la dottrina aria che distingue la «piccola» dalla «grande guerra santa».
Questi aspetti della weltanschauung legionaria, così come certi giudizi «eretici» di Codreanu sul cristianesimo (ad esempio, il rilevare come fatto negativo l’assenza di una casta sacerdotale in seno ad esso), ci fanno pensare ad una «utilizzazione» a fini exoterici dell’apparato simbolico-rituale cristiano, imposta dalla necessità di parlare il medesimo linguaggio delle masse popolari cristiane della Romania.
Non sappiamo se i capi legionari fossero consapevoli, a livello intellettuale, di questa «doppia verità» della Guardia di Ferro, né ci pare importante stabilirlo (anche se il vasto pubblico a cui Codreanu destinava i suoi scritti e il carattere segreto dell’organizzazione legionaria sono elementi che potrebbero confortare l’ipotesi della consapevolezza), convinti come siamo che a caratterizzare un movimento non sia l’esteriore rivestimento ideologico, bensì l’orientamento spirituale e la direzione operativa che i suoi capi gli danno.
E la realtà profonda, non superficiale, del movimento legionario non coincise certo con l’equivoca «religiosità» a base devozionale in cui si esprime la razza levantina, ma si identificò con la spiritualità virile, aristocratica e guerriera propria delle tradizioni solari nordico-arie…”
Fondazione del movimento Legionario rumeno – Ho ricordato che il 1919 vede l’ingresso di Codreanu nella storia contemporanea del suo paese, la Romania. Di questa storia egli ne sarà uno dei principali artefici. Dopo quella data ce n’è un’altra molto significativa. Il 1923. E’ l’anno di fondazione della Lega Cristiana di Difesa Nazionale (Liga Apararii National Crestine in rumeno) su iniziativa del già citato professore Cuza. E’ la palestra di formazione delle successive attività politiche ideate da Codreanu. Non solo. Sono presenti molti di quegli amici che lo accompagneranno negli anni a venire. Mi riferisco a Ion Mota, Corneliu Georgescu, Vernichescu, Ilie Garneata, Radu Mironovici, Leonida Bardac e Tudose Popescu. Passano gli anni, quattro per l’esattezza, ed è venuto il momento per Codreanu di fondare il proprio movimento politico. Un movimento dove riporre tutte le sue idee circa il paradigma nazionalista rumeno tradizione-territorio-popolo-nazione.
Questo movimento si chiama Legione dell’Archangelo Michele (in rumeno Legiunea Arhanghelul Mihail). E’ il 24 giugno del 1927. La data che ogni nazionalista rumeno ricorda come la data di fondazione del Credo Legionario. La Legione è la culla della spiritualità nazionalista rumena così come veniva formarsi da quel lontano 1919.
Nel 1930 viene fondato un gruppo paramilitare che ha l’obiettivo di difendere il Credo Legionario. Ha un nome celebre: Guardia di Ferro (Gard de Fier in rumeno).
Sette anni dopo assistiamo alla fondazione di un partito che da voce nelle istituzioni rumeno agli ideali della Legione. Tutto per la Patria è il suo nome (Totul pentru Tara in rumeno).
Il cerchio si chiude. La Legione è la “chiesa” dove arde il Credo Legionario. Rappresenta il lato mistico del pensiero politico legionario. Credo che è difeso dalla Guardia di Ferro. Suo braccio armato. Mentre la presenza nel panorama politico rumeno è assicurato dal partito Tutto per la Patria.
Come potete notare si tratta di una costruzione per niente peregrina e ricca di significati. Frutto di un pensiero capace di pensare e agire con straordinaria lucidità intellettuale e pragmatica.
Modello organizzativo – Un movimento che nasce con un fortissimo afflato mistico assume, quasi per riflesso, un assetto organizzativo tale da porlo come un’esperienza assolutamente unica nel panorama del nazionalismo europeo del novecento.
E’ un modello che trova la sua fonte di ispirazione in due particolari ambiti che l’intelligenza sofistica di Codreanu, il Capitano per i romeni, riesce a plasmare in un “unicum” dall’impressionante espressività etica. Da un lato abbiamo il modello del Cristianesimo delle catacombe che si andava organizzando in cenacoli quasi iniziatici. Dall’altro si avverte l’eredità dei clan tipica di certa tradizione ariana-pagana.
Ecco, allora, individuato il modello organizzativo di base del Legionarismo rumeno. La Legione intesa come gruppo di iniziati alla rivelazione del verbo di Cristo sulla terra. Gruppo iniziatico che ha il compito di professare questa nuova religione nella carne e nel sangue della storia. In ogni momento. In ogni dove.
Al vertice, quindi, un gruppo ristretto attorniato da strutture numericamente più consistenti e di massa. Un modello facile e semplice in quanto permette a chiunque di immedesimarsi nel Credo Legionario. Modello che può andar bene per l’uomo di lettere, ma anche al semplice contadino. Che calza a pennello in ambiti sociali complessi, la capitale ad esempio, o meno, la campagna. Sia al centro che in periferia. Semplicità organizzativa carattere vincente poiché il messaggio di fondo è altrettanto semplice. Ognuno può riconoscersi e contribuire a rafforzarlo e diffonderlo.
Paradigma organizzativo e etico che parte dall’essere “cristiani” ed eredi del messaggio cristiano in terra. La Cristianità a guisa di armatura etica e comportamentale capace di plasmare l’evolversi della storia in un processo di verità rivelata. Che non dimentica, eziandio, il paradigma storico del nazionalismo rumeno: tradizione-territorio-popolo-nazione. A questo paradigma va collegato un aspetto viepiù sottovalutato dalla storiografia ufficiale: la figura dell’Arcangelo Michele.
Il Legionarismo rumeno è un credo politico e religioso reso facondo da un uso “naturale” e “pensato” di segni e simboli. L’Arcangelo Michele ne è uno dei più significativi e rivelatori.
La figura dell’Arcangelo Michele – E’ uno dei simboli guida del movimento legionario rumeno. Ecco le ragioni di tale identificazione. Profondissima e mistica.
Michele (ebraico מיכאל) è uno dei tre arcangeli menzionati nella Bibbia. Il nome Michele deriva dall’espressione "Mi-ka-El" che significa "chi è come Dio". L’arcangelo Michele è ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana. Nel calendario liturgico cattolico si festeggia come San Michele Arcangelo il 29 settembre, con San Gabriele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo.
Michele è citato nella Bibbia, nel Libro di Daniele 12,1, come primo dei principi e custode del popolo di Israele.
Nel Nuovo Testamento è definito come arcangelo nella Lettera di Giuda 9, mentre nell’Apocalisse di Giovanni 12,7-8 Michele è l’angelo che conduce gli angeli nella battaglia contro il drago, rappresentante il demonio, e lo sconfigge. Esso è implicitamente nominato in Giosuè 5:14-15 e in Zaccaria 3:2. Essendo qui chiamato Angelo Personale del Signore possiamo ritrovare la sua figura in Genesi 16:7 che rimanda a 1Corinzi 10:4 che a sua volta si ricollega a Esodo 3:2 e 23:21 che rimandano ad Isaia 9:5 e 63:9 per poi ritrovarsi in Giudici 2:1 e rivelarsi nel collegamento tra Malachia 3:1 e Marco 1:2 e Salmo 106:20 e Giovanni 1:1 testo CEI.
Secondo l’esegesi della Religione ebraica l’angelo Michele, che è un Serafino, sostiene il popolo d’Israele e rappresenta il Kohen Gadol nelle Regioni eccelse, è infatti legato alla Sefirah Chessed.
« ...Samek indica Mikael che sostiene Israele, lo difende e ne attesta la rettitudine. Se non fosse per lui, che parla bene nei nostri confronti, non saremmo più al mondo ma egli dice al Santo, benedetto Egli sia: "Israele professa l’Unità proclamando: "Chi è come Dio?" (mi ka E-l)", come è scritto: Chi è come Te fra gli dei, o Signore (Es15.11) ... Mikael domina tutti i (gli angeli) principi »
( El’azar da Worms, Il segreto dell’Opera della Creazione)
L’angelo Michele rivelò alla matriarca Sarah, sposa di Avraham, la nascita del figlio Isacco.
Nel Dizionario delle Creature spirituali di Giordano Berti (in I mondi ultraterreni, Milano 1998), sono riportati numerosi scritti apocrifi dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui l’arcangelo Michele compare a vario titolo. Per esempio, nell’Apocalisse siriaca di Baruch è scritto che detiene le chiavi del Paradiso; nella Vita di Adamo ed Eva si dice che fu lui ad insegnare ad Adamo a coltivare la terra; nell’ Apocalisse siriaca di Mosè detta ai figli di Adamo ed Eva i doveri rituali verso i defunti; nel Vangelo di Bartolomeo si racconta che fu lui a portare a Dio la terra e l’acqua necessarie a creare Adamo; nella Ascensione di Isaia si racconta che fu lui a rimuovere la pietra dal sepolcro di Gesù; nella Apocalisse della Madre di Dio accompagnò la Vergine in un viaggio infernale per mostrarle le pene a cui sono sottoposti i dannati. L’arcangelo Michele apparve a San Lorenzo Maiorano la prima volta a Siponto in sonno.
Il nome di Mīkāʾīl (arabo: ميخائيل), o Mīkīl (arabo: ﻣﻴﻜﻴﻞ), è citato nel Corano alla sura II, versetto 92. È indicato come di pari rango rispetto a Jibrīl (Gabriele). Secondo la tradizione, assieme a quest’ultimo, avrebbe provveduto a istruire il profeta Maometto e, secondo un’altra tradizione, sua caratteristica sarebbe quella di non ridere mai.
L’immagine di Michele arcangelo sia per il culto che per l’iconografia, dipende dai passi dell’Apocalisse. È comunemente rappresentato alato in armatura con la spada o lancia con cui sconfigge il demonio, spesso nelle sembianze di drago. È il comandante dell’esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo, che vengono precipitati a terra. A volte ha in mano una bilancia con cui pesa le anime (psicostasia).
Sulla base del libro dell’Apocalisse ne vennero scritti altri dedicati a Michele che finirono per definirlo come essere maestoso con il potere di vagliare le anime prima del Giudizio. L’iconografia bizantina predilige l’immagine dell’arcangelo in abiti da dignitario di corte (con il loron) rispetto a quella del guerriero che combatte il demonio o che pesa le anime, più adottata invece in Occidente.
Nella Messa tridentina san Michele è ricordato espressamente più volte. Innanzitutto è menzionato nel Confiteor primo fra i santi dopo la Vergine Maria. Lo si ritrova quindi nella preghiera di benedizione dell’incenso, in cui l’Arcangelo viene invocato come «colui che sta alla destra dell’altare dell’incenso». Secondo il celebre liturgista dom Prosper Guéranger san Michele potrebbe essere citato erroneamente al posto dell’arcangelo Gabriele, che viene menzionato dal Vangelo di Luca 1,19.
Papa Leone XIII ordinò infine di recitare la Preghiera a San Michele in ginocchio davanti all’altare al termine di tutte le Messe, escluse quelle solenni.
Il culto dell’arcangelo Michele (impropriamente ma tradizionalmente equiparato ad un Santo) è di origine orientale. L’imperatore Costantino I a partire dal 313 gli tributò una particolare devozione, fino a dedicargli il Micheleion, un imponente santuario fatto costruire a Costantinopoli. La prima basilica dedicata all’arcangelo in Occidente è quella che sorgeva su di una altura al VII miglio della Via Salaria, ritrovata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 1996; il giorno della sua dedica, officiata con ogni probabilità da un Papa prima del 450, ovvero il 29 settembre, è rimasto fino ad oggi quello in cui tutto il mondo cattolico festeggia "San Michele". La basilica "in Septimo" fu meta di pellegrinaggi fino al IX secolo, quando il riferimento geografico della festa del 29 settembre risulta trasferito al santuario garganico e alla chiesa di Castel Sant’Angelo a Roma.
In Oriente san Michele è venerato con il titolo di "archistratega", che corrisponde al titolo latino di princeps militiae caelestis (principe delle milizie celesti) che compare nella preghiera a San Michele.
Alla fine del V secolo il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa, anche in seguito all’apparizione dell’arcangelo sul Gargano in Puglia. Secondo la tradizione, l’arcangelo sarebbe apparso a san Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto l’8 maggio 490, ed indicatagli una grotta sul Gargano lo invitò a dedicarla al culto cristiano. In quel luogo sorge tutt’oggi il Santuario di San Michele Arcangelo - Celeste Basilica - (nel mezzo del nucleo cittadino di Monte Sant’Angelo), che nel Medioevo fu meta di ininterrotti flussi di pellegrini, i quali per giungervi percorrevano un percorso di purificazione lunga la Via Francigena.
Il nazionalismo secondo Codreanu – Per comprendere appieno il significato del nazionalismo propugnato da Codreanu e dal Legionarismo rumeno bisogna porre in essere una complessa analisi lessicale. L’uso di un termine rispetto ad un altro è sempre un segnale di una sensibilità particolare. Indica un background ben preciso. Riferimenti valoriali determinati.
Codreanu usa molto raramente i vocaboli patrie e natzie (patria e nazione), parole entrate nel lessico romeno allorché il vizio borghese cominciò ad infettare anche la Romania. Per indicare la «patria» e la «nazione», la lingua romena usa, rispettivamente, tzara (terra) e neam (stirpe). Patrie e natzie hanno soppiantato in parte l’uso dei termini tradizionali.
Ecco allora segnata la strada che ci porta al centro del pensiero nazionalista di Codreanu. Patria sarebbe l’oggetto prediletto dell’azione di qualsiasi buon nazionalista. E’ il territorio dove vive un gruppo di persone e che sente quel territorio come “sacro” e “inviolabile”. La terra promessa ecco. Patriottismo come senso di appartenenza alla terra che ci ha dato la vita e la vita ai nostri padri. La nazione, per opposto, è l’insieme di gente che professa certi valori e che si sente erede di una storia più o meno millenaria. Stirpe per l’appunto. Il nazionalismo, ordunque, è da considerarsi la sintesi del credo di un popolo nei confronti della propria patria.
A ben vedere il confine fra patriottismo e nazionalismo è piuttosto blando. Anche se il patriottismo è un amor meno metafisico nei confronti della terra dove si vive. Ha una connotazione piuttosto storicistica. Al contrario, il nazionalismo ha una forte componente idealista e di pura astrazione mistica.
Nel patriottismo c’è il senso di filiazione familiare in quanto la patria è la terra dove hanno vissuto i tuoi avi. Il nazionalismo considera altre varianti. Tutte tese a giustificare la superiorità di quel popolo in opposizione a tutti gli altri. Altri popoli considerati inferiori. Quindi, nel nazionalismo è necessario creare un avversario. Ricorrere a tradizione pagane e/o religiose atte a dare fondamento al senso nazionalista. Si creano fratture nella rilettura storica in modo che la storia sia di supporto a quel popolo “eletto”.
L’esperienza del Legionarismo rumeno è, pur tuttavia, totalmente unica. Altrove è evidente la separazione fra azione patriottarda e nazionalista. Codreanu rimarca spesso che patria e nazione sono inscindibili e fortemente uniti in una visione mistica della storia. Terra e stirpe sono un unico nucleo da cui emana il senso del nazionalismo rumeno. Terra abitata dalla stirpe della gens rumena. Il nazionalismo Legionario è una preghiera di catarsi che deve servire ad affrancare le virtù autentiche del popolo rumeno da qualsiasi forma di opposizione. Interna o esterna. Il Legionarismo rumeno, per altri versi, come novella incarnazione dello spirito più possente della chiesa ortodossa di rito rumeno.
Conclusione
Quanto fino ad ora vergato rappresenta appena un accenno riguardo Corneliu Codreanu e il credo legionario. E’ un mondo affascinante e spirituale che ti invita a un viaggio all’interno dei valori esistenziali fondamentali dell’uomo. Uomo che vive grazie allo spirito. Spirito segno vivente di Dio. Lo spirito come trait d’union fra la Terra e il divino. Sinolo perfetto di valori capace di plasmare il corso della storia attraverso un amore senza limiti per la propria patria e stirpe. Questo in pochissime parole il “quid” del credo legionario.
Se il tempo me lo permetterà – voglia il cielo – dedicherò altri saggi al “Capitano” e alla vicenda del nazionalismo rumeno fra i due conflitti mondiali. Un nazionalismo ambiguo, lo ripeto, ma in grado di fornirci alcune risposte stante il declino ideologico dell’Europa.
Nota:
Il presente saggio è il risultato di un delicato e lungo lavoro di cucitura di pluralità di fonti cartacee e telematiche avendo come fonte primaria il libro di Codreanu “Guardia di Ferro”.
Per maggiori informazioni:
Corneliu Codreanu
Miscarea Legionara