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Conversazione vittoriniana a Gagliano, quando, negli anni ’70, c’erano gli operai e l’impegno

’Conversazione a Gagliano’ scritto da Giuseppe Angelica e Salvatore Guastella, stampato a Catania nel 1972.

di silvestro livolsi - mercoledì 11 gennaio 2006 - 6443 letture

Ritorna nel dibattito politico e in quello culturale, nonché nella ricerca storica, il tema del Mezzogiorno, del suo sviluppo nell’epoca della globalizzazione, della sua storia recente. Urgente, di fronte ai fallimenti della ‘modernità’ e ai suoi ’miti progressivi’, è la necessità di individuare un modo nuovo di rapportarsi ai problemi del Sud, a partire innanzitutto dal recupero della memoria. Soprattutto di quella locale, e delle storie emblematiche di fallimento delle politiche produttivistiche che vedevano nell’industrializzazione un momento chiave dello sviluppo della Sicilia.

Una vicenda paradigmatica, è quella della fabbrica, sorta negli anni 60 in una zona periferica e deserta, perché senza collegamenti e infrastrutture, a Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna, nella Sicilia centro orientale,. A seguito della scoperta di ingenti pozzi metaniferi, su iniziativa di Mattei, si diede all’Eni la possibilità di sfruttare le risorse di gas del territorio di Gagliano. In cambio, alla comunità, venne promessa la creazione di una unità produttiva tessile del gruppo Lebole.

La fabbrica nasce nel 1960 e nel corso degli anni dà lavoro a centinaia di dipendenti, in prevalenza gaglianesi, in maggioranza donne, determinando un mutamento anche antropologico, nel rapporto maschio-femmina a Gagliano, nei loro ruoli sociali e familiari-privati(1) ; inoltre, favorisce la nascita di una coscienza di classe e operaia, la rievocazione della quale è utile oggi alle nuove generazioni, sopratutto del luogo, che ignorano la vicenda della fabbrica, (chiusa funzionalmente ormai da un decennio e totalmente da qualche anno) e soprattutto rimpiangono le possibilità di occupazione che offriva, senza considerare che oltre che a salari, la fabbrica ha prodotto un sapere e una cultura che meritano di essere riscoperte e riproposte.

Un ’reperto’, particolarmente adatto allo scopo appena menzionato, è un pamphlet storico-ideologico, interessante per tanti aspetti: un piccolo e poco noto volumetto che ha per titolo ’Conversazione a Gagliano’ scritto da Giuseppe Angelica e Salvatore Guastella e stampato a Catania nel 1972(2). Esaminarlo oggi e riproporlo all’attenzione ha il significato di capire come una piccola realtà operaia abbia favorito una suggestione saggistica-letteraria di rilievo ; rilevare le condizioni oggettive di una fase storica di un paese e del suo grado di coscienza sociale; individuare i nessi tra comunità e fabbrica, consentendo quindi di ripercorrere una microstoria che ha, oggi, un alto valore simbolico e conoscitivo.

Il libro di Angelica e Guastella ha in copertina una dedica a Angela Davis e Julian Grimau che permette subito di cogliere l’intento politico-militante dei due autori e il loro obiettivo di parlare di Gagliano dentro le vicende dell’Italia e del mondo collocando la condizione degli operai di Gagliano sullo stesso piano di quella degli ’sfruttati’ e perseguitati di tutto il mondo.

Il titolo ’vittoriniano’ viene subito chiarito nel preambolo che introduce il testo e che interviene sul dibattito vivace negli anni 70 intorno ai rapporti tra cultura e ’lotta di classe’, tra scrittura e ’voce operaia’, tra intellettuali e popolo. Vengono categoricamente fatte proprie le tesi vittoriniane e quelle di Asor Rosa sui rapporti tra scrittori e popolo e sul carattere populista di tanta produzione letteraria meridionale (in specie quella di Verga) .

Quindi vengono indicate le ragioni di un libro sul proletariato di Gagliano: ’volevamo trovare i braccianti che rifiutassero la quiete, la non speranza, gli astratti furori. Volevamo trovare i braccianti che avessero chiaro, con al loro rabbia di classe, che per avere le scarpe nuove, non rotte, non si va dal commerciante, ma si cambia il Sistema. E siamo andati a Gagliano, dai compagni!’

Ne segue una ’storia marxista di Gagliano’ e riportarne qualche passo è utile per intendere natura e fini della stesura del testo: ‘... A Gagliano, il sottosviluppo economico esistente prima della nascita della fabbrica ha impedito di vedere come fenomeni reali le varie fasi del meccanismo capitalistico. Quello che a Torino era mito, cioè sviluppo economico, boom industriale, precedentemente la crisi del ’64, a Gagliano non c’era: a Torino si trattava naturalmente d’illusione, un’illusione alla quale diedero il contributo non indifferente gli intellettuali che avevano ritenuto superata l’analisi marxista.

Ma a Gagliano non ci fu nemmeno questa illusione: negli anni del ’miracolo economico’ c’era il boom dell’emigrazione che partiva dal proletariato agricolo. Siccome il miracolo economico altro non poteva essere se non un aumento dei profitti, attraverso la ristrutturazione che il padrone imponeva nel posto di lavoro, cioè ritmi più intensi, sfruttamento razionale dell’energia lavorativa, i primi anni d’emigrazione furono contrassegnati da contadini che andavano a morire sotto le valanghe nelle miniere belghe o tedesche’....

‘....Negli anni del miracolo, la classe operaia italiana sostanzialmente aveva rivendicato una compartecipazione alla torta padronale. A Gagliano, in quel momento, questa visione non ci fu, né per il proletariato agricolo né per i ceto medio. Negli anni seguenti, quando arrivò a Gagliano l’eco e consumistico e rivendicativo-operaio, scoppiò la bomba che voleva gli investimenti industriali da parte dell’ENI. Tutto questo avvenne a Gagliano quando nel Nord gli operai avevano cambiato tipo di lotta e di rivendicazione, quando cioè chiedevano non più solo una fetta di torta, ma il potere decisionale per produrre la torta stessa.

La lotta alla fabbrica, intesa come il modello di organizzazione capitalistica del lavoro voluta dal padrone, con il mettere in contestazione ritmi, ambiente, cottimo, comincia proprio dopo la vittoria padronale del ’64, quando a Gagliano invece il tempo segna una meridiana che a Torino è stata già vissuta e si è ancora ben lontani dalla lotta al neo-capitalismo che ancora non esiste. Bisogna arrivare al 1971 perché sia resa concreta la possibilità della presa di coscienza delle maestranze occupate nella Lebole, della classe operaia di Gagliano.

Oggi, classe operaia di Gagliano e proletariato industriale torinese vanno di pari passo; entrambi conducono la lotta al modo di produzione capitalistico, entrambi conducono quindi le lotte che non sono solo rivendicative, contrattuali, ma anche aziendali, il che significa rifiuto della crisi ove si è cacciato il padrone con le sue contraddizioni e rifiuto dei programmi che il padrone elabora’.

Il resto del testo dipana quindi la ’conversazione’, alla maniera di Vittorini, tra personaggi reali e immaginari ma tutti significativamente allegorici di una condizione di subalternità e di oppressione: il soldato gaglianese partito per una guerra ’sconosciuta’ e insensata, l’operaio emigrato in Germania, il medico che rifiuta la medicina che cura e non previene, il maestro che propugna la scuola-attiva; accanto, i rappresentanti del potere e dell’autorità - il maresciallo dei carabinieri, il prete - del piccolo centro. Più vittoriniani sono Giulio, Tania, il più giovane, il più vecchio, l’altro, l’emigrante, Remo, il soldato, il vietnamita.

Un viaggio all’interno di un mondo secolarmente oppresso, all’interno del quale la ’fabbrica’ è sì luogo delle contraddizioni e dello sfruttamento capitalistico ma è anche luogo possibile del cambiamento e dell’assunzione di un protagonismo operaio produttore di un mutamento sociale in tutta la realtà del paese: così il libro si conclude, indicando nelle grandi lotte mondiali in atto, in Polonia, in Palestina e nel grande contesto della rivoluzione culturale, la realtà della trasformazione globale che è anche possibile, localmente, anche a Gagliano.

Ma forse interessante in questo piccolo testo è ’leggervi’ quel bisogno che negli anni 70 si avvertiva di rivoluzione culturale nei rapporti tra scrittura e lavoro operaio, di neutralizzazione della ‘separazione’ tra la condizione operaia e il ’racconto’ della stessa.

Infatti: proprio lo stesso anno, la grande manifestazione sindacale, nazionale, dei metalmeccanici a Reggio Calabria, diventerà, per l’operaio Vincenzo Guerrazzi, l’occasione per scrivere il suo romanzo ’Nord e Sud uniti nella lotta’, che pubblicato da Marsilio, due anni dopo, diventerà un caso politico-letterario, sollevando un dibattito di ampio spessore e di lunga durata.


1 Girolamo Sineri, Donne transculturali tra famiglia e lavoro, Isvi 1984

2 Ringrazio l’amico Pippo Baldi, di Gagliano, per avermi segnalato il testo.


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