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Contrordine compagni


Ipocrita decisione della Fnsi di spostare la manifestazione del 19 settembre per i sei caduti in Afghanistan mentre ogni giorno si muore nei posti di lavoro nell’indifferenza quasi unanime
mercoledì 23 settembre 2009, di Adriano Todaro - 349 letture

Se aprite il sito della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), potete leggere il comunicato con le motivazioni dello spostamento della manifestazione per la libertà d’informazione, già programmato per il 19 settembre. Sono motivazioni che non stanno assolutamente in piedi e, permettetemi di affermarlo, un po’ ipocrite.

Il comunicato si apre con il “profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di un’informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile…”. Non prendiamoci in giro. Il rispetto verso i caduti fa parte della nostra cultura ed è giusto sottolinearlo. Ma se non vogliamo fare gli ipocriti dobbiamo dire chiaramente che ci sono morti e morti. Quando i morti sono i “ragazzi” della Folgore si aboliscono le manifestazioni, ma quando muoiono operai e braccianti, allora le cose cambiano e le manifestazioni sono confermate proprio per “garantire la libertà di stampa”. E che c’entra poi, la “convivenza civile”? I valori della convivenza civile sono più evidenti quando si manifesta su problemi di democrazia che interessano tutta la comunità.

Con questa decisione, la Fnsi (e gli altri promotori) hanno dimostrato di essere permeabili alle spinte partitiche che da più parti consigliavano lo spostamento della manifestazione. Se è vero, come è vero, che in ogni guerra, la prima vittima è l’informazione, allora era necessario, una volta di più, scendere in piazza. La Fnsi non l’ha voluto fare e si è assunta, così, una grave responsabilità che potrebbe andare verso un flop il 3 ottobre perché la manifestazione,a quel tempo, sarà molto depotenziata, con grande gaudio del Cavaliere.

Se l’informazione nel nostro Paese funzionasse davvero, i cittadini saprebbero che quei “ragazzi” stanno combattendo una guerra e non una missione di pace, soprattutto stanno combattendo una guerra incostituzionale in un Paese straniero. Saprebbero che sebbene la crisi che gli italiani vivono sulla propria pelle, il governo ha deciso di acquistare 131 cacciabombardieri per la modica cifra di 150 milioni di euro ciascuno. E i cacciabombardieri non sono armi da difesa, ma di attacco e saprebbero che l’articolo 11 della nostra Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa”.

E mentre il ministro della Difesa parlava in un Parlamento semivuoto, il diritto di manifestare veniva meno. I rappresentanti del popolo non avevano neppure avuto la sensibilità di recarsi in Parlamento. Probabilmente erano a coltivare i loro giardini elettorali e dei “ragazzi” morti non poteva importare meno. L’umana pietà per i morti, a loro, interessa solo fino ad un certo punto. Solo quando fanno dichiarazioni davanti a qualche Tv. Allora fanno la voce contratta, gli occhi s’inumidiscono, parlano, questi ciarlatani, di “dramma collettivo”, di “pietà”, di “dolore”. Gli italiani hanno le lacrime facili, ma non per tutti. Ogni giorno, nel nostro Paese, muoiono, sul lavoro, una media di tre/quattro lavoratori. Stranamente, quello, non è “dramma collettivo”, ma solo ed esclusivamente un dramma della famiglia del lavoratore morto. Di loro non si interessa nessuno (o pochi), non ci sono altisonanti dichiarazioni di politici. Quelli morti in Afghanistan erano volontari, ricevevano stipendio adeguato e sapevano dei rischi a cui andavano incontro.

La pietà non può essere a senso unico e bisogna avere il coraggio di dire che in quei Paese i militari italiani stanno facendo una guerra e in guerra non muoiono solo “gli altri”, i nemici, ma anche coloro che sono stati mandati là per portare “la democrazia”.

Malgrado tutte le perplessità, il 19 settembre poteva rappresentare una giornata importante per riaffermare l’esigenza di una stampa libera. Con il rinvio, invece, si è dimostrato che comandano le segreterie dei partiti. Spostare una manifestazione a due giorni dall’avvenimento significa scombinare i piani di tante persone. Quello che sta avvenendo nel campo informativo nel nostro Paese è una delle pagine più brutte della nostra storia. Inutile lamentarsi dei diktat di Berlusconi se poi non si riesce neppure a manifestare. Per fortuna la schiena dritta la tengono le associazioni dei giornalisti esteri che, proprio ieri, hanno diramato un appello per la libertà d’informazione in Italia e contro Berlusconi “che ha lanciato una virulenta offensiva contro la libertà di stampa”. Noi, invece, rimandiamo la manifestazione.

Tutto ciò ha dell’incomprensibile oppure sono io che non capisco considerato che sono uno dei “farabutti” indicati dal presidente del Consiglio. Una cosa è certa. Il 3 ottobre io non parteciperò alla manifestazione perché quel giorno, è sicuro fin da ora, moriranno dei lavoratori.

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