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Commodo: un imperatore dell’Antica Roma


Famoso per la sua scellerata politica estera, specie coi popoli del Nord Europa, stravolse quanto di buono fatto in questo campo dai suoi predecessori.
martedì 18 gennaio 2011, di Orazio Leotta - 957 letture

Uno dei periodi più tristi dell’Impero di Roma fu quando fu retto da Lucio Elio Aurelio Commodo. Trentuno anni di regno all’insegna della dissolutezza e nel costante impegno diretto all’abbindolamento delle folle.

Era solito entrare nell’arena indossando i panni del gladiatore simulando combattimenti vincenti oppure dare incarichi continui nella ricostruzione e rifondazione di Roma, dopo incendi “ordinati” probabilmente da lui stesso, movimentando al contempo il mercato degli schiavi lavoratori e cogliendo sempre l’occasione per cambiare la denominazione di quanto rifatto aggiungendo qualcosa che potesse ricordare il suo nome.

Famoso per la sua scellerata politica estera, specie coi popoli del Nord Europa, stravolse quanto di buono fatto in questo campo dai suoi predecessori. Maggiore di due fratelli, era solito usare Marco Annio Vero, suo fratello minore, per addossargli le responsabilità di scandali e nefandezze.

Appoggiò il rifiorire dei “favoriti”, i quali avevano l’interesse di accentrare nelle loro mani l’amministrazione dello Stato e di abbassare l’autorità dell’ordine senatorio e dell’equestre. Usò il suo potere per consolidare un ricco stuolo di concubine: ogni sera ne sceglieva una, la preferita di quella notte. La scelta avveniva al termine di laute cene. Fra gli astanti dovevano essere presenti alcuni schiavi col solo compito di aiutarlo a vomitare se la cena fosse stata eccessiva in rapporto agli sforzi poi profusi.

Durante il regno di Commodo, la situazione generale di Roma Caput Mundi, riuscì a reggere solo grazie al Senato che compatto, mise in essere vere e proprie sedute no-limits per tentare di arginare il più possibile gli eccessi dell’Imperatore. Fu grazie al consesso degli anziani, coadiuvato dal Prefetto del Pretorio Quinto Emilio Leto che Roma non capitolò, sia pur uscendone con le ossa (e le coscienze) rotte, a seguito della politica visionaria, dissoluta e stolta della sua guida esecutiva.

Nel concreto fu la fattiva collaborazione di una delle sue concubine preferite, tale Marcia, che volgendogli le spalle e non concedendogli più i suoi favori decise di collaborare coi senatori per defenestrare definitivamente colui che in seguito sarà considerato Hostis Publicus, degno della Damnatio Memoriae.

Tutto ciò accadde nel secondo secolo dopo Cristo, ma quante analogie con fatti e personaggi dei nostri giorni! Quanta comunanza di intenti tra il Senato di allora e i giudici e i magistrati di oggi! E chissà se Marcia fosse di origini nordafricane?

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