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Come ti rifaccio l’Italia: la collana Il Timone 1970-1982

Una collana di divulgazione a cavallo tra il 1970 e il 1982: "Il Timone" edita da Pan editrice. Un intellettuale scomodo: Giuseppe Prezzolini. Un giornalista impegnato: Giuseppe Longo.

di Sergej - mercoledì 19 ottobre 2005 - 6520 letture

Come ti rifaccio l’Italia: la collana Il Timone 1970-1982

La collana Il timone, edita da Pan editrice tra il 1970 e il 1982, diretta da Giuseppe Longo presentava, mensilmente, un volume mediamente di 150 pagine, su temi di attualità con un taglio divulgativo. A scriverne, giornalisti e specialisti, tutti appartenenti a un’area politica molto vicina a quella democristiana dell’epoca, ma non scopertamente cattolica. La collana faceva parte di quella cultura della modernizzazione moderata, voluta e perseguita dai piani di “democraticizzazione” statunitensi in Italia, che ha avuto molto più corso e effetti di quanto normalmente gli storici della cultura hanno fin qui messo in evidenza. Se ancora nei primi anni Settanta si trattava di personale cresciuto nella guerra, e proveniente dal fascismo diffuso, progressivamente ha dato spazio e allevato una generazione fedele alla linea atlantica e alla Nato, di giornalisti e tecnici che hanno fatto da substrato al dominio democristiano in Italia. Scopo della collana era quello di costituire uno strumento di aggiornamento per i quadri, che permettevano la tenuta dei governi in Italia e ne consentivano la cauta modernizzazione. Nella storia della cultura ufficiale di quegli anni tutta l’attenzione va normalmente posta sulla divulgazione e sulle attività provenienti dall’editoria di sinistra, certamente più vivace e “di frontiera”, innovativa e produttrice di progresso (nelle varie branche della conoscenza). E all’editoria più propriamente di propaganda. Su questo piano, la DC procedeva più attivamente attraverso altre pubblicazioni, legate ai circoli e alle cellule cattoliche e alle parrocchie sparse capillarmente nel territorio. Sarebbe interessante uno studio di queste attività e di queste produzioni.

Per quanto riguarda la collana Il Timone, di cui ho notizia fino al numero 104 (1982, ma siamo già credo a una fase terminale, di sfinimento, di questa collana, con uno scritto di Giuseppe Longo, direttore della collana, una narrazione: dunque fuori dagli schemi saggistici che fino ad allora la collana ha avuto), sarebbe interessante rinvenire tirature e grado di penetrazione all’interno della società italiana. Chi erano gli acquirenti di questa collana, quale tiratura, quali i canali di distribuzione, quale la storia interna di questa iniziativa editoriale?

Ci sono alcuni titoli che, a una prima analisi, dicono molto sul taglio complessivo dell’operazione culturale attuata: i libri di Araldi sulla realtà repressiva nei paesi dell’Est e dell’URSS in particolare si inscrivono all’interno della pubblicistica anti-comunista; quelli di alcuni “tecnici” e politici come Valitutti (sulla scuola), al problema della modernizzazione nella burocrazia statale (con una prefazione di Giulio Andreotti (il numero 14, del 1972), e sui rapporti diplomatici internazionali (scritti da ex ambasciatori e diplomatici); “La politica estera italiana”, una ricostruzione di parte filo-atlantista del giornalista Mario N. Ferrara (il numero 7 della collana, il primo della serie che ho potuto leggere); un volume di Prezzolini (numero 33, 1974: “L’Italia fragile”); un saggio che interviene sulla vicenda del Corriere della sera (scritto da Giorgio Manera: numero 66, nel 1977). I temi affrontati sono via via tutti quelli di più stringente attualità, che si presentano in quegli anni: si va dal problema della droga, all’Islam, allo sport, al turismo, alla scuola, e ai problemi di carattere internazionale legati ai vari Paesi europei e non (Francia, Inghilterra, Israele ecc.). Il finto moderatismo di parte governativa italiana, cioè quel conservatorismo di matrice liberale e fascista che era stato introiettato - ma forse si dovrebbe dire: cooptato, annesso con finalità di dominio, secondo un “patto” di reciproca utilità - all’interno dello schieramento democristiano governativo. La collana, a una lettura complessiva, fornisce uno spaccato molto interessante sulla storia e sulla politica, sullo scontro culturale in atto tra il 1970 e il 1980. Un decennio di storia italiana attraverssato da crisi e processi che hanno avuti sbocchi e esiti non programmabili negli anni Novanta e in questo inizio di terzo millennio, ma che mostrano tuttavia una linea di continuità, un “lungo corso” che è quello di una parte della cultura italiana, conservatrice ma non necessariamente (solo) ottusa, non necessariamente tutta risolvibile all’interno del denominatore comune cattolico (e dei cattolici in genere, con tutte le diversificazioni esistenti all’interno di questo “universo”) e che in ogni caso il denominatore comune della “sinistra” (nelle varie manifestazioni: marxiste e operaiste, socialiste e riformiste, radicali ecc.) non comprende né esaurisce. Ecco quello che una collana come Il Timone riesce ancora oggi a dirci: la diversificazione che la società italiana ha avuto ed ha tuttora, e che fa parte della ricchezza sociale e culturale di questo Paese.

Lo sdoganamento di Prezzolini

Abbiamo accennato della presenza di Prezzolini all’interno della collana. Ricordo che nel 1972 il vecchio intellettuale (era nato a Perugia nel 1882, morirà a Lugano nel 1982) aveva pubblicato un “Manifesto dei conservatori” che ebbe una certa risonanza e che testimonia delle sue persistenti nostalgie politiche. Presso la stessa casa editrice, è anche il volume “Sul fascismo (1915-1975)”, Pan editrice, 1976, nella collana Nuovi saggi; il volume di scritti vari, sempre di Prezzolini: “Prezzolini alla finestra”, collana Nuovi Saggi (non so l’anno); e la “Storia tascabile della letteratura italiana” (1976) - a testimonianza dell’attenzione che l’ambiente della Pan editrice aveva per questo autore.

Un’attenzione su Prezzolini che si deve in gran parte alla volontà e al fiuto di Giuseppe Longo.

Prezzolini era ormai in quegli anni un intellettuale quasi “in pensione”, combattivo ma auto-esiliatosi a Lugano. Bruciatosi per la sua aderenza al fascismo. Riproporre la pubblicistica prezzoliniana aveva allora un significato politico ben preciso. Da lui proveniva la critica alla destra di queli anni, rappresentata politicamente dal MSI di Almirante, tacciato di essere troppo debole e poco movimentista. Una critica alla destra da posizioni di destra - non certo “moderate” né “centriste”. Nel momento della crisi economica successiva alla stagione degli autunni caldi e delle lotte studentesche, in concomitanza con la “crisi petrolifera”, i movimenti golpistici e le stragi di Stato, il terrorismo: il riutilizzo della “carta” Prezzolini diventava un chiaro tentativo all’interno della destra di un disegno di ricomposizione - attraverso la cultura e la rifondazione ideologica. Con la riproposizione prezzoliniana la destra non missina, ma interna allo schieramento democristiano e atlantista, ritrovava una delle sue voci fino ad allora messa in standby.

Un’operazione, questa dello sdoganamento culturale se non politico di Prezzolini, che trova ricettiva una parte della cultura italiana dell’epoca. Basti pensare, oltre all’ambiente della casa editrice Pan, il pubblico di riferimento di un giornale come “Il Tempo” di Roma, diretto dal 1973 al 1987 da Gianni Letta. “Il Tempo” era stato fondato nel giugno 1944 da Renato Angiolillo, che divenne poi senatore. Sua la famosa indicazione giornalistica “Tutti servano lo stato e nessuno miri a servirsi del popolo e dello Stato” (Il Tempo, 1 maggio 1945) [1]. Il suo successore Letta a Il Tempo vi lavorava fin dal 1958 (prima come redattore poi con sempre maggiori responsabilità fino a diventare amministratore delegato). Proprio su questo giornale è possibile vedere gli intrecci tra settori culturali destrorsi e semina prezzoliniana. Un esempio, la pubblicazione nel 1978 di uno stralcio di un lavoro di Augusto Del Noce con l’annuncio dell’imminente pubblicazione presso la Pan Editrice:

Modernismo e rivoluzione / di Augusto Del Noce, in: Il Tempo, 8 ottobre 1978

Oggi ricorre il ventesimo anniversario della morte di Pio XII. Per rievocare la figura di questo papa che ha lasciato una grande traccia nella storia della Chiesa pubblichiamo il seguente scritto di Augusto Del Noce che deve apparire in un volume di prossima pubblicazione presso la Pan Editrice, destinato a illustrare attraverso giudizi di personalità della cultura la figura e l’opera di Pio XII.
 
Se si vuole esprimere in una formula sintetica il posto che Pio XII occupa nella storia credo che veramente adeguata sia la seguente: «Pio XII ha sentito come nessun altro del suo tempo - che è anche il nostro, perché nulla è sostanzialmente mutato dalla sua morte a oggi, tranne che sono giunti a maturazione dei germi nefasti che già allora erano presenti - il dramma dell’immanentismo etico quale mentalità comune a tutte le parti in lotta». Che cosa intendo con questo termine “immanentismo etico”? La concezione secondo cui non si è responsabili (nessuno di noi potrebbe agire altrimenti da come agisce), ma si è fatti responsabili da altri (la società, la storia) in relazione a un progetto: ad esempio, il progetto della rivoluzione mondiale giustifica i gulag. Cessato l’impeto pratico dell’azione, sopravviene poi la storia che, giustificatrice e non giustiziera, riconcilia vincitori e vinti, ma solo apparentemente, tanto che “spiega” perché i vincitori dovevano vincere , aggiungendo alla loro vittoria l’assoluzione di fronte alla moralità.
 
Solitudine e coraggio
 
E’ il tratto comune questo delle filosofie secolari, si chiamino positivismo, idealismo, o storicismo: la formula illustre che le unisce è l’identificazione di libertà e di necessità. L’abolizione dell’idea di responsabilità pende due forme, l’umanitaria e la giustificatrice della violenza. Solo apparentemente opposte, perché l’umanitario, dicendo che comprendere è giustificare, finisce col giustificare gli stessi atti violenti; almeno quelli che sono stati accompagnati dal successo o che, come oggi si suol dire, vanno «nel senso del progresso». Nel nostro secolo, quella che era una concezione filosofica è progressivamente diventata “senso comune”. Un solo in arrestato progresso si può constatare nei suoi decenni, quello dell’abolizione dell’etica.
Ora, è in relazione a questa diffusa mentalità che si deve spiegare l’atteggiamento di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, in cui lottò per la pace senza aderire a una “crociata” né per l’una né per l’altra parte. Egli aveva una visione della storia contemporanea che era al di là dell’opposizione fascismo-anifascismo, e sapeva che tutte le parti erano state contagiate dall’ateismo. Si deve parlare di Pio XII come del papa tragico, che si trovò solo nella lotta contro tutte le potenze mondane. Ma neppure questa solitudine si deve esagerare; chi è avanti negli anni ricorda come nei tempi della guerra tute le coscienze nobili, cattoliche o laiche che fossero, guardassero a lui come alla non spenta luce della civiltà; la leggenda avversa si formò o fu diffusa ad arte, molti anni dopo.
 
Papa antimoderno? Certamente, nel senso che sentiva che l’umanità era giunta ad una svolta storica in cui si manifestava tutto il male che si era accumulato in questi ultimi secoli. Da una parte erano coloro che negavano apertamene Dio; dall’altra coloro che si servivano della religione per fini temporali. Pio XII si accorse che la guerra non risolveva nulla, come effettivamente è stato; di qui la sua instancabile lotta per la pace; di qui la protezione data a tutti i perseguitati, di qualsiasi parte.
 
Nelle grandi tempeste
 
Del resto, anche su questa antimodernità ci si deve intendere. Il termine “modernità” nell’uso corrente evoca uno schema di periodizzamento che risale alle filosofie razionalistiche della storia; l’epoca moderna è quella che ha rinunciato ai miti trascendenti e il cui progresso è caratterizzato dall’avanzata in quest’opera di demolizione. Secondo la tradizione assolutamente prevalente nel mondo cattolico, Pio XII pensò che questo processo fosse diretto verso la catastrofe e che vivessimo questa catastrofe nelle grandi tempeste del nostro secolo. Con ciò riconfermava la decisa opposizione a quel modernismo cattolico che pensa invece che la religione deve venire adeguata all’opera di demitizzazione, modernismo che riaffiorava nell’immediato dopoguerra, confondendosi con quel progressismo cattolico che invece accetta o l’interpretazione comunista o l’interpretazione azionista della storia contemporanea e vuole modificare il cristianesimo proprio in relazione a questa visione storica decisamente acritica e mutuata dagli avversari; e che dopo la sua morte, da ruscello diventa fiume, secondo la celebre espressione di Maritain. Si sa quanto siano forti gli odi teologici, e non c’è da stupirsi se la leggenda del “Vicario” abbia trovato i suoi inizi proprio negli ambienti modernistici e progressistici, e ne sia stata successivamente alimentata. Mi capitò di leggere in un libro di un “nuovo” cattolico che Pio XII deve essere considerato il Giuliano l’Apostata del cattolicesimo arcaico. Ne è da tacere quanta parte abbia avuto, per questa leggenda, il risentimento per la santificazione di Pio X.
 
Oggi, però, ci troviamo nelle migliori condizioni per comprendere la sua grandezza. Nell’opera di Solzenycin si può vedere la riconferma della sua visione della storia contemporanea. Ma, anche a parte Solzenycin, non è ora corrente il giudizio che Hitler abbia moralmente vinto la guerra? Che cos’altro sui vuol dire, in questa frase, se non che la mentalità disumana di cui Hitler fu allora portatore è diventata oggi mentalità comune?
 
Gli assertori del profascismo di Pio XII sogliono portare l’argomento della scomunica contro il comunismo. Scomunicò il comunismo e non scomunicò il nazismo, dunque... Si dimentica che la scomunica del comunismo avvenne alla data del 1 luglio 1949, quattro anni dopo la fine del nazismo. Non credo i possa fargli colpa d’aver preso sul serio le affermazioni costanti dei teorici del comunismo, anche dei meno staliniani come Gramsci, anche delle vittime dei processi staliniani come Bucharin, anche di coloro che successivamente furono esuli d’oltrecortina, come Bloch. Su che cos’altro sono infatti costruiti i Quaderni gramsciani, se non sulla tesi che il comunismo, «politica che è anche una filosofia», porta al popolo una concezione della vita da cui è completamente espunto ogni richiamo ad una realtà trascendente? Una concezione in cui non c’è più posto né per il problema dell’esistenza di Dio, né per il suo desiderio? E la porta attraverso una pedagogia particolare che non mette l’ateismo in primo piano non per un infingimento tattico, ma perché il processo di conversione al marxismo va dalla pratica alla teoria? Forse che avrebbe dovuto guardare invece, anziché a questi teorici rigorosi, alle fantasticherie di alcuni cattolici sul “marxismo aperto”, o sul “Vangelo prigioniero” sino al marxismo liberatore?
 
Direi che la scomunica fu il riconoscimento del diritto al comunismo, in quanto teoria, a essere preso sul serio; e che soprattutto fu il doveroso avvertimento ai semplici sul vero significato del loro voto. So bene che dopo la sua morte prevalse nel mondo cattolico una sorta di mitologia; bisogna guardare agli uomini vivi, e non all’astrazione delle teorie... Preoccupazione che può essere stata ispirata, a volte, da nobilissime ragioni di carità, altre volte da motivazioni meno nobili. Quanto a me, penso che, almeno nella storia contemporanea, le idee contino assai più che gli uomini; che se si vuol promuovere una evoluzione nel comunismo, non si possa ottenerla in altro modo che attraverso una resistenza che mostri l’impossibilità del successo di una sua rivoluzione o di un suo impero mondiale, che lo confuti cioè in quell’unità di teoria e di pratica che è la sua tesi dominante. Sono pensieri che da quel che è avvenuto negli ultimi vent’anno hanno ottenuto una tale dimostrazione, che, per chi vuol vedere, dispensa da ogni altra argomentazione diventata superflua.
 
Un preciso parallelo
 
Non mi pare che sia stato mai osservato come l’aspetto tragico del pensiero di Pio XII trovi un preciso parallelo in alcune pagine del migliore Croce; in quelle in cui il suo pensiero è più libero dall’aspetto sistematico, che ora è difficilmente difendibile, e improntato a una nota pessimistica, di un pessimismo separato dal decadentismo e perciò effettivamente religioso, quale è difficile trovare nel nostro secolo. Si pensi agli stupendi saggi del ’46, La fine della Civiltà e l’Anticristo che è in noi. Il secondo, in cui il riferimento ha una precisa dottrina filosofica è assai tenue, potrebbe essere assunto come simbolico del comune giudizio del papa e del filosofo intorno al male del secolo; e non è un caso che entrambi vedessero l’unica possibilità per la salvezza della civiltà i un “risveglio cristiano”.
E’ qui, semmai, che si deve passare alla considerazione del limite dell’opera di Pio XII. Per qualche anno, almeno, Pio XII si illuse che l’Occidente preferì adeguarsi al suo etimo di “terra del tramonto”. Durante questo periodo si accumulò l’ampia letteratura contro l’opera di Pio XII. Se l’Occidente cambierà rotta, avremo anche la sua riscoperta.

Su Prezzolini, interessante quanto scrive Giovanni Lugaresi [2]:

Il 27 gennaio [2002] ricorrerà il 120° anniversario della nascita di Giuseppe Prezzolini e il 14 luglio saranno vent’anni dalla sua morte. In una nazione priva ( o quasi ) di memoria, non sappiamo come e quando ( e quanti) si stanno ricordando di queste due "date", o per lo meno della seconda, giornalisticamente più significativa. Sicuramente a Lugano si farà qualcosa, e non a caso è ovvio, perchè nella locale Biblioteca Cantonale si conserva l’Archivio Prezzolini, al quale attende da anni con competenza e passione la studiosa Diana Ruesch. Si parla di un convegno di studio, per un uomo e su di un uomo che dello studio, della conoscenza, fece lo scopo della sua vita. E a Firenze, per iniziativa della Fondazione Spadolini diretta da Cosimo Ceccuti e dall’Associazione Amici Firenze Arte, si sta preparando per il 12 e il 13 aprile un convegno internazionale di studi su "Prezzolini e il suo tempo", con fior fiore di relatori, fra i quali Giorgio Luti, Emilio Gentile, Francois Livi, Luciano Rebay, Mario Richter, Diana Ruesch, in cui saranno presentati ed analizzati alcuni manoscritti e carteggi inediti. Quanto al campo editoriale, sono in preparazione alcune iniziative di non poco significato. Innanzitutto Elvira Sellerio, sensibilie, raffinata ed acuta editrice, ristamperà quella "Storia tascabile delle letteratura italiana" che, nata, quasi per una scommessa, e pubblicata da Giuseppe Longo per la Pan Editrice (1976), fu più volte ristampata. Morto Longo, un altro editore di "chicche" la Biblioteca del Vascello, ne aveva fatto una edizioncina molto raffinata. E anche quella è andata esaurita. Opportuna, dunque, appare l’idea di Elvira Sellerio di ristampare questo gioiellino, che, nella pochezza delle sue dimensioni, non è uno dei vecchi "Bignami" ma una storia della nostra letteratura ben ragionata ed efficacemente presentata, come soltanto una mente come quale quella di Prezzolini avrebbe potuto realizzare. E sentite con che cosa concludeva quella sua storia il nostro autore : "Ma ci sono due libri, che direi non hanno una data nè un’autore ( sebbene l’uno e l’altro siano conosciuti) che sembrano riassumere lo spirito più profondo del popolo italiano : Pinocchio e Bertoldo. Pinocchio fu scritto per pagare un debituccio di gioco da un giornalista toscano, e fece la fortuna della casa editrice ed è oggi ancora liberamente ristampato. E’ un libro che si dà da leggere ai ragazzi, ma è pieno di una saviezza cittadina, mondana a e dulta, che mostra il mondo com’è non retto da virtù ma da fortuna, corretta dalla furbizia. "Bertoldo è un poema di sapienza contadina, pessimista affinatasi sopra la cote della esperienza e della diffidenza del povero contro il ricco e del’ignorante contro la rimbombante cultura dele classi cosiddette colte. "Ambedue sono scritti bene, con grande semplicità, riscoperti nelle loro virtù essenziali delle generazioni più recenti italiane. Chi vuol capire l’Italia, legga quei due libri: sono una chiave d’oro ed una di ferro per aprire l’entrata allo spirito degli italiani". Nel 2003 uscirà la prima ( e ponderosa) biografia di Prezzolini, scritta dal suo maggiore studioso, Emilio Gentile, storico e cattedratico dell’Università di Roma La Sapienza, che fin dall’indomani della scomparsa dello scrittore aveva avviato un lavoro di ricerca che appariva interminabile, dal momento che, ogni qual volta pensava di avere concluso, ecco emergevano nuovi documenti, lettere, appunti. Ma, finalmente, Gentile è giunto in porto e in coincidenza con l’anno centenario della fondazione del "Leonardo" (il 2003, appunto), più che mai interessante apparirà questa pubblicazione. Sarà una scoperta, per molti, una riscoperta per altri, di un personagio tra i più rappresentativi della cultura italiana del Novecento, il secolo che egli attraversò con esperienza intellettuali e umane straordinarie: dall’Italia alla Francia, agli Stati Uniti, e poi di nuovo in Italia, per morire ultracentenario ( 14 luglio 1982) nell’ultimo "buen ritiro" di Lugano. Pure per il 2003 è prevista la ristampa di due libri tra i più significativi, emblemtaici di Prezzolini: uno scritto nel 1926, quando l’autore si trovava a Parigi alla Società delle Nazioni ( pubblicato l’anno dopo da Mondadori), l’altro durante il suo soggiorno ( o meglio, volontario esislio) statunitense, ordinario di letteratura italiana nell’Università di Columbia. Il primo si intitola "Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino", e il secondo , "L’Italia finisce ecco quel che resta", quest’ultimo scritto direttamente in lingua inglese col titolo " The Legacy of Italy", stampato nel 1948 a New York dal compianto "Vanni" Ragusa, e quindi tradotto dieci anni dopo in italiano dalla studiosa fiorentina Ema Detti per la Vallecchi, l’editrice fiorentina che doveva farne una seconda edizione nel 1970 ( e nel 1981 ne sarebbe arrivata una di Rusconi) . Anche il Machiavelli ebbe non poche ristampe ; in quest’ultimo dopoguerra apparve nella collana economica della Longanesi e quindi ebbe due edizioni da Rusconi. Il merito della riscoperta, e della riproposizione di quei due testi è della Rizzoli, e sia il libro sul "segretario fiorentino", sia "L’Italia finisce ecco quel che resta" apparirano nella Bur: una famosa collana a larghissima diffusione, dunque, per due libri che nelle intenzioni del loro autore volevano essere ( e sono) "popolari". Nel senso che possno essere letti anche da chi "addetto ai lavori" non è, perchè una delle qualità - alta qualità- dello scrittore toscano era proprio quella di rendere accessibile il "difficile", il "complicato" a tutti. Questa primavera, infine, ci sarà la pubblicazione da parte della risorta casa editrice Vallecchi, di "America in pantofole" con prefazione di Sergio Romano.

Un giornalista impegnato: Giuseppe Longo

Parlando della collana (di cui fu direttore) e dell’edizione negli anni Settanta delle opere nuove di Prezzolini, si incappa nella figura di Giuseppe Longo. Figura oggi dimenticata, su cui non esiste niente sul web. Figura che sarebbe molto interessante andare a riscoprire. Giuseppe Longo era nato nel 1910 a Messina, fin dall’età di 17 anni si è dedicato al giornalismo. E’ stato direttore di quotidiani a Roma, a Bologna, direttore de Il Gazzettino (di Venezia). Ha fondato nel 1953 il mensile L’Osservatore politico letterario (ma il primo numero è dell’aprile 1955, con scritti di Ruini, Flora, Bacchelli, Govoni, T. Rosa ecc.), che ebbe una grossa importanza culturale fino alla sua cessazione nel 1983; il periodico fu stampato prima a Roma (a cura del Centro ed. Dell’Osservatorio) per passare poi dal 1957 a Milano e infine a Bologna edito da Calderini. Longo ebbe il premio Bagutta per “I giorni di prima”, e nel 1960 il premio Tor Morgana a Roma.

Longo, con la sua attività giornalistica e poi culturale, fu in contatto con gran parte degli intellettuali del tempo. Nel panorama non molto esaltante degli strumenti culturali a disposizione soprattutto negli anni Cinquanta, L’Osservatore politico letterario fu uno dei pochi strumenti editoriali di svecchiamento di una parte del pubblico.

Tra i suoi interlocutori, può essere curioso uno scritto di Libero De Libero, un abbozzo di lettera a Longo che non sappiamo se De Libero poi mandò. Longogli aveva mandato una copia del libro di poesie “L’inutile dolore”, edito da Scheiwiller. Scrisse De Libero (21 righe, in penna rossa): "Grazie per il dono del tuo L’inutile dolore. Non conoscevo le tue poesie e sono lieto di averle lette. Lessi e presto [ ... ] anche per il fatto di poter collocare la tua persona nel punto giusto e preciso. C’incontrammo da amici benché, sempre alla svelta, è vero però che un [ ... ] spontaneo di stima non poteva ridestare anche un’intesa spontanea per essere amici. E me ne avvedo ora che, avendo a passi lenti e pensati percorso il tuo [ ... ] qual’è infine questa raccolta di poesia, posso e debbo [ ... ] dirti che era giusto da parte mia quell’anticipo di stima e di amicizia, non tanto a motivo di esse quanto per di più per essere arrivato alla fine con una solidarietà che mi piace confermarti. Violenza e tenerezza, direi del tuo fiume siculo. [ ... ]". Al verso del foglio: "Roma 10 febbraio 1975. Mimì carissima / colpì anche quella".

Ritengo che è con la morte di Longo (nel 1983?) che si ha la chiusura delle sue due attività culturali più importanti: L’Osservatorio politico letterario, e la collana Il Timone.

All’interno della collana Il Timone sono stati pubblicati di Giuseppe Longo almeno 3 volumi, di cronaca e analisi tra il politico e il giornalistico, sulla vita politica e sociale italiana di quegli anni. I titoli (parziali) della sua attività di scrittore:

- I giorni di prima / Giuseppe Longo. - Bologna : Cappelli, 1952 . In 16° , pp. 206. - Ebbe il premio Bagutta nel 1953.
- Nuvole e cavalli / Giuseppe Longo. - Bologna, Cappelli, 1954 . - In 16°, illustrazioni in nero nel testo pp. 160, cartone editoriale , sovracc.
- Le carte della democrazia / Giuseppe Longo. 1955.
- Cronache di Torriana / Giuseppe Longo. - 1956.
- La libertà bussa alle porte / Giuseppe Longo. - 1957.
- Foglietti e pianete / Giuseppe Longo. - 1958.
- I vostri amori / Giuseppe Longo. - Bologna : Cappelli, 1959. - Si tratta di una raccolta di racconti ed elzeviri.
- La Sicilia è un’isola / Giuseppe Longo. - Milano : Martello, 1961. - 252 p.
- Il giuoco delle ipotesi / Giuseppe Longo. - Milano : Aldo Martello, 1970. - In 16°-piena tela, titolo oro al dorso su tassello, sovracoperta ill. , pp. 318.
- Arroganza Del Progresso Impotenza Del Potere / Giuseppe Longo. - Milano : Pan Editrice, 1972. - 193 p. ; 19 cm.
- L’inutile dolore / Giuseppe Longo. - Milano : All’insegna del Pesce d’Oro, 1974. - In 16° (cm. 18); bross. edit.; pp. 179, (5). - Prima edizione in parte originale, stampata in duemila copie num.
- Il Belli tascabile : 210 sonetti / Scelti e annotati da Giuseppe Longo. - Milano : Pan editrice, 1976. - 250 p.
- Italia dove? / Giuseppe Longo. - Milano : Pan editrice, 1976. - (Il Timone).
- La rivolta morale / Giuseppe Longo. - Milano : Pan editrice, 1978. - (Il Timone).
- Le statue parlanti / Giuseppe Longo, Pan Editrice 1979. - (Il Timone).
- La cometa che torna / Giuseppe Longo. - Milano : Pan editrice, 1982. - (Il Timone).

Note

[1] Citata da: Giornalisti grandi firme : L’età del mito / Eugenio Marcucci ; Presentazione di Gaetano Afeltra. - Rubbettino, pp. 502. - Vedi anche: Un’avventura denominata “giornalismo” / di Carolina Leonetti, in: Scriptamanent.net, anno III n. 24, settembre-ottobre 2005 (http://www.scriptamanent.net/scripta/public/dettaglioNewsRivista.jsp?ID=1001017)

[2] La riscoperta di Prezzolini, a 120 anni dalla nascita e 20 dalla morte / di Giovanni Lugaresi, in: Il Gazzettino, 20 gennaio 2002 (http://www.vallecchi.it/chi_siamo/rassegna_stampa/2002/artI256.html)


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Come ti rifaccio l’Italia: la collana Il Timone 1970-1982
25 ottobre 2006

<‘finalmente " un italiano che parla di " letterario,poesie, ahime" in quanti saranno ancora? Bravo"

GRAZIE un dinosauro 06>