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Come lacrime nella pioggia, le confessioni di Rutger Hauer-Roy

Nuova corrispondenza dal Trieste Sci+Fi Festival da parte del nostro corrispondente dall’Ungheria Vincenzo Basile con intervista all’attore Rutger Hauer-Roy

di Vincenzo Basile - mercoledì 9 novembre 2016 - 3662 letture

L’attore olandese, durante la serata a lui dedicatadallo Sci+Fi Film Festival presso la sala Tripcovich, ha ritirato IlPremio Urania d’Argento conferito dall’omonima collana Mondadori.

Ne è seguito il ricco racconto degli eventi che costellarono la preparazione e la messa in scena di un film che, superando il genere di appartenenza, è collocabile ai vertici della storia del cinema.

Tanto che 34 anni dall’ uscita in sala, la sua riproposizione è ancora capace di riempire grandi sale di entusiasti estimatori. Tra i quali lo stesso protagonista.

Hauer: L’atmosfera era straordinariamente elettrizzante. Non mi è mai più successo di rivivere emozioni così forti. A parte Harrison Ford, che era già notissimo per i ruoli ricoperti nella serie di Indiana Jones e nella saga di Star Wars, regista, attori e molte delle maestranze, eravamo tutti a inizio carriera. Nessuno di quelli che lavorarono al film avrebbe mai pensato che sarebbe diventato un’opera seminale come è in realtà poi stato. Era un vero piacere andare tutti i giorni sul set; io quasi volavo. Non mi è più capitato dopo. Per esempio con Silvester Stallone, tanto per citare un caso tra vari altri, ho dovuto lottare parecchio per arrivare a delle soluzioni condivise, durante la realizzazione deI film IFalchi della notte (1981).

In BladeRunner, andò tutto diversamente. Dovetti impegnarmi in tutt’altra direzione, approfondendo molto il personaggio per renderlo credibile in quello che avrebbe fatto sullo schermo. Secondo Ridley Scott dovevo essere umano più dell’umano ma…senza arrivare al punto da diventare un super eroe alla Superman, per intenderci. Questa era la mia sfida, creare l’illusione di un personaggio che fosse abbastanza forte da convincere il pubblico a credere a ciò che lo attraversava nel corso della storia. In particolare nella scena finale, in cui Royil replicantesalva la vita a Deckard il poliziotto impedendogli di precipitare nell’abisso dall’alto del cornicione alquale era rimasto appigliato. Solo qualcuno di assolutamente speciale, atipico rispetto alla specie umana, può riuscire a fare una cosa del genere anziché approfittare della sua superiorità fisica e vendicarsi dell’orrore subito. Ecco io sono orgoglioso di essere riuscito a rendere tutto ciòverosimile sullo schermo.

Una credibilità costruita insiemea Scott al quale chiedevo insistentemente perché avrei dovuto salvare questo cretino di poliziotto. “Il personaggio di Harrison Ford è talmente morto dentro che non sa neanche quello che fa, di cosa vive; merita di morire! Non ha senso che io lo salvi è contrario a ogni logica umana”. Ridley mi rispose “ in effetti non lo stai salvando, non è questa la tua intenzione consapevole; si tratta piuttosto di una sorta gesto istintuale”. Questa spiegazione mifece capire in che direzione stavamo andando nella creazione del film. Ancora, quando Deckard-Ford spara a Roy e lui fa istantaneamente un salto per schivare il colpo, i movimenti sono staticurati proprio al fine di apportare all’intenzionedi quell’azioneil maggior realismo possibile. Allo stesso tempo, nella preparazione della scena in cui Roy spacca un muro con la testa, io protestai con Ridley per la poca verosimiglianza di quell’azione che mi sembrava eccessiva, da Super-Eroe appunto; lui rispose “ hai ragione è vero, ma anche se un po’ esagerata è così bella da vedere!Chi se ne frega, è stupenda, facciamola lo stesso”.

Prima di passare alle domande voglio raccontarvi una cosa.

Era l’ultimo giorno di riprese, a Los Angeles, per uno sciopero non voluto dagli sceneggiatori ma imposto dai sindacati americani, avevamo un problema che rischiava di far saltare le riprese. Non eravamo in grado di risolvere la definizione della scena finale. Io-Roydovevo inseguire Deckard chiedendogli di farmi vedere chi era, di che pasta era fatto, ero al massimo del furore, le mie intenzioni erano ovvie. Ci chiedevamo di cosa avesse profondamente paura Deckard, visto che non faceva altro che scappare? Non era evidente neanche al suo personaggio. Prendemmo la decisione giusta. Per cui decidemmodi concentraci sulla scena del mio monologo che però, nell’originale sceneggiatura, era ben più lungo. Dopo alcune valutazioni decidemmo dunque di sintetizzarlo al massimo, sostituendolo a quella che nel progetto era prevista come la scena della resa dei conti, la lotta decisiva tra me e Deckard.Il mio breve monologo, ridotto all’essenziale, rimase nella memoria di tutti come la battuta più brillante e profonda del film."

Qual si svolse all’epoca, il primo contatto con il regista?

"Fui contattato dall’agente di Scott che mi invitò a pranzoper mostrarmi il soggetto, parlare del mio personaggio e sottopormi il contratto da definire.

L’elemento che mi convinse ad accettare la proposta fu la considerazione che i personaggi dei replicanti, pur essendo manufatti ideati dall’ingegneria genetica,fosserospiritualmente molto più evoluti degli umani. Questo fu decisivo per me. Altro fattore determinante fu il fattoche pur non mancando certo di azione, si trattasse di un film accentuatamente introspettivo,con un intreccio ben congegnatonella sua pur evidente profondità. Per l’epoca sarebbe potuto grossolanamente essere classificato deprimente, invece la qualità etica che lo sostenne conquistò completamente il suo pubblico e la critica. Senza alcuna concessione a un mercato al quale le Majors erano da sempre vincolate.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, la lavorazione di “BladeRunner” fu tra l’altro riccadi sfortunate coincidenze e imprevisti: « Nella scena finale avevo avuto io l’idea di tenere in mano una colomba che poi sarebbe dovuta volar via. Chissà, forse perché frastornata dalla pioggia di scena, fece invece solo pochi passi e così il volo fu aggiunto nel montaggio finale. Questo episodio e i molti altri cheseguirono, fuori e dentro le scene,mi convinsero che i film che incontrano più difficoltà spesso riescono meglio e che quando la vita reale entra nel cinema, può modificarlo. “BladeRunner” non è mai stato un successo commerciale e forse è stato un bene.Probabilmente gli incassi avrebbero distrutto il mito che anche stasera celebriamo»".

CREDITS: La foto di copertina e le altre foto sono state fornite dall’autore, ossia Vincenzo Basile.


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