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Come Pietra Paziente

Regia di Atiq Rahimi. (Afghanistan, Germania, Francia 2012, drammatico, 103 min.). Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan.
di Orazio Leotta - martedì 2 aprile 2013 - 3271 letture

* Un film dove anche i silenzi parlano.

“Synguè Sabour” è l’azzeccato titolo originale del film e cioè "Pietra Paziente". Nella tradizione popolare afghana, se un uomo racconta a una pietra ogni cosa, tutto ciò che non si è mai osato raccontare a nessuno, la pietra ascolterà e farà suo ogni segreto fino a quando si sgretolerà in mille pezzi frantumandosi perché sovraccarica di sapere.

E sempre in Afghanistan, mentre si susseguono i bombardamenti e i rastrellamenti fra le popolazioni civili, una giovane donna, interpretata dall’iraniana Golshifteh Farahani (About Elly), dopo avere sistemato le due figliolette al sicuro presso una zia, passa le sue giornate accudendo il marito che, colpito da un proiettile, ha perso conoscenza, e vegeta come fosse in coma. Syngue Sabour_Benoit Peverelli03[1]

La donna gli parla del quotidiano, lo incita a risvegliarsi, pian piano gli confida cose del suo passato che mai aveva raccontato ad alcuno. L’uomo col passare dei giorni funge da “pietra paziente”: la donna, che nel frattempo ha potuto sperimentare il sesso e l’amore nel modo in cui aveva sempre desiderato, ove attenzioni, rispetto e attese prevalgono sulla brusca e rapida ricerca del piacere, con un timido soldato alla sua prima esperienza, instaura col silente marito, sempre disteso e alimentato da una raffazzonata flebo, un rapporto altamente confidenziale, ciò che giammai sarebbe potuto accadere tra i due in condizioni normali. syngue-sabour[1]

La femminilità della donna (che nel film non ha un nome come a volere accentuarne l’universalità degli accadimenti a tutte le donne del mondo arabo), fino a quel momento tenuta a bada dalle convenzioni sociali del luogo, può dispiegarsi, oltre che con l’incontro con il militare, soprattutto col dialogo lento ma profondo con un corpo immobile ma sempre capace di riflettere sofferenza nell’altro; una femminilità frenata dal burqa, obbligatoriamente da indossare fuori di casa, ma tenuta a galla dai consigli e dall’opportuno intervento della giovane zia ; ma soprattutto femminilità finalmente liberatasi dai freni sociali e che sfocia con un inequivocabile sorriso sul futuro dopo avere riversato su quel corpo fermo le sofferenze e le umiliazioni del passato: una madre sistematicamente picchiata dal marito, una sorella dodicenne data in sposa dal padre come posta di una scommessa perduta, di un marito che non sapeva fare l’amore e di come i fratelli del marito sperassero nella sua morte per poter così abusare di lei.

Tratto dall’omonimo racconto firmato dallo stesso regista Atiq Rahimi, il film si avvale della sapiente sceneggiatura di Jean-Claude Carriere abile nell’operazione di trasposizione dal libro al film.


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